giovedì 24 febbraio 2022

Sublime Marco

 

Cercansi monetine
di Marco Travaglio
Undici anni fa, quando la Camera si coprì di ridicolo trascinando i magistrati di Milano alla Consulta per non aver creduto alla balla di B. su Ruby nipote di Mubarak, la grande stampa dedicò a quello sconcio paginate piene di sdegno e di parole come “vergogna”, “scandalo”, “impunità”. Ieri invece, dopo che il Senato ha concesso il bis trascinando i magistrati di Firenze alla Consulta per non aver creduto alla balla di Renzi sull’immunità parlamentare di un suo amico non parlamentare, le paginate erano su ben altro: la presunta crisi sentimentale fra Totti e Ilary Blasi. Il fatto che Renzi un anno fa abbia fatto il lavoro sporco per conto dei grandi editori e che il Pd nel 2011 fosse sulle barricate contro B. e l’altroieri sulle barricate con Renzi e B. non è casuale. In Italia il “garantismo” è come il patriottismo per Samuel Johnson: “l’ultimo rifugio delle canaglie”. Basta ascoltare le miserevoli dichiarazioni di voto (tutte, eccetto quella impeccabile di Grasso per LeU e quella troppo generica della Castellone per il M5S). Tal Parrini del Pd si arrampica sugli specchi spacciando quel voto eversivo per una disquisizione giuridica per “fare chiarezza con la Consulta”, non sapendo (o, peggio, ben sapendo) che è tutto chiarissimo: per la legge e la Cassazione, le chat sequestrate sui cellulari sono documenti e non corrispondenza e l’immunità parlamentare vale per i parlamentari, non per gli amici che chattano con loro. E il Senato non ha chiesto chiarimenti alla Consulta: ha votato la relazione di FI che accusa la Procura di Firenze di violare la Costituzione.
Per il resto il Senato pare quel vecchio spot dei preservativi, col professore che ne sventola uno in classe chiedendo di chi è e tutti gli allievi rispondono “È mio!”. Il leghista dice che la Lega non difende Renzi, ma la Costituzione, perché i giudici cattivi perseguitano anche il povero Salvini. La forzista dice che FI non difende Renzi, ma la Costituzione, perché i giudici cattivi perseguitano anche il povero Silvio. Il fratello d’Italia dice che FdI non difende Renzi, ma la Costituzione, perché vabbè, i giudici cattivi non hanno ancora fatto nulla alla povera Meloni, ma un cronista cattivo le ha chiesto se ha vaccinato la figlia e con quella “domanda impertinente e fuori luogo ha violentato una madre!”. Una scena strepitosa, che mescola vergogna e ridicolo in un’aula che ha smarrito l’una e l’altro. La perfetta natura morta di una casta autistica e interessata solo alla sua impunità di gregge, che si esibisce davanti a un Paese terrorizzato dal caro bollette, dagli stipendi da fame e dalle conseguenze della crisi ucraina. Una banda larga che, se non avesse tutta la stampa dalla sua, starebbe già rimpiangendo le monetine all’hotel Raphael.

mercoledì 23 febbraio 2022

Articolo illuminante

 

Matteo come Silvio: nel 2011 stesso voto su Ruby e Mubarak

IL CASO B. - Il conflitto d’attribuzione tra poteri dello Stato era già stato sollevato da Silvio, nell’aprile 2011. L’allora presidente del Consiglio era sotto inchiesta, accusato di prostituzione minorile e (soprattutto) di concussione, per aver fatto pressioni, nella notte, sui dirigenti della Questura di Milano affinché liberassero “la nipote di Mubarak” fermata per furto

