mercoledì 6 aprile 2022

Daniela e la fiction del Presidente

 

Zelensky: la (brutta) fiction come un reality dell’Ucraina

IL BIVIO - Il presidente sta affrontando la guerra con gli strumenti che possiede: la comunicazione emozionale, le doti di attore e l’esercito addestrato dalla Nato

DI DANIELA RANIERI

C’è stato un momento del tutto straniante, se non agghiacciante, nella fiction Il servitore del popolo andata in onda lunedì sera su La7: quando al professore diventato presidente dell’Ucraina per acclamazione social impersonato da Volodymyr Zelensky presentano il sosia che lo sostituirà nelle cerimonie e “morendo colpito da un cecchino”.

Lì l’ovvio travaso tra finzione e realtà è stato totale, un gioco di specchi e di identità video che, nel giorno delle immagini del massacro di Bucha, sembra ribaltare la massima di Marx. In questo caso la Storia si è ripetuta sì due volte, ma la prima come farsa – la fiction, appunto, in cui uno sconosciuto piccolo-borghese diventa presidente per nessun merito se non un video in cui sbraita contro la corruzione; la seconda come tragedia, quella che sta vivendo il popolo ucraino. Eppure in questa tragedia spira ancora qualche refolo di farsa, o almeno di rappresentazione, a cui Zelensky non ha rinunciato nemmeno sotto le bombe, chiamando il suo popolo a resistere coi video su Instagram, stressando al limite la comunicazione che l’ha reso idolo delle masse televisive.

L’eroizzazione della figura di Zelensky ne rende oggi impossibile l’analisi. Parlare criticamente della genesi del fenomeno Zelensky, non partecipando così alla sua eroizzazione, espone automaticamente all’accusa di essere filo-Putin. E la messa in onda della fiction (chissà se si può dire che è di una bruttezza rara, o se si viene inseriti nella lista di proscrizione tra i collaborazionisti di Putin), in cui egli è una figura simpatica e popolare, dovrebbe corroborare la narrativa del figlio del popolo che si ritrova a esserne capo e sfodera la sua abilità di comandante nell’ora più buia. Eppure, a ben vedere, rende il servizio peggiore al presidente ucraino, e il docufilm andato in onda subito dopo, Zelensky – The story, rovescia ogni eventuale intento celebrativo: il comico che ha fatto “morire dal ridere un Paese intero” nella versione ucraina de La sai l’ultima e ha vinto Ballando con le stelle vestito come Elvis, il re del comedy show e delle gag con battute volgari, peti, balletti in tacchi a spillo o nudo, è lo stesso che, eletto presidente in un partito che porta lo stesso nome della serie tv, si recherà nel Donbass per imporsi come capo militare e risollevare il morale delle truppe. È lo stesso che ha mostrato su YouTube il conflitto in quelle terre, fino ai giorni in cui sotto ai colpi d’artiglieria dei russi dirà, videoselfandosi: “Ho dormito solo 3 ore, nevica ed è quasi primavera. La guerra è come questa primavera: triste. Ma la supereremo”. Il Napoleone fuori di testa che vuole invadere la Russia, personaggio di un suo telefilm, si trasforma – restando lo stesso e mutando di segno – nell’eroe che esorta il suo popolo alla resistenza contro Putin.

Zelensky è diventato presidente perché ha aderito perfettamente, senza scarti, al suo personaggio di finzione. Si candida la sera di Capodanno, promettendo in un video lotta alla corruzione e lanciando slogan di plastica: “Non farti rubare il futuro”. Sfonda lo schermo, trascinandosi dietro la scia del suo carisma finzionale: “Non è una trovata pubblicitaria, vado fino in fondo”. Gira il Paese in autobus, come tutti i politici-comunicatori smart e post-ideologici. “È un volto nuovo”, dicono le vecchiette per strada, “metterà fine alla corruzione”, dicono i giovani. Sottopone alla macchina della verità i membri del suo partito accusati di corruzione, in diretta Facebook.

La campagna viene girata come una serie Netflix e postata sui social. Una potenza di fuoco inesorabile: puro carisma mediatico, esibizione virale della spontaneità, smargiasseria, trasmissione diuturna del sé, da reality show. Sfida Poroshenko allo stadio Olimpico di Kiev, e vince col 73% dei voti.

