sabato 18 luglio 2020

Votate i fagioli!



Chissà se tra vent'anni questa foto non chiarisca agli storici del futuro, una volta per tutte, il fondamentale quesito "ma Trump era o no un gigantesco coglione?" 
Già ora non ho dubbi in merito e, grazie ad una spasmodica lettura onnivora, da molto tempo mi sono scrollato di dosso pure il paravento di mamma America che tanti ancora conservano. 
Il Presidente degli Stati Uniti di America, che molti ancor oggi ritengono essere l'uomo più potente del mondo, chissà come se la ridono al proposito i veri padroni del globo, ripreso davanti a dei fagioli. 
Non si era mai visto nei secoli precedenti una discesa agli inferi così fragorosa di colui che porta sempre con sé la valigetta in grado di farci scomparire, lui a dire il vero lo sta tentando di fare pure con le improvvide scelte pro Covid. 
Novembre è alle porte, il popolo americano tra strutti e popcorn avrà la possibilità di scacciare questo pagliaccio pericoloso dalla Casa Bianca. 
Speriamo che, al limite, eleggano i fagioli; sarebbe sempre meglio di ora.

Innervosente



Che c'azzecca?



venerdì 17 luglio 2020

Scena


La sera stava sopravanzando, la paglia rimpicciolendo, le note in AirPods del Boss trastullavano cuore e mente, i giardini sfiniti dalle minzioni canine non vedevano l’ora di riposare nella solitudine agognata dall’alba. Ad un certo punto, quasi che tristezza e desolazione si fossero date appuntamento, ecco apparire un uomo con in braccio una bimba, probabilmente sua figlia. Apparentemente appariva dimesso, con sguardo strano che, lo avrei capito dopo non molto, lasciava presagire un astio verso il marciare inalterabile delle lancette del tempo, una degustazione di quegli attimi che dovrebbe far scuola a chi, come me, sperpera troppo tempo, idealizzato nel lancio di tappi nella botte di whiskyeana memoria; costui si stringeva la bimba al cuore, sorridendo ogniqualvolta il volto della piccola gli si accostava agli atri vitali, quasi fosse un innesco di default. La musica in coclee ostacolava la comprensione dell’inusuale e non per questo desolante attimo di quotidianità in pubblico giardino; tolti gli auricolari mi è stato chiaro del perché di quelle affettuosità attaccanti l’animo di un casuale spettatore come me: dietro di lui, a circa un centinaio di metri, era seduta su una panchina una giovane donna in jeans e maglietta bianca, con la carrozzina vuota a certificare un ruolo ben definito nel proscenio. Sbraitava, bestemmiando pure, all’indirizzo dell’uomo, gracchiandogli che erano già le nove di sera, che era tardi, che era stufa. L’uomo, ritornando da lei con un passo rallentato, tipo sbarco sulla Luna, non diceva nulla, proiettato probabilmente già al futuro incontro con la bimba, e dopo averla rimessa seduta nel passeggino, senza salutare la ragazza, si è incamminato per una destinazione diversa da loro, mentre la bimba lo guardava silente ed imbronciata innaturalmente e, probabilmente, inerme sconfitta di questa scena di cui non m’importa conoscere cause e motivi.

Niente di eclatante...per ora!



Ma non mi dire... certo che è un caso, che nessuno è indagato dei noti, che “Lui” non è neanche citato... però! Altro che mojito ci vorranno!

Lettera di Sansa


Vamos!

LA LETTERA - FERRUCCIO SANSA - AI LETTORI DEL “FATTO”
“Mi candido con ideali concreti per il centrosinistra del futuro”

di Ferruccio Sansa

Da ragazzi ci arrampicavamo sul masso più alto della scogliera. Erano giorni di luglio come questi, qui a Genova. Arrivati in cima, senza pensarci ci buttavamo nel vuoto. Saranno stati dieci metri di volo. Ma appena lasciata la roccia capivi che ormai ti eri tuffato, eri sospeso nell’aria. Non c’era verso di tornare indietro. Oggi mi sento così: mi sono candidato alle Regionali in Liguria, il salto è fatto.

Sono trent’anni che faccio il giornalista, non avrei potuto scegliere un altro lavoro. E nemmeno un altro giornale. Sono sempre stato convinto che il giornalista debba tracciare un limite invalicabile tra sé e il potere. Ho sempre cercato di coltivare la libertà e l’indipendenza dalla politica.