DI GIANNI BARBACETTO 

Matteo Renzi non ha inventato niente: il conflitto d’attribuzione tra poteri dello Stato (che ha voluto oggi per far sparire dall’inchiesta Open alcuni suoi messaggi whatsapp che in verità erano stati trovati nel telefonino dell’imprenditore Vincenzo Manes) era già stato sollevato, nell’aprile 2011, da Silvio Berlusconi. L’allora presidente del Consiglio era sotto inchiesta per il caso Ruby, accusato di prostituzione minorile e (soprattutto) di concussione, per aver fatto pressioni, nella notte, sui dirigenti della Questura di Milano affinché liberassero “la nipote di Mubarak” fermata per furto. Mentre “bunga-bunga” diventa l’espressione italiana più citata nel mondo, Berlusconi e i suoi avvocati cercano il modo per bloccare il processo. Se ne incaricano i tre capigruppo della maggioranza, Fabrizio Cicchitto (Forza Italia), Marco Reguzzoni (Lega) e Luciano Sardelli (Gruppo misto) che mandano una letterina all’allora presidente della Camera, Gianfranco Fini. Gli chiedono di sollevare conflitto di attribuzioni fra i poteri dello Stato “a tutela delle prerogative della Camera”, contro l’invasione di campo della magistratura. I tre capigruppo sostengono che il loro capo non può essere processato da un tribunale normale, ma solo dal Tribunale dei ministri, perché il più grave reato contestato (la concussione) è stato (eventualmente) commesso da Berlusconi come presidente del Consiglio: ha chiamato i funzionari della Questura per evitare una grave crisi internazionale, poiché era convinto che Ruby fosse “la nipote di Mubarak”. “All’Organismo parlamentare non può essere sottratta una propria autonoma valutazione sulla natura ministeriale o non ministeriale dei reati oggetto di indagine giudiziaria”, scrivono i tre. E la Camera aveva già deciso che il reato era ministeriale: con la famosa votazione in cui, galvanizzata dalle ardite parole dell’avvocato-parlamentare Maurizio Paniz, l’aula aveva mostrato di credere che Karima El Mahrough in arte Ruby Rubacuori (marocchina) fosse davvero la nipote di Mubarak (egiziano). I magistrati di Milano erano andati avanti a sostenere che il reato eventualmente commesso non era affatto ministeriale, ecco allora intervenire i tre capigruppo, a chiedere l’intervento della Corte costituzionale.

“Si sono esposti al ridicolo di fronte al mondo”, dichiarò allora il dem Dario Franceschini, “sostenendo che si tratti di un reato ministeriale perché il presidente del Consiglio avrebbe detto che credeva che Ruby fosse la nipote di Mubarak”. La Corte costituzionale il 6 luglio 2011 dichiarò ammissibile il conflitto sollevato dalla Camera. Ma il 14 febbraio 2012 arrivò, con un comunicato di due righette, la decisione dei giudici: “In relazione al conflitto sollevato dalla Camera dei deputati nei confronti della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano e del Giudice per le indagini preliminari presso lo stesso Tribunale, la Corte ha respinto il ricorso”.

Un conflitto d’attribuzione davanti alla Consulta fu sollevato anche dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per impedire che la Procura di Palermo utilizzasse nel processo sulla trattativa Stato-mafia le intercettazioni a Nicola Mancino in cui era stata registrata anche la sua voce. La Corte nel 2013 gli diede ragione e quelle telefonate furono distrutte. Nel 2014 diede ragione alla presidenza del Consiglio contro i magistrati che avevano indagato e processato gli agenti segreti accusati del sequestro a Milano dell’imam egiziano Abu Omar. I condannati, tra cui Niccolò Pollari e il suo braccio destro Marco Mancini, furono dichiarati improcessabili per segreto di Stato.

Lettino

 


Robecchi

 

