sabato 26 febbraio 2022

Mentre a due passi...


Alba di un giorno nuovo, che si preannuncia radioso, frizzante, la Luna che accarezza il palazzo difronte; ma il pensiero va a loro, a quegli amici che a centinaia di chilometri hanno dormito nelle metropolitane, immersi nella paura per l'attività criminale di un pazzo rancoroso e nazista; ai bimbi che si son visti trasformare la loro giovane vita in un misterioso teatro di paure, di rimbombi simili ai tuoni ma col cielo sereno, con la terra che trema, che si staranno domandando come mai non si vada più al parco, a correre, a ridere al sole. Penso a loro e mi rattristo. Soprattutto per l'idiozia e la malvagità che regnano sovrane attorno a noi. 

Putin, te lo dico all'alba, in piena sincerità: vaffanculo! 
 

A volte gli anniversari

 


venerdì 25 febbraio 2022

Ops!




Interessante

 

Se le nostre vite fossero virtuali 

di Farhad Manjoo (giornalista del New York Times)

Immaginate i vostri bisnonni che, da adolescenti mettevano le mani su una novità rivoluzionaria: il primo gioco che permetteva d’immergersi completamente nella realtà virtuale. Non degli sciocchi occhialoni, più un dispositivo stile Matrix, un’elegante bandana imbottita di elettrodi in grado di collegarsi direttamente con il sistema percettivo del cervello di chi la indossava, sostituendo qualunque cosa vedesse, sentisse, toccasse, annusasse o addirittura gustasse con nuove sensazioni generate da una macchina.

Il marchingegno ha avuto un enorme successo, le bandane magiche ben presto sono diventate parte imprescindibile della vita quotidiana, di fatto i vostri bisnonni si sono conosciuti in Bandanalandia, e i loro figli, i vostri nonni, sono entrati in contatto con il mondo esterno solo raramente. Le generazioni successive – i vostri genitori, voi – non ci sono entrate mai. Tutto quello che avete conosciuto, l’intero universo che chiamate realtà, vi è stato fornito da una macchina.

È il genere di scenario bizzarro a cui continuo a pensare quando rifletto sull’ipotesi della simulazione, cioè l’idea, molto discussa negli ultimi tempi tra esperti di tecnologia e filosofi, che il mondo intorno a noi possa essere una finzione digitale, qualcosa di simile al mondo simulato di un videogioco.

L’idea non è nuova. Esplorare la natura profonda della realtà è un’ossessione dei filosofi dai tempi di Socrate e Platone. Dopo Matrix queste idee sono diventate anche un caposaldo della cultura pop. Ma fino a qualche tempo fa l'ipotesi della simulazione riguardava gli studiosi. Perché dovremmo prendere in considerazione la possibilità che la tecnologia riesca a creare simulazioni indistinguibili dalla realtà? E anche se una cosa del genere fosse possibile, che differenza farebbe per noi, paralizzati nel presente, dove la realtà sembra fin troppo tragicamente reale? Per queste ragioni mi sono tenuto alla larga dai molti dibattiti sull’ipotesi della simulazione che ani- mano le comunità di esperti di tecnologia dai primi anni duemila, quando Nick Bostrom, un filosofo di Oxford, ventilò l’idea in un saggio. Ora un nuovo, straordinario libro del filosofo David Chalmers – Reality+. Virtual worlds and the problems of philosophy mi ha trasformato in un simulazionista accanito.

Dopo aver letto il libro e parlato con il suo autore, ho cominciato a credere che il prossimo mondo di realtà virtuale un giorno potrebbe essere considerato reale come la realtà reale. Se succederà, la nostra attuale realtà sarà immediatamente messa in dubbio: dopo tutto, se siamo riusciti a inventare mondi virtuali significativi, non è plausibile che possa averlo fatto anche qualche altra civiltà chissà dove nell’universo? Ma se questo è possibile, come possiamo sapere di non essere già nella sua simulazione?