Ma allora, direte, ci sei cascato anche tu? Provo a raccontarvi. Nei mesi scorsi a Genova sono andati in tilt gli apparecchi per la radioterapia. I malati di cancro sono stati costretti a estenuanti pellegrinaggi in pullman per curarsi. Semplicemente perché non si era investito per comprare un apparecchio. Mentre la Regione ha speso un milione e mezzo per la pubblicità istituzionale. Quasi propaganda con soldi pubblici. Questa immagine, i malati stipati sul bus, mi è tornata in mente quando mi hanno offerto di candidarmi. Potevo dire di no, continuare a fare un lavoro che mi piace. Oppure tentare un’altra strada per cambiare le cose. È lo stesso pensiero che ho avuto di fronte all’emergenza Covid: a maggio la Liguria è stata la regione con il maggior numero di morti per abitanti. Un disastro che ha cause precise: la privatizzazione della sanità sul modello lombardo, l’abbandono della prevenzione e della medicina di base. Bisogna fare qualcosa, subito. E per sorte l’occasione è capitata a me.

Così, dopo vent’anni che scrivo inchieste contro la cementificazione, posso immaginare un piano di sviluppo a cemento zero che, però, punti risorse sul recupero e la riqualificazione delle periferie, dei borghi storici abbandonati. Ambiente e lavoro, insieme.

E i parchi naturali? Siamo l’unica regione che li ha tagliati, che ha bocciato l’istituzione del Parco Nazionale di Portofino, un gioiello che avrebbe portato 20 milioni di finanziamenti, centinaia di posti di lavoro.

In Liguria oggi si può avviare un esperimento e ritrovare il coraggio di pronunciare una parola: futuro. Si possono tenere fermi gli ideali, cercando di renderli concreti.

La Liguria – già in passato apripista in passaggi decisivi della vita italiana – può essere il luogo dove nasce un nuovo progetto politico di centrosinistra che non sia tenuto insieme da convenienza o disperazione. Ma da una visione condivisa del futuro. Forse proprio la Liguria può indicare la direzione a una maggioranza di governo in cerca di identità. Vinceremo? La partita è in salita. Ma le battaglie si fanno perché ci credi.

Bisognerà rimettere tutto in discussione. Capovolgere il senso delle parole di cui si è appropriato Salvini. La “sicurezza” non è di destra, perché sicurezza significa anche garanzia di assistenza sanitaria adeguata per tutti. Significa tutele per i lavoratori. Sicurezza è lotta all’emarginazione e diritto allo studio. Anche così si batte la delinquenza.

Nemmeno “l’identità” è di destra, perché la Liguria – ma il discorso vale per tutta l’Italia – non sono i tappeti rossi di cui è stata cosparsa la regione come fosse un circo. Identità è l’animo solidale di questa terra che non ha mai lasciato indietro gli ultimi.

Nemmeno l’economia, il favore per le imprese sono per forza di destra. Oggi ci si salva tutti o nessuno, lavoratori e imprenditori insieme. E il boom della green economy è un’occasione irripetibile per tenere insieme lavoro, impresa, ambiente e salute.

“Càndidati, dimostra che il centrosinistra può essere felice!”, mi ha detto un ragazzo in un bar dei caruggi. Ecco, questo: varcare i limiti del ruolo di giornalista e provare a vedere se, dopo aver criticato le malefatte degli altri, sapevamo davvero costruire una Liguria e un’Italia migliori. E per tutti.

Arrivederci ai colleghi del Fatto con cui ho condiviso un periodo unico. Non perdonatemi niente. Prendetemi a ceffoni se tradirò le promesse. E arrivederci ai lettori, senza di voi il nostro lavoro non esiste.

LA LETTERA - FERRUCCIO SANSA - AI LETTORI DEL “FATTO”
“Mi candido con ideali concreti per il centrosinistra del futuro”

di Ferruccio Sansa

Da ragazzi ci arrampicavamo sul masso più alto della scogliera. Erano giorni di luglio come questi, qui a Genova. Arrivati in cima, senza pensarci ci buttavamo nel vuoto. Saranno stati dieci metri di volo. Ma appena lasciata la roccia capivi che ormai ti eri tuffato, eri sospeso nell’aria. Non c’era verso di tornare indietro. Oggi mi sento così: mi sono candidato alle Regionali in Liguria, il salto è fatto.