Salario minimo Si discute sui 9 euro lordi all’ora. Come se fossero “troppi”
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Siccome ci travolge l’infinitamente grande, la guerra eccetera, occupiamoci dell’infinitamente piccolo: un euro, un euro e mezzo. Lo so, è volgare parlare di soldi, e questa è una cosa che dicono soprattutto quelli che i soldi ce li hanno. Ma approfittiamo per una volta del fatto che la politica – cioè, pardon, i partiti – avranno a che fare con gli spiccioli, contanti, calcolati al millimetro, insomma con la vita reale della gente misurata in termini di budget di sopravvivenza.
Non si parla, per una volta, dei millemila miliardi luccicanti che dovrebbero pioverci addosso secondo la narrazione corrente, ma della differenza tra 9 euro lordi all’ora (proposta del ddl Catalfo) e le offerte “a scendere” delle forze politiche, tutte o quasi, con emendamenti molto somiglianti che puntano a togliere dalla legge una piccola frasetta, questa: “E comunque non inferiore a 9 euro all’ora al lordo degli oneri contributivi e previdenziali”. Lega, Forza Italia e Pd uniti nella lotta. In poche parole si vuole togliere il cartellino del prezzo. Si accetta l’idea che finalmente anche in Italia, come quasi ovunque, non si possa guadagnare meno di una certa cifra, e il problema – ovvio – diventa la cifra.
Tanto per capire di quante vite si sta discutendo, ci sono almeno quattro milioni e mezzo di persone che guadagnano meno di nove euro lordi all’ora (lo dice l’Inps) e fissando quella soglia, quasi il 30 per cento dei lavoratori dovrebbe avere un aumento (questo lo dicono gli esperti del ministero del Lavoro). Segue il pianto solito di Confindustria: il salario minimo a nove euro lordi costerebbe alle imprese più di sei miliardi, tra tempi pieni, part-time, tenendo fuori il settore agricolo e quello domestico. Insomma, troppo: porterebbe il salario minimo italiano (quasi) al livello di quelli europei, appena sotto Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi e Regno Unito. Chi vi credete di essere, un tedesco? Troppi soldi, sacrilegio.
Ora è probabile che si arriverà a infinite schermaglie sui centesimi, cioè i conti della serva, e la faccenda diventerà una battaglia di cifre, sistemi di calcolo, questioni politiche, mostrare muscoli ed esibire studi e grafici. Insomma, si litigherà molto su quell’euro e mezzo di differenza, perché le cifre che emergono nello stanco ribollire del dibattito politico partono da sette euro lordi l’ora fino ai nove previsti dal ddl. È un gioco a chi offre di meno.
Lasciamo dunque la faccenda alle schermaglie parlamentari, agli emendamenti, alle commissioni che dovrebbero riunirsi eccetera eccetera, non è difficile capire come andrà a finire: nove euro lordi l’ora verranno considerati una sciccheria, un lusso che il nostro sistema economico non può permettersi. Si parla di strumenti di verifica e controllo, di commissioni congiunte tra imprese e lavoratori (il che apre il fronte delle rappresentanze sindacali), addirittura sedute ai tavoli del Cnel, per decidere quanto vale, come minimo, un’ora di lavoro. Una cosa che rende piuttosto plastico e simbolico il vecchio detto “stare dalla parte dei lavoratori”. Di quanto? Di un euro? Due? Quanto si limerà da quei nove euro? Quando si avrà il coraggio di dire: “No, con nove euro all’ora guadagnerebbero troppo!”. La partita è solo all’inizio, sui centesimi di lavoro, di tempo, di vite, si formeranno forse inedite maggioranze, lunghe discussioni, trappole e trucchetti. Uno spettacolo interessante per quasi cinque milioni di italiani, che poi, magari, andranno anche a votare.

martedì 22 febbraio 2022

Raggelante

 


E' tipico di quest'epoca rallegrarsi per una distorsione del bello come questa notizia infonde in chi, come me, fermamente crede nel rispetto dei luoghi. Chiaramente siamo in tanti su questo meraviglioso pianeta, e aborro l'idea del turismo d'élite; ma rallegrarsi per aver portato due milioni di persone a gustare il nulla in luoghi che naturalmente e storicamente richiedono come unica garanzia per infondere beltà, il silenzio e la pace, è quanto di più sciocco si possa organizzare in nome del lucro. 

Cosa avranno portato a casa quei due milioni di esseri umani dalle Cinque Terre? La focaccia a tre euro? I tripli turni al ristorante? Il mito del cesso libero? La differenziazione del prezzo della lattina di birra tra indigeno e turista? Lo scontrino inviato per cerbottana? La notte trascorsa in cantina e pagata come una suite (ciao fattura)?

