martedì 22 febbraio 2022

Andrea e la Calenda

 

Calenda, leader solo di se stesso eppure trattato da Churchill
di Andrea Scanzi
Carlo Calenda è un personaggio costantemente tragicomico a sua insaputa. Lo è nelle fattezze da fumetto disegnato maluccio, lo è in quel che dice e in come lo dice. E lo è nella sistematica sopravvalutazione che gli altri hanno di lui. In un Paese normale, ogni volta che parla Calenda, al massimo gli verrebbe dato lo stesso peso che merita un tweet di Marika Fruscio. Da noi no: parla Calenda e sembra quasi che abbia proferito verbo Churchill. Lo scorso weekend, alla presenza di se stesso, il tenero Calenda si è incoronato da solo e si è fatto i
complimenti
per il coraggio. Pare che poi si sia pure incoronato davanti allo specchio per poi invadere la Polonia nel metaverso ascoltando Wagner, ma su questo i politologi si dividono. All’interno della sua divertentissima assise, Calenda ha ovviamente dileggiato chiunque non gli piaccia e ha dettato la linea al mondo. Il solito film: il tenero Calenda ha perso ogni battaglia combattuta, senza spinte generose dall’alto (da lui stesso correttamente ammesse) non avrebbe mai avuto questa visibilità e nell’immaginario pubblico coincide con il personaggio caricaturale interpretato da Crozza. Eppure lui continua a dare consigli a tutti, sentendosi forse (cantava qualcuno) come Gesù nel tempio.
Le sue ultime sparate generano molta ilarità e (di rimbalzo) qualche preoccupazione. L’ilarità è molteplice. Calenda ha detto che porterà il partito al 20% e poi lo lascerà agli altri (poi però si è svegliato tutto sudato). Quindi ha ordinato a Pd, Lega e Forza Italia come muoversi, sebbene Calenda vanti (?) un decimo dei voti dei primi due e un quinto dei berlusconiani. L’uomo che sussurrava ai cigni e prendeva sberle da Martelli ha poi raggiunto l’azimut del delirio quando è arrivato a dire che Renzi è stato il miglior presidente del Consiglio dai tempi di De Gasperi. Per molto meno ho visto gente ricoverata in manicomio, e verosimilmente dopo una frase così anche Basaglia avrebbe vacillato. Il tenero Calenda, forte di quella sua presenza scenica da Moncler contraffatto e di quella dizione coatta da Mario Brega che vorrebbe esser “fero” ma è solo “piuma”, rimane quel personaggio controverso genialmente riassunto da Claudio Martelli: “Calenda resta il cortigiano cafone che è sempre stato. Chi lo conosce lo evita”. Amen.
C’è però anche un elemento tragico, in questo Martufello che si crede Adenauer. Una componente inquietante che non dipende tanto da lui, quanto da chi lo ascolta e gli dà pure credito. A sentirlo parlare, rapiti da cotanta banalità greve, c’erano Giorgetti, Tajani (va be’) e Letta. Ecco: Letta. Il segretario Pd continua a dare per assodata l’alleanza con i 5 Stelle, ma al tempo stesso lavora per inglobare Calenda e Renzi (chiedo scusa per la ripetizione), ovvero due soggetti secondo i quali i grillini sono un mix tra il sottosviluppo mentale e l’Armageddon. Letta, su Calenda, è arrivato a dire: “Sono sicuro che insieme faremo grandi cose per il futuro del nostro Paese, che insieme senza ambiguità vinceremo le Politiche del 2023 e dopo il voto daremo un governo riformista, democratico ed europeista eletto dai cittadini per rendere la politica al servizio del nostro Paese”. Un discorso allucinante, che cela però la solita gran voglia di centro e restaurazione. Di più: l’idea della politica-grappa, dentro la quale – come nel processo di distillazione dell’acquavite – togli la testa e la coda (Meloni e 5 Stelle) e lasci solo il centro. E il centro, qui, è ovviamente un Draghi eterno. Condoglianze.

Marco e la Calenda

 