Mentre sale la tensione bellica nelle regioni russofile e la Crimea è già in mano russa, lui estenua la politica del selfie, diventando un influencer del proprio brand (in questo, è un Renzi che ce l’ha fatta). Dopo due anni e mezzo di guerra nel Donbass la gente comincia a sospettare che il fenomeno Zelensky sia un bluff, che sotto lo spettacolo non ci sia nulla. Viene coinvolto in due scandali: nel 2019 Trump gli avrebbe chiesto di indagare sugli affari in Ucraina del figlio di Biden in cambio di aiuti militari, e nel 2021 i Pandora Papers rivelano che i proventi della società di produzione della sua fiction sono nascosti in paradisi fiscali e conti off-shore. Fa discutere il suo legame con un oligarca ucraino in esilio per appropriazione indebita, proprietario del canale che manda in onda la serie tv, ritenuto il suo burattinaio.

Per risalire nei sondaggi, radicalizza la sua novità. Smette di parlare russo nei territori occupati (prima diceva di “pensare meglio in russo”). Dice in mondovisione: “La determinazione dell’Ucraina di diventare membro dell’Unione europea e della Nato è la priorità della nostra politica estera”, ciò che indurrà Putin a dire che l’Ucraina guidata da Zelensky è “l’anti Russia”. Non è solo uno scontro tra eserciti per il controllo territoriale: la politica videosocial di Zelensky si scontra col totalitarismo autocratico di Putin, che si pone a difesa dei valori tradizionali russi contro il nichilismo occidentale. Sono due mondi che si fronteggiano, due civiltà opposte.

Se Putin non avesse attaccato l’Ucraina, Zelensky sarebbe rimasto un caso di studio di come l’equazione “telespettatori/utenti dei social = popolo” sia una legge fisica dell’Occidente de-ideologizzato. Di fronte all’orrore e alla minaccia nucleare, Zelensky si è imposto come comandante-storyteller: collegato coi parlamenti dei vari Paesi ha adattato il suo discorso alla storia di quel popolo. Cita Shakespeare al Parlamento inglese, il Muro di Berlino al Bundestag, Genova bombardata (per fortuna non la Resistenza, come fanno in tanti) con l’Italia, fino all’inaudito: l’Olocausto alla Knesset, il Parlamento israeliano. La sua richiesta della no-fly zone, cioè dell’inizio della terza guerra mondiale, si inserisce in questa narrazione esorbitante e progressiva, tutto sommato anestetizzata dall’ipertrofia dell’immagine. Il nazionalismo è annacquato in un generico amor di Patria: il 19 marzo Zelensky dichiara “eroe dell’Ucraina” il maggiore Prokopenko, comandante di un distaccamento speciale del battaglione nazista Azov.

La dialettica fiction-realtà brucia sé stessa e gli eventi; tutto evapora nell’effimero regno del prodotto visuale. Capitato in qualcosa di enormemente più grande di lui, Zelensky sta affrontando la guerra e gli eccidi russi con gli strumenti che possiede: la comunicazione emozionale, le doti di attore e l’esercito addestrato dalla Nato. Il popolo lo segue, come quando era un divo della tv. È tutto autentico ma anche tutto mediatico, orribile e spettacolarizzato; solo i cadaveri per strada sono veri, stupiti nell’irreversibilità.

Intervista per la Costituzione

 

Ainis: “L’invio di armi all’Ucraina è contrario alla Costituzione”

IL COSTITUZIONALISTA -

DI SILVIA TRUZZI 

L’Italia ripudia la guerra. Così dice l’articolo 11 della Costituzione: il verbo, oggetto di dibattito durante i lavori, fu preferito ad altri dai costituenti proprio perché esprime un rifiuto inequivocabile. Con Michele Ainis, ordinario di Diritto costituzionale a Roma Tre, proviamo a capire come, e se, questo principio si accorda con le recenti decisioni del Parlamento.

Professore, come si concilia l’invio di armi con la Carta?

Se adottiamo il punto di vista dei costituenti del ’47, non c’è dubbio che avrebbero fortemente dissentito con una co-belligeranza, anche se questa si traduce, come accade oggi, con l’invio di armi e non di eserciti. Questo è pacifico. Se andiamo a guardare i manuali di Diritto costituzionale del primo dopoguerra, è chiaro che l’unica guerra ammissibile è quella difensiva rispetto alla nostra integrità territoriale. Eppure l’esercito italiano ha combattuto molte guerre oltre confine: in Libano, Somalia, Iraq, Bosnia, Afghanistan, Libia. E, con i bombardamenti in Kosovo, nel 1999.