Come non comprendere che ammassare turisti che a malapena intravedono il mare, avvierà  un'autodistruzione di luoghi e immagini? 

La soavità dell'arte sia essa naturale che umana è inversamente proporzionale al bieco arricchimento di pochi e all'intruppamento di molti, appagante l'oramai pensiero comune che l'aumento delle presenze sia conferma di successo. Tutt'altro. Mandrie di ciacolanti invasati non possono che nuocere alla bellezza, di luoghi e arte. Pervicacemente dobbiamo sottostare alla legge comune del tutto e subito, della catena di montaggio, del "presto andate via che arrivano altri!"; con buona pace del rispetto e dell'unicità di luoghi nati per infondere pace e quiete nell'intimo, anticamera per poter assaporare e degustare una ricchezza che se ne infischia dei grandi numeri: la bellezza. 

Andrea e la Calenda

 

Calenda, leader solo di se stesso eppure trattato da Churchill
di Andrea Scanzi
Carlo Calenda è un personaggio costantemente tragicomico a sua insaputa. Lo è nelle fattezze da fumetto disegnato maluccio, lo è in quel che dice e in come lo dice. E lo è nella sistematica sopravvalutazione che gli altri hanno di lui. In un Paese normale, ogni volta che parla Calenda, al massimo gli verrebbe dato lo stesso peso che merita un tweet di Marika Fruscio. Da noi no: parla Calenda e sembra quasi che abbia proferito verbo Churchill. Lo scorso weekend, alla presenza di se stesso, il tenero Calenda si è incoronato da solo e si è fatto i
complimenti
per il coraggio. Pare che poi si sia pure incoronato davanti allo specchio per poi invadere la Polonia nel metaverso ascoltando Wagner, ma su questo i politologi si dividono. All’interno della sua divertentissima assise, Calenda ha ovviamente dileggiato chiunque non gli piaccia e ha dettato la linea al mondo. Il solito film: il tenero Calenda ha perso ogni battaglia combattuta, senza spinte generose dall’alto (da lui stesso correttamente ammesse) non avrebbe mai avuto questa visibilità e nell’immaginario pubblico coincide con il personaggio caricaturale interpretato da Crozza. Eppure lui continua a dare consigli a tutti, sentendosi forse (cantava qualcuno) come Gesù nel tempio.
Le sue ultime sparate generano molta ilarità e (di rimbalzo) qualche preoccupazione. L’ilarità è molteplice. Calenda ha detto che porterà il partito al 20% e poi lo lascerà agli altri (poi però si è svegliato tutto sudato). Quindi ha ordinato a Pd, Lega e Forza Italia come muoversi, sebbene Calenda vanti (?) un decimo dei voti dei primi due e un quinto dei berlusconiani. L’uomo che sussurrava ai cigni e prendeva sberle da Martelli ha poi raggiunto l’azimut del delirio quando è arrivato a dire che Renzi è stato il miglior presidente del Consiglio dai tempi di De Gasperi. Per molto meno ho visto gente ricoverata in manicomio, e verosimilmente dopo una frase così anche Basaglia avrebbe vacillato. Il tenero Calenda, forte di quella sua presenza scenica da Moncler contraffatto e di quella dizione coatta da Mario Brega che vorrebbe esser “fero” ma è solo “piuma”, rimane quel personaggio controverso genialmente riassunto da Claudio Martelli: “Calenda resta il cortigiano cafone che è sempre stato. Chi lo conosce lo evita”. Amen.
C’è però anche un elemento tragico, in questo Martufello che si crede Adenauer. Una componente inquietante che non dipende tanto da lui, quanto da chi lo ascolta e gli dà pure credito. A sentirlo parlare, rapiti da cotanta banalità greve, c’erano Giorgetti, Tajani (va be’) e Letta. Ecco: Letta. Il segretario Pd continua a dare per assodata l’alleanza con i 5 Stelle, ma al tempo stesso lavora per inglobare Calenda e Renzi (chiedo scusa per la ripetizione), ovvero due soggetti secondo i quali i grillini sono un mix tra il sottosviluppo mentale e l’Armageddon. Letta, su Calenda, è arrivato a dire: “Sono sicuro che insieme faremo grandi cose per il futuro del nostro Paese, che insieme senza ambiguità vinceremo le Politiche del 2023 e dopo il voto daremo un governo riformista, democratico ed europeista eletto dai cittadini per rendere la politica al servizio del nostro Paese”. Un discorso allucinante, che cela però la solita gran voglia di centro e restaurazione. Di più: l’idea della politica-grappa, dentro la quale – come nel processo di distillazione dell’acquavite – togli la testa e la coda (Meloni e 5 Stelle) e lasci solo il centro. E il centro, qui, è ovviamente un Draghi eterno. Condoglianze.