Non c’è campo
di Marco Travaglio
Dopo che Calenda ha vinto a sorpresa il congresso di Azione (un capolavoro della suspense che ha tenuto tutti col fiato sospeso come non accadeva dai tempi di Profondo rosso) e, dall’alto del suo 2%, ha intimato al Pd di schifare il 15-16% dei 5Stelle (con i quali è al governo da un anno a sua insaputa), si è riaperto l’arrapante dibattito sulle alleanze per le prossime elezioni. Dibattito reso inutile e pure ridicolo dalla legge proporzionale prossima ventura, che imporrà alleanze dopo le elezioni, non prima. Secondo i giornaloni, i 5Stelle sarebbero allarmatissimi dalla prospettiva che Letta jr. li escluda dal suo “campo largo” perché Calenda e Renzi, noti frequentatori di se stessi, non li vogliono e perché Franceschini e Bettini si sono incapricciati della Lega. Noi, al posto dei 5Stelle, saremmo entusiasti dell’Union Sacrée “tutti contro Conte”: le ammucchiate portano voti a chi non ne fa parte. E il M5S, come FdI, guadagna voti quando è solo contro tutti e li perde quando si avvicina troppo agli altri. Allearsi ha un senso se serve a fare qualcosa. Il M5S l’ha fatto con la Lega e poi col Pd, perdendo metà dei consensi, ma realizzando gran parte del suo programma. Ora la domanda è: allearsi col Pd per fare cosa? Per salvare Renzi dal processo Open?
Nel 2019, quando Zingaretti entrò nel Conte-2, accettò il programma progressista dei 5Stelle, che costrinsero il Pd a fare le prime cose di sinistra della sua storia. Ma ora il Pd, con Letta jr., è tornato quello di sempre: il partito del potere per il potere che non ha idee perché, appena gliene viene una, si spacca in otto correnti. Infatti adotta la tecnica anti-orso: fingersi morto per sopravvivere. E va d’accordo con chiunque non ha idee se non quella di restare al governo a ogni costo: FI, Lega giorgettiana, Iv, Azione e altri centrini. Ma entra in conflitto con chi ne ha (giuste o sbagliate, non importa): Conte, Salvini e Meloni. Il “campo largo” lettiano prescinde da tutte le idee, salvo quella di governare anche nella prossima legislatura, magari usando ancora Draghi come taxi, senza il fastidio di vincere le elezioni. Nella migliore tradizione della casa: da quando nacque nel 2007, il Pd non ne ha mai vinta una, eppure ha governato con Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte e Draghi. Gli elettori Pd non ci fanno più caso. Ma gli elettori M5S sono molto esigenti e per metà si astengono dal 2019 in attesa di sapere quanto innovativo sarà il programma di Conte. Salario minimo, ambientalismo spinto, fine delle discriminazioni più odiose tipo Super green pass, altre scelte intransigenti: questo si attendono da Conte. Il loro ritorno alle urne sarà inversamente proporzionale alla vicinanza dei 5Stelle al draghismo e al “campo largo”. Che poi è un camposanto.

Grande Michele!


L’amaca
Cliccando cliccando
di Michele Serra
Dev’essere esaltante diventare un leader molto seguito, e un grande manipolatore, senza percorrere alcuno degli iter consueti. Senza essere un politico, un intellettuale, una star mediatica di vecchio tipo (anchorman, rockstar) o di nuovo tipo (influencer), un predicatore, un capo spirituale, un famoso manager, un inventore, un grande boss del crimine. Senza nemmeno il bisogno di un nome e di un cognome, e anzi mettendo a profitto tutti i vantaggi dell’anonimato: zero responsabilità personali, zero conseguenze pubbliche, solamente il piacere, in purezza, di verificare ogni giorno che milioni di persone credono ciecamente in quello che dici.
Scoperti grazie a una complicata e lunga indagine di linguistica forense, un americano e un sudafricano sarebbero la “mente” di QAnon, la setta complottista, con milioni di seguaci, convinta che il mondo sia governato da un Deep State devoto a Satana, i cui membri bevono il sangue dei bambini. Chi volesse sorridere sul fenomeno (effettivamente anche comico) non dimentichi che QAnon ha avuto un ruolo non secondario nell’elezione di Trump, e due eletti al Congresso (trumpiani, ovviamente) si dicono «molto interessati» al verbo di QAnon.
Sarebbero dunque due Signor Nessuno, nelle loro stanzette, cliccando cliccando, aggregando e facendo lievitare paranoie e pregiudizi della gente comune, ad avere creato dal nulla questo mostro globale.
Non una centrale occulta, non un potere diabolico: due coglioni qualunque.

Non per essere apocalittico, ma non sarà l’intelligenza artificiale, a dominare il mondo. Basta e avanza la scemenza naturale. 

lunedì 21 febbraio 2022

Domandina



Premetto che questo ex kgb mi sta profondamente sul ciufolo, visto come ha profuso soprusi, annientamenti degli avversari, in puro stile dittatoriale. Ma mi domando una cosa: perché andargli a mettere la Nato - che oramai non serve più ad una mazza se non a spendere denari in frattaglie per far giocare a Risiko tanti inconcludenti e mocciosi guerrafondai - sotto casa e continuare a stuzzicarlo con quelle manovre congiunte che tanto ci rompono i coglioni? Perché quel sonnolento presidente americano per risalire la china stuzzica un violento come Putin? Siamo nuovamente al giro di boa in cui dovremmo consumare armi per la gioia delle industrie belliche? E un bel vaffanculo omnidirezionale no?

Ancora tu!



Questo continua a confondere la fisicità con la melodia, e a San Alocchino lo hanno pure premiato e li rappresenterà all’Eurofestival dove, pare, si presenterà nudo con un tizzone sparato nel pertugio, sperando nella giuria allocca!

La prenda filosoficamente!

 


Montanari!