Ecco, anche ai tempi del Kosovo si ricordò che l’articolo 11 costituiva un ostacolo all’intervento militare.

Sì, fu Clemente Mastella a fare questa obiezione. Leopoldo Elia, maestro di tanti di noi, rispose che il nuovo ordine internazionale legittimava un’interpretazione evolutiva ed estensiva dell’articolo 11, rispetto agli obblighi internazionali. Aggiungo però che quando l’Italia aderì alla Nato, fu posto lo stesso identico problema, dato che l’articolo 5 del Patto atlantico obbliga a intervenire se uno qualunque dei Paesi aderenti viene attaccato. Tutto questo per dire che c’è stato un lungo tempo in cui era chiarissimo che nessuna guerra fuori dai nostri confini fosse legittima. Poi c’è stato un secondo tempo in cui, grazie anche all’uso delle parole – “missione di pace”, “intervento umanitario” – le cose sono cambiate.

Obiettano: visto che la guerra di difesa è legittima, anche la guerra degli ucraini, invasi dalla Russia, è legittima.

Certo, ma i costituenti si riferivano all’invasione del nostro territorio. Altrimenti ogni volta che uno Stato ne aggredisce un altro (e nelle guerre succede quasi sempre) dovremmo intervenire, per obbligo costituzionale. Come si usa dire, l’argomento prova troppo.

E l’aumento delle spese militari?

Questo intervento s’inscrive in una zona costituzionalmente neutra, nel senso che non esiste divieto. Certo però che se l’aumento delle spese militari diventasse talmente sproporzionato da pregiudicare i diritti sociali, allora sì ci sarebbero dei problemi di legittimità. Altro è darne una lettura politica: se me lo chiede, rispondo che a me personalmente non piace.

A proposito della criminalizzazione del dissenso, lei ha scritto su Repubblica:

“Se le democrazie ricorrono a forme di censura, se pretendono un giuramento di fedeltà dai propri cittadini, significa che stanno adottando i metodi dell’avversario, del nemico. Vincendo forse la guerra, ma perdendo l’anima”.

La militarizzazione del dibattito pubblico è un frutto avvelenato dell’emergenza: qualunque posizione intermedia o dubitativa diventa immediatamente collusione con il nemico. Questo atteggiamento è comprensibile nelle emergenze, l’abbiamo visto anche con la pandemia. Però c’è un punto di rottura: se tu sei una democrazia e il tuo nemico è un’autocrazia o una dittatura, non puoi adottare i metodi del nemico, scomunicando chi la pensa diversamente: prima erano Agamben, Cacciari, Mattei, ora sono Rovelli e Canfora.

Siamo rimasti tutti sconvolti dalle immagini di Bucha. Gli Stati Uniti chiedono la creazione di un tribunale speciale che processi Putin e si è parlato anche di un processo alla Corte penale internazionale dell’Aja. Che ne pensa?

È paradossale: né gli Stati Uniti, né la Russia, né l’Ucraina riconoscono la Corte dell’Aja. Questo vuol dire che c’è bisogno di modificare l’ordine normativo internazionale, figlio della situazione di ottant’anni fa e prigioniero del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Per formulare l’accusa di crimine di aggressione davanti alla Corte dell’Aja occorre un via libera del Consiglio di Sicurezza: naturalmente la Russia non lo permetterebbe mai, così come in passato non l’avrebbero permesso gli Usa rispetto ad altri conflitti.

Qualcuno ha tirato in ballo l’articolo 52: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”.

Questo mi ha fatto un po’ sorridere: l’articolo 52 parla di difesa, così come l’articolo 11 ammette la sola guerra difensiva. Sono due articoli che fanno sistema. E si riferiscono alla nostra patria, non a quella altrui.

Feltri

 


Foto

 




Robecchi

 