Marco e la Calenda

 

Non c’è campo
di Marco Travaglio
Dopo che Calenda ha vinto a sorpresa il congresso di Azione (un capolavoro della suspense che ha tenuto tutti col fiato sospeso come non accadeva dai tempi di Profondo rosso) e, dall’alto del suo 2%, ha intimato al Pd di schifare il 15-16% dei 5Stelle (con i quali è al governo da un anno a sua insaputa), si è riaperto l’arrapante dibattito sulle alleanze per le prossime elezioni. Dibattito reso inutile e pure ridicolo dalla legge proporzionale prossima ventura, che imporrà alleanze dopo le elezioni, non prima. Secondo i giornaloni, i 5Stelle sarebbero allarmatissimi dalla prospettiva che Letta jr. li escluda dal suo “campo largo” perché Calenda e Renzi, noti frequentatori di se stessi, non li vogliono e perché Franceschini e Bettini si sono incapricciati della Lega. Noi, al posto dei 5Stelle, saremmo entusiasti dell’Union Sacrée “tutti contro Conte”: le ammucchiate portano voti a chi non ne fa parte. E il M5S, come FdI, guadagna voti quando è solo contro tutti e li perde quando si avvicina troppo agli altri. Allearsi ha un senso se serve a fare qualcosa. Il M5S l’ha fatto con la Lega e poi col Pd, perdendo metà dei consensi, ma realizzando gran parte del suo programma. Ora la domanda è: allearsi col Pd per fare cosa? Per salvare Renzi dal processo Open?
Nel 2019, quando Zingaretti entrò nel Conte-2, accettò il programma progressista dei 5Stelle, che costrinsero il Pd a fare le prime cose di sinistra della sua storia. Ma ora il Pd, con Letta jr., è tornato quello di sempre: il partito del potere per il potere che non ha idee perché, appena gliene viene una, si spacca in otto correnti. Infatti adotta la tecnica anti-orso: fingersi morto per sopravvivere. E va d’accordo con chiunque non ha idee se non quella di restare al governo a ogni costo: FI, Lega giorgettiana, Iv, Azione e altri centrini. Ma entra in conflitto con chi ne ha (giuste o sbagliate, non importa): Conte, Salvini e Meloni. Il “campo largo” lettiano prescinde da tutte le idee, salvo quella di governare anche nella prossima legislatura, magari usando ancora Draghi come taxi, senza il fastidio di vincere le elezioni. Nella migliore tradizione della casa: da quando nacque nel 2007, il Pd non ne ha mai vinta una, eppure ha governato con Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte e Draghi. Gli elettori Pd non ci fanno più caso. Ma gli elettori M5S sono molto esigenti e per metà si astengono dal 2019 in attesa di sapere quanto innovativo sarà il programma di Conte. Salario minimo, ambientalismo spinto, fine delle discriminazioni più odiose tipo Super green pass, altre scelte intransigenti: questo si attendono da Conte. Il loro ritorno alle urne sarà inversamente proporzionale alla vicinanza dei 5Stelle al draghismo e al “campo largo”. Che poi è un camposanto.