 

La Firenze tradita e umiliata dal tappeto rosso per Minniti
DI TOMASO MONTANARI
Il 27 febbraio papa Francesco tornerà a Firenze, accolto da un convegno della Conferenza episcopale italiana intitolato al “Mediterraneo frontiera di pace”, pensato in esplicita continuità con i Convegni del Mediterraneo che Giorgio La Pira – sindaco santo e padre costituente – organizzò a Firenze dalla seconda metà degli anni Cinquanta. Quei convegni, irrisi dai protagonisti della Realpolitik, erano un segno profetico: la fede nel Dio di Abramo diventava protagonista nella tessitura di una pace che univa ebrei, cristiani, musulmani in un dialogo fondato sulla dignità della persona umana, segno potente contro la volontà di potenza e la corsa agli armamenti.
E oggi? Oggi c’è Marco Minniti, che chiuderà la sezione IV del convegno, quella intitolata alle “migrazioni tra le sponde del Mar Mediterraneo. Come le città possono contribuire nella definizione di nuove politiche migratorie e collaborare per un effettivo rispetto dei diritti umani fondamentali”. Sembra un’invenzione di Crozza (il cui meraviglioso Minniti gridava: “non possiamo lasciare il fascismo ai fascisti!”), ma è tutto vero.
Minniti oggi presiede la Fondazione MedOr, che “condivide e fa propri i valori del Socio Fondatore Leonardo”: Leonardo, l’industria che è tra i primi quindici produttori di armi al mondo. Basterebbe questo a chiedersi cosa c’entri Minniti con un profeta del disarmo come La Pira. Ma chi non ricorda le scelte e le responsabilità del Minniti ministro?
Costruttore di poderosi “muri” contro i migranti, distruttore dei loro diritti, artefice del Memorandum d’intesa con la Libia grazie al quale rinchiudiamo in mostruose carceri e condanniamo a torture indicibili chi prova a varcare quel “Mediterraneo frontiera di pace” celebrato dal convegno fiorentino. I muri costruiti da Minniti erano immateriali, ma non per questo meno efficaci: quando, nel 2017, fu varato il decreto Minniti-Orlando, a dirlo fu il presidente dell’Associazione studi giuridici sull’Immigrazione Lorenzo Trucco: «ci sono tanti modi per fare i muri: con il calcestruzzo o con le norme. Rendo tutto molto difficile, con pochi controlli giurisdizionali, tolgo un secondo grado di giudizio, eccetera. Non c’è nulla che va a rafforzare la tutela dei diritti su persone assolutamente deboli. Qui è in atto una separazione tra persone: i migranti non avranno gli stessi diritti degli altri, e tutto ciò è codificato”. Davvero una legge secondo il pensiero di Giorgio La Pira!
Minniti aprì una strada terribile: “Ha iniziato a ostacolare le attività di salvataggio condotte dalle Ong, imponendo loro la firma di un codice di condotta assai restrittivo. Oltre a indurre alcune organizzazioni a ritirare le proprie imbarcazioni, ha dato avvio a una polemica rapidamente degenerata nella criminalizzazione delle stesse iniziative umanitarie” (così il costituzionalista Francesco Pallante). Su quella strada si sarebbe presto incamminata la destra estrema: “C’è una continuità in termini di progetto politico, nel senso che i decreti Minniti-Orlando hanno aperto la strada alla recrudescenza di Salvini. Perché nel momento in cui si è iniziato a derogare alle garanzie fondamentali delle persone, in questo caso i richiedenti asilo, automaticamente, colui che è venuto dopo, cioè Salvini, non poteva che proseguire su quella strada” (così Antonello Ciervo, avvocato dell’Asgi).
Per non ritenere opportuno che proprio la Firenze città di pace si affidi a Minniti, sarebbe bastato anche un altro passaggio terribile di quel decreto del 2017 che – scrisse Roberto Saviano – “ha toni razzisti e classisti. Per descriverlo in breve: i sindaci, per ripulire i centri storici delle città, avranno il potere di allontanare chiunque venga considerato ‘indecoroso’, non occorrerà che sia indagato o che abbia commesso un reato”. Un decreto contro i poveri, in nome del decoro e della bellezza: e qua davvero La Pira si rivolta nella tomba.
A fare gli onori del padrone di casa sarà Dario Nardella. Se il suo predecessore La Pira nel 1953 requisì le case sfitte per garantire “il diritto fondamentale del cittadino all’assistenza ed alla sicurezza individuale e familiare”, Nardella nel 2018 dichiarò invece di voler agire contro le “occupazioni abusive, soprattutto se molto impattanti, che colpiscono la proprietà privata o l’interesse pubblico… Uno degli errori della sinistra è stato quello di essere troppo ambigua sui temi della legalità e della sicurezza… completiamo con la polizia municipale lo smantellamento dell’accampamento abusivo in area privata”. Il vocabolario è impressionante. Per La Pira il fine è la persona umana: e la proprietà privata è un mezzo per costruire un’utilità sociale che ne promuovesse e sviluppasse la dignità. Per il sindaco di oggi tutto è ribaltato, tutto è al contrario: la tutela della proprietà privata è il fine ultimo, la sicurezza è garantita dalla polizia, l’ordine pubblico dalla sicurezza.
Da fiorentino vorrei dire a papa Francesco: la Firenze di La Pira non è mai stata così tradita e umiliata.