giovedì 14 ottobre 2021

Pirla

 


Anto'

 

Comica finale: Salvini che fa il pacificatore
di Antonio Padellaro
Come l’apprendista stregone dei cartoni animati (ma molto meno divertente), dopo avere sparso odio e zizzania in lungo e in largo per l’Italia, adesso Matteo Salvini chiede (senza ridere) a Mario Draghi “un piano di pacificazione nazionale”. Infatti, subito, nella veste pacificatrice, il leader della Lega di governo lancia un forte segnale distensivo: “Di alcuni ministri non mi fido”. Nel mirino, neanche a dirlo, i titolari del Viminale, Luciana Lamorgese, e della Sanità, Roberto Speranza. Insomma, il solito Salvini chiagni e fotti che sentendo puzza di sconfitta nella Capitale – dove il negazionista de noantri, Enrico Michetti si è assicurato i voti della Decima Mas – mette le mani avanti pronto a scaricare “sul clima infame creato a sinistra” un altro possibile tonfo della destra (notevole anche “il problema non è il fascismo”, come se l’assalto alla Cgil se lo fosse organizzato Landini). Purtroppo, anche per le pagliacciate è troppo tardi, perché le forze primordiali dell’internazionale complottista, a lungo eccitate, stuzzicate, titillate dal sovranismo del tanto peggio tanto meglio, una volta lasciate allo stato brado non le controlli più. Un fenomeno di autocombustione sociale che sul versante dell’ordine pubblico (dopo la disastrosa impreparazione di sabato scorso) sarà faticosamente messo sotto controllo. Ma che sul piano della disobbedienza civile sembra destinato a produrre danni non facilmente calcolabili. Speriamo tanto di sbagliarci, ma alla delicatissima scadenza del 15 ottobre (estensione del Green pass nei luoghi di lavoro) il governo sta dando l’impressione di essere arrivato in ordine sparso, senza una precisa strategia, privo di un piano B, fidando nell’improvvisazione e nello stellone nazionale. 

Come se si trattasse di gestire l’ordinaria amministrazione e non invece le conseguenze dei comportamenti di 2,5 milioni di lavoratori non vaccinati. Per esempio, la decisione di accollare allo Stato la spesa per i tamponi in alcuni comparti sensibili poteva essere una soluzione di buon senso. Ma se viene ventilata proprio alla vigilia dell’entrata in vigore delle nuove disposizioni trasmette inevitabilmente un senso di debolezza, e proprio quando si proclama la linea della fermezza. Un tentennare subito cavalcato negli scali marittimi, da Trieste in giù, da quei camalli rivoltosi che esigono l’immediata abolizione del Pass e minacciano scioperi a catena per bloccare il Paese. Una specie di ottobre rosso, ma stavolta nero. In questo fosco quadro, gli appelli di Salvini sono soltanto la comica finale.

Una grande Amaca!

 

L’amaca
Una strana idea di libertà
di Michele Serra
Azzardo una previsione, basata su una ormai lunga esperienza da italiano in Italia. Poiché quasi un quinto della popolazione non intende assolutamente vaccinarsi, ed è convinto che questo suo diritto sia molto più rilevante degli interessi e della sicurezza degli altri quattro quinti, il governo allenterà alcuni controlli, chiuderà un occhio su alcune inadempienze, renderà più blande alcune misure repressive.
Lo farà per allentare la tensione sociale, per evitare intoppi rilevanti ad alcune attività produttive (vedi i porti e il settore dei trasporti), per ovviare a controlli non sempre facili e non sempre chiari. Il principio è, grosso modo, lo stesso dei condoni edilizi e fiscali. Qualcuno, per esempio il Salvini, la chiamerà "pacificazione", nel nome di un elettorato (il suo) che considera ogni obbligo verso la comunità una dichiarazione di guerra ai suoi danni, e considera pace essere lasciato in pace.
Quanto a noi legalitari, vaccinati per senso civico prima ancora che per tutelare noi stessi, ci arrenderemo all’evidenza, e ci siamo abituati. In aggiunta alla consueta beffa di tirare la carretta anche per conto di chi ci guarda, beffardo, a braccia conserte, dovremo anche sorbirci i rimproveri dei "libertari", che ci considerano oppressori.
Come la studentessa No Vax di Bologna che in un comizietto ha lamentato, indignata, di essere stata esclusa da una lezione dal titolo "i diritti degli altri". Aveva capito che era dei suoi diritti, che si stava parlando. Non aveva capito che gli altri siamo noi. E sono i nostri diritti quelli che saranno sacrificati per consentire a quelli come lei di pontificare sulla libertà: la sua, non certo la nostra.

mercoledì 13 ottobre 2021

Lasciapassare



Con quella faccia può dire qualsiasi cosa, poverino! Ha il Fetecchia Pass!