“Effetti collaterali”. L’irredimibile merda della guerra infetta ogni cosa
di Alessandro Robecchi
“Non c’è niente di intelligente da dire a proposito di un massacro”, scriveva Kurt Vonnegut (Mattatoio n. 5). Aveva ragione, niente pare doloroso e prevedibile come il fiume di parole che insegue in questi giorni i poveri fantasmi di Bucha, civili innocenti ammazzati con le mani legate, o torturati, o fucilati e lasciati lì, un po’ per monito e un po’ per mettere un timbro sull’impunità di chi fa a guerra. E già ticchetta l’osceno ping pong dei paragoni, un chiedersi attonito se Bucha valga My Lai, o l’Iraq, o Srebrenica, o Aleppo, perché una barbarie, poi, pare un po’ meno barbara se la metti vicino ad altre barbarie, se in qualche modo l’archivi; come se storicizzare fosse un po’ cauterizzare le ferite, e – alla fine – farsene una ragione.
La guerra è una faccenda che appartiene alla Storia, e si cristallizza lì, senza insegnare a nessuno il modo di non fare altre guerre, peraltro. Ma la guerra è anche una faccenda terribilmente personale, se finisci morto o torturato in una strada del tuo Paese. Tra questi due estremi – tra il cinismo del Grande Disegno Geopolitico Globale e il terrore gelato dell’attesa di un colpo in testa, le mani legate dietro la schiena – lì, nel mezzo, sta tutta l’irredimibile merda della guerra. Meccanismo poderoso, che muove strategie e imperi, e interessi, e miliardi di tonnellate di gas, o petrolio, o armi, o soldi, dollari, euro, rubli – e dove poi rimane stritolato un innocente da qualche parte, magari faceva il panettiere, o la moglie, o il figlio, o gente che scappava.
Nell’orribile caleidoscopio di immagini che scorre in questi giorni, ci sono stati mostrati anche i presunti colpevoli, chi lo sa se poi sono loro, ma insomma, dei ragazzotti siberiani dell’unità 51460, facce da liceali ripetenti, militari della Jacuzia, lassù, lontanissima da Kiev. Chissà se si riuscirà ad accertare le responsabilità vere, personali, in quei solenni teatri che sono le aule della Corte Penale Internazionale dell’Aja sui crimini di guerra (alla quale peraltro Russia, Cina e Stati Uniti, non hanno mai voluto aderire, o non hanno ratificato i trattati). E non dovremo stupirci se poi, a un certo punto, sentiremo rimbalzare una delle frasi simbolo del Novecento, la più schifosa: “Ho solo eseguito degli ordini”. E dunque tutto pare già scritto e già tutto sfuma nelle nebbie delle propagande incrociate, nell’ostensione dei martiri in prima pagina, che mischia un doveroso “è giusto sapere” a un nuovo terrificante uso di quei morti: più armi! Più missili! Più carrarmati! Insomma, “più guerra” – è la risposta – non “meno guerra”; e quindi più barbarie.
Così succede che la guerra infetta ogni cosa. In guerra fanno carriera i peggiori, gli istinti più orribili vengono premiati, incoraggiati, l’assenza di pietà è un notevole valore, come si è visto in ogni posto dove sia passata. E dietro, nelle retrovie – anche questo si sa da sempre – fanno affari i più cinici, quelli che scommettono sul prolungarsi del conflitto, che cementano nazionalismi, che soffiano sul fuoco, che vendono armi, eccetera eccetera.
Tutte cose che si sanno, ed eccoci, oplà, ricaduti nel grande gioco della Storia, in cui le vite dei caduti civili e innocenti scompaiono di nuovo, smettono di essere vite reali, storie personali, e diventano statistiche, casi di scuola da rimbalzarsi addosso per sostenere tesi, o teorie, o ricostruzioni, e ognuno avrà il suo massacro di riferimento, che coi poveri massacrati non c’entra più quasi niente, anche se la guerra sono loro.

martedì 5 aprile 2022

E intanto a Cassina Nuova...

 


Succede anche questo, probabilmente perché il fondo del barile non esiste e quello che si pensava avesse limite non ce l'ha: a Cassina Nuova, in provincia di Milano, una coppia di apparentemente normodotati, ha pensato bene di festeggiare il battesimo di due bambine affidando questo striscione a dei ragazzini i quali, si spera, pur non conoscendo neppure l'efferatezza di quanto scrittovi sopra, lo hanno sventolato all'uscita. 

E l'abissale, o abissinia, ignoranza degli apparentemente normodotati si è manifestata anche nella frase, in quanto il soprannome di balilla era riservato ai maschi, mentre le femmine le definivano in quel tempo nefasto "piccole lupe".

Resto basito per tanta arroganza nel manifestare la propria imbecillità, soprattutto perché di questi tempi è impossibile non scorgere, tra una barbarella ed un grande fratello vip, notizie terrificanti che dovrebbero agevolare un lapillo di pensiero qualificato anche a dei sottosviluppati come la coppia in questione, alla quale invio un'eiaeiallallà di 'sta ceppa!   

   


Quasi solo lui