La conclusione sembra inevitabile. Forse non siamo in grado di dimostrare che ci troviamo in una simulazione, ma come minimo è una possibilità che non possiamo escludere. E forse c’è dell’altro: Chalmers sostiene che se ci troviamo in una simulazione non ci sarebbe motivo di pensare che questa sia l’unica. Proprio come molti computer oggi utilizzano lo stesso software, molte macchine diverse potrebbero usare lo stesso modello di simulazione. Se così fosse, i mondi simulati sarebbero di gran lunga più numerosi di quelli non simulati, il che significa– a livello puramente statistico – che non solo sarebbe possibile, ma addirittura probabile che il nostro mondo sia una delle tante simulazioni. Chalmers scrive che “le probabilità di essere delle simulazioni sono almeno il 25 per cento o giù di lì”.

Chalmers insegna filosofia alla New York University e ha passato gran parte della sua carriera a riflettere sul mistero della coscienza. È noto per aver coniato la frase “il difficile problema della coscienza” che, grosso modo, è una definizione della difficoltà di spiegare perché una certa esperienza è percepita in quel modo dall’individuo che ne sta facendo esperienza (non vi preoccupate se vi gira la testa: non è un caso se si chiama “difficile problema”).

Chalmers dice di aver cominciato a riflettere sulla natura della realtà simulata dopo aver usato dei nuovi visori di realtà virtuale ed essersi reso conto che la tecnologia è già abbastanza sviluppata per creare situazioni che sembrano reali.

La realtà virtuale oggi sta avanzando così rapidamente che sembra ragionevole ipotizzare che il mondo al suo interno un giorno possa essere indistinguibile da quello esterno. Secondo Chalmers potrebbe succedere entro un secolo. Personalmente non sarei sorpreso se ci arrivassimo nel giro di qualche decennio.

In qualunque momento accadrà, lo sviluppo di una realtà virtuale realistica sarà un terremoto, per ragioni al tempo stesso pratiche e profonde. Quelle pratiche sono evidenti: se le persone potessero spostarsi facilmente tra il mondo fisico e mondi virtuali che sono percepiti esattamente come la realtà fisica, quale dovremmo considerare reale?

Potreste sostenere che la risposta è chiaramente il mondo fisico. Ma perché? Oggi quello che succede su internet non rimane su internet. Il mondo digitale è così profondamente radicato nella nostra vita che i suoi effetti rimbalzano nella società. Dopo che tanti di noi hanno passato buona parte della pandemia a lavorare e socializzare online, sarebbe sciocco affermare che la vita su internet non è reale.

Lo stesso varrebbe per la realtà virtuale. Il libro di Chalmers – che viaggia piacevolmente attraverso l’antica filosofia cinese e indiana passando per Cartesio fino a raggiungere i teorici moderni come Bostrom e le sorelle Wachowski, creatrici di Matrix – è un’opera di filosofia, quindi naturalmente si addentra in un’esplorazione sfaccettata delle differenze tra realtà fisica e virtuale.

Il risultato è questo: “La realtà virtuale non è la stessa cosa della comune realtà fisica”, ma poiché i suoi effetti sul mondo non sono sostanzialmente diversi da quelli della realtà fisica “è una realtà autentica”. Perciò non dovremmo considerare i mondi virtuali come fughe immaginarie: quello che succede nella realtà virtuale “succede davvero”, dice Chalmers, e quando sarà abbastanza reale, potremo viverci una vita “pienamente significativa” .

A me sembra evidente. Esistono già parecchie prove del fatto che le persone possono costruire realtà sofisticate partendo da esperienze che vivono su internet attraverso uno schermo. Perché non dovrebbe essere così in un’internet immersiva?

Questo ci porta a cosa c’è di profondo e inquietante nell’avvento della realtà virtuale. La commistione tra realtà fisica e digitale ha già sprofondato la società in una crisi epistemologica, una situazione in cui persone diverse credono a versioni diverse della realtà basate sulle comunità digitali in cui si ritrovano. Come affronteremmo questa situazione in un mondo digitale molto più realistico? È possibile che il mondo fisico continui a funzionare in una società in cui tutti hanno uno o più alter ego virtuali?

Non lo so. Non ho molte speranze che possa funzionare senza problemi. Ma le possibilità che ci spaventano sottolineano l’importanza di riflessioni apparentemente astratte sulla natura della realtà nell’epoca della realtà virtuale.