Commozione

 


Un ottimo Robecchi

 

Gli storici in tv Dopo la scorpacciata di virologi, magari spiegano il fascismo
di Alessandro Robecchi
Coi virologi abbiamo dato, e se cominciassimo con gli storici? Intendo: se in ogni telegiornale, talk show, siparietto divertente, angolo delle interviste, documentario e Carosello, invece di un esperto di pandemie ci mettessimo qualcuno che ha studiato seriamente il famoso Ventennio? Ok, abbiamo fatto per quasi due anni una straripante, strabordante, spannometrica, lezione di virus. In tram senti signore che parlano di memoria cellulare o di affinità e divergenze tra AstraZeneca e noi, bene. Passiamo alla nostra storia, che ne dite? Ed ecco a voi il primario di Storia Contemporanea…
Se ci allontaniamo un po’, come prospettiva, dalla sede della Cgil di Roma (massima solidarietà) e vediamo le cose più ad ampio spettro, di lezioni di storia ne servirebbero un bel po’. Il discorso di Giorgia Meloni in Spagna, per esempio, ci rivela una folta platea sinceramente e devotamente franchista, dittatura molto amata dai fascisti nostrani della generazione Almirante, come anche i colonnelli greci (è gente che non si fa mancare niente, gli piaceva anche Pinochet). In Francia si litigano la palma di re della destra, in vista dell’Eliseo, madame Le Pen e monsieur Zemmour, come dire fascio e più fascio. Non va meglio nel resto d’Europa, sia a livello di governi (l’Ungheria di Orban e la Polonia che insegue), e non c’è paese che non abbia una formazione parafascista, fortemente nostalgica, a volte rappresentata alle elezioni; a volte dispersa in una galassia semiclandestina di gruppetti con la svastica tatuata su fronti “inutilmente spaziose”.
Se ne deduce che il “non conosco la matrice” (delle azioni squadriste di Roma, ndr) di Giorgia Meloni è un trucchetto ancor più patetico di “voglio vedere tutto il girato”. Quella matrice lì, con le croci celtiche, le svastiche, i boia chi molla e tutto il campionario, la riconosce anche un ripetente di seconda media, dunque quella della Meloni è una provocazione.
Detesto i paralleli storici, anche perché le cose non sono mai parallele, ma pensare che siamo nel 2021, cioè a un secolo esatto da fatti che somigliano a quelli di oggi, con gli arditi che attraversano indisturbati una città per andare a devastare la sede sindacale, beh, qualche brividino dovrebbe metterlo. Quindi uno storico ospite qui e là che ci dicesse come si arrivò a quella situazione, perché, come mai, quali furono le molle sociali, economiche, ideologiche, insomma, che ci faccia un ripassino, non sarebbe male. Magari che smonti il diffuso luogocomunismo fascista del “ha fatto anche cose buone”, o le agghiaccianti nostalgie repubblichine tanto in voga. Magari ci spiegherebbe – il nostro ipotetico storico diffuso – che il vittimismo era parte consistente nella costruzione del primo fascismo, e non sarebbe difficile ritrovare quel tratto nella difesa dei gerarchi di FdI e della Lega e nei titoli dei giornali della destra. Passare per vittime, insomma, è un tratto distintivo, e la vulgata di destra di questi giorni lo conferma. Non si tratta di cercare analogie, che è un giochetto facile, ma di individuare – appunto – la “matrice”, che è un imprinting ideologico. Giorgia Meloni non sa, o forse ha capito dopo, di aver dato un titolo perfetto al dibattito, e forse non troppo conveniente per lei. Perché se si cercano gli arditi, eccolì lì, già noti alle cronache, i Fiore, i Castellino, facile. Ma se si cerca davvero la matrice, la struttura ideologica, il dna storico-culturale, beh, si scopre facilmente che quello è l’album di famiglia di Giorgia, che la matrice è nota

L'Amaca

 

L’uomo che disturba i pompieri
di Michele Serra
Dopo i fatti di Roma, la pretesa del Salvini che non si parli affatto di fascismo, ma di «condanna della violenza politica da ogni parte provenga», ha qualcosa di veramente ottuso (dunque, di comico). È come se di fronte a un incendio qualcuno facesse presente ai pompieri che ci sono anche le alluvioni e i terremoti. Con l’idrante in mano, il pompiere risponderebbe: «Siamo d’accordo, buon uomo, ci sono anche le alluvioni e i terremoti. Ma questo è un incendio, dunque o ha intenzione di darci una mano a spegnerlo, oppure per cortesia si levi di torno, che impiccia».
Il problema del Salvini è che ha tanta energia e buona volontà, è un omone attivo, ancora quasi giovane: ma gli manca il ritmo. Non ha orecchio, direbbe Jannacci. Dice e fa spesso la cosa sbagliata nel momento sbagliato, come nella memorabile estate del Papeete (a proposito: ci sono passato, è un posto carino, speriamo riesca ad affrancarsi dal marchio, penalizzante, di club privé di un capoccia).
Nello specifico, poi, dire che «la violenza va condannata da ogni parte provenga» è, da parte del Salvini, un notevole autogol. Perché violenta è la sua comunicazione social, violente le sue citofonate, violenti i suoi esordi politici cantando Forza Etna, violenta la sua sbrigativa maniera di risolvere a frasette da due soldi i problemi del mondo, violento ostentare il rosario per autobenedirsi nei comizi, violento promuovere a eroe nazionale un poveretto che ha ammazzato un ladro.
Per parlare contro la violenza in modo così ecumenico bisogna essere Gandhi, o Capitini, o san Francesco. Le persone normali, come il Salvini, dovrebbero usare prudenza, e come prima cosa guardarsi allo specchio.