sabato 19 febbraio 2022

Riapertura (si scherza!)

 


L'Amaca

 

Il podio dei malmostosi
di Michele Serra
Dalle cronache della spedizione azzurra a Pechino emerge un tasso di litigiosità mai visto prima. Atlete contro atlete, atleti che si dichiarano vittime di regolamenti-truffa, allenatori ripudiati, dirigenti indignati, accorati interventi di madri, annunci di ritiro per incompatibilità ambientale.
Se ne possono trarre due conclusioni. La prima è che, rispetto al passato, siano peggiorate le condizioni di vita e di convivenza di chi scia e pattina, e siano aumentate, di conseguenza, le ragioni di attrito e di malcontento. La seconda (che mi sembra più in linea con i tempi) è che le ragioni di attrito e di malcontento siano più o meno quelle di sempre, come accade in ogni comunità promiscua; e che sia invece enormemente diminuita la capacità di sopportazione e di mediazione dei conflitti. Il tasso di suscettibilità è ai massimi storici, la capacità di incassare le offese, vere o presunte, ai minimi storici. Ciò che una volta sbolliva in mezza giornata oggi trova immediato sbocco sui social, ideali per fare di ogni pagliuzza una trave, e di ogni “io” una patria assediata.
Qualche atleta, forse più pensosa di altre e altri, non per caso attribuisce la ritrovata serenità, e la raggiunta concentrazione agonistica, all’astinenza dai social, sostituiti con un buon audiolibro. Pochi anni fa l’allenatore del Liverpool Jurgen Klopp disse, in chiave sportiva e forse non solo, che «la migliore decisione della mia vita è stata non essere sui social». Certo dispiace vedere persone che dovrebbero essere contente della propria vita (sono emerse tra mille e mille, fanno quello che amano fare) mostrarsi, come si dice a Milano, così malmostose. Hanno (quasi) tutto, tranne il tempo per accorgersene.

Il Pensiero di Eugenio

 

Che cosa è la vita piena
Interrogarci sull’anima significa pensare a un mondo senza di noi. E alla nostra idea di Dio Una riflessione del fondatore di Repubblica

di Eugenio Scalfari

Hai vissuto una vita piena se hai potuto realizzare te stesso al meglio delle tue capacità ed hai conosciuto amore e dolore accettando i tuoi limiti.
Naturalmente questa vita piena è tutt’altro che facile e semplice. Perché anche l’esistenza più ricca non può aggirare la presenza incombente della morte.
L’anima, cioè quella parte di noi che sente dentro di sé la capacità di esistere, nel rapporto con la morte ha davanti un problema di difficile soluzione, che è quello di Dio. Una questione che può provocare sofferenza, può generare dilemmi, ma che non possiamo aggirare. Perché sono proprio questi due elementi — la morte, il rapporto con il divino — a costituire il limite della nostra umanità. Si tratta insomma di spunti di riflessione imprescindibili, profondamente studiati dai pensatori di ogni tempo.
Un itinerario filosofico da cui è possibile approdare a diverse conclusioni. La prima è quella cartesiana del Cogito ergo sum, che abbraccia però anche l’idea di Dio. La seconda è considerare la vita come un elemento che accomuna tutte le creature viventi: persone, animali, piante. La terza è credere che Dio, cioè un’entità suprema e unica, sia artefice della propria e dell’altrui esistenza.
Arrivati fin qui, non possiamo sottrarci a una riflessione su un concetto anch’esso di importanza estrema: l’esistenza di Dio. L’uomo esiste senza Dio? In teoria potremmo affermare di sì ma c’è un’ulteriore domanda da porci: l’uomo può esistere senza la propria coscienza? La risposta, in entrambi i casi, è negativa: senza Dio non si esiste. E nemmeno senza la propria coscienza, cioè senza se stessi.
Abbiamo ipotizzato, dunque, sia l’esistenza di Dio che l’esistenza dell’uomo. E tuttavia questi due soggetti non hanno il medesimo valore: il mondo senza Dio è privo di qualunque possibilità; il mondo senza l’uomo può vivere lo stesso, così come può vivere con o senza animali, senza gli elementi fisici, geografici, climatici. Con l’assenza di questi elementi la vita è comunque possibile: senza Dio, invece, no.
Ma il nostro rapporto con il divino stimola anche ulteriori riflessioni. Come scrivevo ad esempio nel mio libro Incontro con Io , «potrebbe Dio sopprimere, nell’infinita onnipotenza della quale il nostro pensiero lo ha dotato, un qualsiasi atto accaduto nel corso del tempo? Può cioè Dio cambiare la storia avvenuta e rendere reversibili i processi temporali e il pensiero che li contiene?
Questa facoltà è negata al Dio che noi abbiamo pensato e creato. Egli può sospendere il tempo, privandoci della memoria; può espellerci dal flusso del tempo e lo fa infatti ogni volta che ci falcia con la morte; ma non può ordinare che un fatto avvenuto non sia avvenuto. Neppure il tempo — dice Pindaro — che ogni cosa genera / può fare che non siano più le opere / compiute, giuste o ingiuste, / se furono...
Dio è fuori dal tempo perché così abbiamo voluto che fosse non trovando noi altro attributo più confacente a definire la sua divinità; ma noi, sue creature, siamo interamente immersi in quel flusso inarrestabile che con noi è nato e con noi si dissolverà ».
Su questo, così come sul nostro ruolo nell’universo in rapporto alla divinità e alle altre forme di vita, dobbiamo continuare a riflettere.

Ennesima figuraccia!

 


di Andrea Scanzi

Ve la ricordate la staffetta inglese 4x100, quella che perse la medaglia d’oro per un centesimo? L’ennesima mazzata presa al fotofinish, sempre per mano dell’Italia. Molti tromboni britannici ci rimasero così male che cominciarono a spalare sterco a raffica su Jacobs, che secondo loro era per forza “dopato”. Quel che si dice “saper perdere”.
Ora, per loro, è arrivato il più brutale dei contrappassi. Il Tribunale Arbitrale dello Sport ha decretato la cancellazione della medaglia d’argento nella staffetta 4X100 alla Gran Bretagna, dopo la positività al doping di Cj Ujah.
Il dopato non era Jacobs: i dopati erano loro. Ops.

Vivo e vegeto!

 


Reduce dall'ipoacusica kermesse sanremese, dove i Brividi sono stati generati solo dalla pochezza musicale, attorniato sempre più dai martelli pneumatici di pseudo artisti evaporabili come la neve in un altoforno, sconsolato come se mi dovessi sottoporre ad un trattamento Ludovico con cuffie imposte per ascoltar Povia, rattristato come non mai da chi confonde le sette note con travestimenti e nudi idioti, ho avuto un impulso rigenerante pari alla corrente sparata nel corpo inanimato di Frankenstein, con tanto di commenti alla Gente Wilder "è vivo, vivo, vivo!!" nell'ascoltare l'ottimo album di Slash, "Four"; una conferma che il rock per grazie ricevuta è ancora tra noi, per redimere molti! Una chitarra poderosa, capace d'incunearsi in ogni dove, brani sfolgoranti di quella luce tipica del grande rock! Utile per risvegliare stimoli e rugiade da troppo tempo in soffitta a causa del nulla attorno a noi! Vamos Slash! 

Dialoghi

 


Paese meraviglioso