Dovremmo cominciare a riflettere seriamente sui possibili effetti dei mondi virtuali adesso, prima che diventino troppo reali per farci sentire a nostro agio.


Dialoghi

 


Già!

 

L’amaca
Chi sono i veri pazzi
di Michele Serra
Il pacifismo ideologico e ipocrita, il pacifismo ingenuo e parolaio, il pacifismo dei fraticelli, dei panciafichisti, dei fricchettoni con le loro insopportabili collanine: come era bello. Com’era bello il pacifismo infantile, ignaro del mondo, che nei talk show adulti scafati smontavano in quattro secondi. Com’era bello il pacifismo retorico, che opponeva parole risapute all’evidenza delle cose, alla ripetizione bruta dell’istinto di dominio che regola, dall’alba dei tempi, la storia dell’umanità. Com’era bello sapere che esisteva almeno un frammento del mondo (un corteo, una petizione, una bandiera appesa a un balcone) nel quale la guerra, che è la regola, era invece considerata una schifosa eccezione. Ci manca, in queste ore di lucida sopraffazione, con lucidi commenti di lucidi commentatori, qualche residua traccia di quella vaneggiante, imbarazzante utopia, “fate l’amore non la guerra”, che pretendeva la più gigantesca riconversione economica e politica della storia umana, dirottare gli ormoni dagli arsenali ai materassi. Se ci manca la visione – come dicono i politici – la colpa è della nostra paura di essere giudicati ingenui, o matti, come capitò a Francesco quando si denudò di fronte al padre e a tutta Assisi, e di rimbalzo come capita a questo Papa rimasto solo al mondo a gridare “pace!”. Ma lo sappiamo bene, in cuor nostro, che il vero pazzo è Putin, che pazzo è il nazionalismo in ogni sua forma (“nostra patria è il mondo intero”, cantavano gli anarchici a fine Ottocento), che da pazzi è stato, dopo il crollo dell’Urss, fronteggiare quelle rovine con una chiostra di missili, mentre gli oligarchi rubavano il più grande bottino della storia umana senza che nessuno, dalle nostre parti, avesse da ridire: perché gli oligarchi sono compagni di affari, e gli affari sono sacri. Prima di esitare a dire “pace”, la domanda è dunque: chi sono i veri pazzi?

Niente da aggiungere

 

Zitti e Mosca
di Marco Travaglio
L’attacco criminale di Putin all’Ucraina è un post scriptum degli imperialismi del XX secolo, totalmente fuori sincrono rispetto al comune sentire delle opinioni pubbliche mondiali. Non solo per le nuove generazioni che la guerra, fredda o guerreggiata che fosse, l’hanno letta sui libri di storia, ma anche per quelle che l’hanno vissuta e poi archiviata. Per questo lascia la gente senza parole e rende false e vuote le parole dei governanti che ne sono prodighi. Quelli che menano le danze, Putin e Biden, sono due cascami del Novecento che stanno per compiere 70 e 80 anni, formattati mentalmente nel vecchio mondo che ora rispunta dalla tomba come gli zombi. Con una differenza: Putin parla a un popolo che non dimentica nulla, tantomeno la sua vocazione nazionalista ancora frustrata dal crollo dell’Urss e dalle provocazioni dell’Occidente che ha fatto di tutto per umiliarlo, violando l’impegno di non allargare la Nato a Est; Biden parla a un popolo che non ricorda quasi nulla, salvo i tributi di sangue pagati a far guerre in giro per il mondo, perdendole drasticamente tutte dal 1945. Quindi la guerra non toglie consensi a Putin (a meno che la perda), ma ne toglierebbe parecchi a Biden (che già ne ha pochi) col rischio che ne approfitti la terza potenza, quella tragicamente più al passo coi tempi: la Cina. Quanto a noi, cittadini della cosiddetta Europa, pagheremo il solito tributo di soldi per conto terzi, passando da uno stato d’emergenza (sanitario) a un altro (bellico). Con l’aggravante – per noi italiani – di doverci pure sorbire il cinepanettone delle Sturmtruppen in servizio permanente effettivo, che trasformano le peggiori tragedie nell’eterna commedia all’italiana.
“Noi l’avevamo detto”. È il mantra dei Nando Mericoni a mezzo stampa (“Pronto-Amerega-me-senti?”), che da tre mesi si calano l’elmetto sul capino e rilanciano ogni giorno le veline della Cia sull’invasione russa “tra oggi e domani” e ora, dopo aver fatto e rifatto lo stesso titolo fasullo, si vantano di averci azzeccato. Come se il compito dell’informazione fosse ripetere cento volte una fake news sotto dettatura (“oggi piove”) e poi, quando la centunesima volta si avvera, fingere che fosse sempre stata vera (“visto che oggi piove?”). E come se drammatizzare urlando “Al lupo! Al lupo!” non fosse il modo migliore per sdrammatizzare: un regalo al lupo che, quando arriva, non ci crede o non si scandalizza più nessuno. Ora semmai qualcuno si chiede come mai l’amico americano, se sapeva tutto da mesi, ha lasciato l’Ucraina così impreparata e sola dinanzi all’attacco.
“Legalità internazionale”. Bei tempi quando qualche governo poteva insegnarla agli altri.
Oggi non ci sono “buoni” titolati a dare lezioni ai “cattivi” russi, visto che Usa e Ue si sono macchiati di guerre illegali e criminali (peggio ancora se avallate dall’Onu) in ex-Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Somalia e via bombardando.
“Ci vorrebbe l’Europa”. Fa il paio col “non ci sono più le mezze stagioni”. L’Europa politica e militare non è mai nata per non dispiacere al residuato bellico della Nato (a 31 anni dalla fine del Patto di Varsavia), con alleati indecenti come la Turchia (impegnata a sterminare i curdi nel silenzio degli atlantisti). Finché accetteremo che lo Zio Sam faccia casini in giro lasciandoci il conto da pagare, in termini di migranti (Libia e Afghanistan), terrorismo (Iraq), affari mancati (Cina) e bollette (Ucraina), resteremo il vaso di coccio fra due potenze che si rafforzano a scapito nostro. E piangere sull’Europa che non c’è non sarà solo inutile: sarà ridicolo.
“Tremenda vendetta!”. Posto che, in base ai trattati, la Nato non può inviare truppe in Ucraina, la reazione sarà in forma di parole e di sanzioni. Le parole abbondano e mettono tutti d’accordo. Ma Putin lesnobba, anzi le capitalizza agli occhi del suo popolo e del suo establishment(che l’altroieri era tutt’altro che allineato e coperto). Altra cosa sono le sanzioni, che per la Ue escludono gas e banche, per gli Usa no. Su questo conta Mosca: quando si passerà dalle parole ai fatti, il fronte occidentale si rivelerà pura finzione.
“Abbasso i putiniani!”. La caccia agli amici di Putin scatenata dai giornaloni e dal Pd c’entra poco con la guerra in Ucraina e molto con le guerricciole da buvette di Montecitorio: serve a screditare Salvini (che con e sulla Russia ne ha dette e fatte di tutti i colori, ma Putin manco lo conosce) e Conte (reo di un approccio multilaterale in politica estera, peraltro in linea con la tradizione diplomatica italiana, da Moro ad Andreotti, da Prodi a D’Alema allo stesso Frattini). Altrimenti sul banco degli imputati ci sarebbe anzitutto B., quello dei festini con l’amico Vlady nella dacia e a villa Certosa, delle sceneggiate a base di lettoni e plaid trapuntati, delle leccatine alle democrazie-modello di Putin e Lukashenko. Invece è tutto prescritto, in vista del campo largo di Letta (zio e nipote).
“Finché c’è guerra non si tratta”. È la linea di Biden, dunque di Draghi. Ma quando si dovrebbe trattare: in tempo di pace? I negoziati servono quando si combatte, per ottenere tregue e poi trattati. E a mediare non è adatto chi è intruppato in una fazione. Perciò servirebbe, in Europa, qualcuno che tenga una postura più terza e meno appiattita sugli Usa. O almeno che si levi l’elmetto, guardi al di là del proprio naso e scopra ciò che è ovvio dalla notte dei tempi: gli amici te li puoi scegliere, i nemici no.