Sono trent’anni che faccio il giornalista, non avrei potuto scegliere un altro lavoro. E nemmeno un altro giornale. Sono sempre stato convinto che il giornalista debba tracciare un limite invalicabile tra sé e il potere. Ho sempre cercato di coltivare la libertà e l’indipendenza dalla politica.

Ma allora, direte, ci sei cascato anche tu? Provo a raccontarvi. Nei mesi scorsi a Genova sono andati in tilt gli apparecchi per la radioterapia. I malati di cancro sono stati costretti a estenuanti pellegrinaggi in pullman per curarsi. Semplicemente perché non si era investito per comprare un apparecchio. Mentre la Regione ha speso un milione e mezzo per la pubblicità istituzionale. Quasi propaganda con soldi pubblici. Questa immagine, i malati stipati sul bus, mi è tornata in mente quando mi hanno offerto di candidarmi. Potevo dire di no, continuare a fare un lavoro che mi piace. Oppure tentare un’altra strada per cambiare le cose. È lo stesso pensiero che ho avuto di fronte all’emergenza Covid: a maggio la Liguria è stata la regione con il maggior numero di morti per abitanti. Un disastro che ha cause precise: la privatizzazione della sanità sul modello lombardo, l’abbandono della prevenzione e della medicina di base. Bisogna fare qualcosa, subito. E per sorte l’occasione è capitata a me.

Così, dopo vent’anni che scrivo inchieste contro la cementificazione, posso immaginare un piano di sviluppo a cemento zero che, però, punti risorse sul recupero e la riqualificazione delle periferie, dei borghi storici abbandonati. Ambiente e lavoro, insieme.

E i parchi naturali? Siamo l’unica regione che li ha tagliati, che ha bocciato l’istituzione del Parco Nazionale di Portofino, un gioiello che avrebbe portato 20 milioni di finanziamenti, centinaia di posti di lavoro.

In Liguria oggi si può avviare un esperimento e ritrovare il coraggio di pronunciare una parola: futuro. Si possono tenere fermi gli ideali, cercando di renderli concreti.

La Liguria – già in passato apripista in passaggi decisivi della vita italiana – può essere il luogo dove nasce un nuovo progetto politico di centrosinistra che non sia tenuto insieme da convenienza o disperazione. Ma da una visione condivisa del futuro. Forse proprio la Liguria può indicare la direzione a una maggioranza di governo in cerca di identità. Vinceremo? La partita è in salita. Ma le battaglie si fanno perché ci credi.

Bisognerà rimettere tutto in discussione. Capovolgere il senso delle parole di cui si è appropriato Salvini. La “sicurezza” non è di destra, perché sicurezza significa anche garanzia di assistenza sanitaria adeguata per tutti. Significa tutele per i lavoratori. Sicurezza è lotta all’emarginazione e diritto allo studio. Anche così si batte la delinquenza.

Nemmeno “l’identità” è di destra, perché la Liguria – ma il discorso vale per tutta l’Italia – non sono i tappeti rossi di cui è stata cosparsa la regione come fosse un circo. Identità è l’animo solidale di questa terra che non ha mai lasciato indietro gli ultimi.

Nemmeno l’economia, il favore per le imprese sono per forza di destra. Oggi ci si salva tutti o nessuno, lavoratori e imprenditori insieme. E il boom della green economy è un’occasione irripetibile per tenere insieme lavoro, impresa, ambiente e salute.

“Càndidati, dimostra che il centrosinistra può essere felice!”, mi ha detto un ragazzo in un bar dei caruggi. Ecco, questo: varcare i limiti del ruolo di giornalista e provare a vedere se, dopo aver criticato le malefatte degli altri, sapevamo davvero costruire una Liguria e un’Italia migliori. E per tutti.

Arrivederci ai colleghi del Fatto con cui ho condiviso un periodo unico. Non perdonatemi niente. Prendetemi a ceffoni se tradirò le promesse. E arrivederci ai lettori, senza di voi il nostro lavoro non esiste.

giovedì 16 luglio 2020

Chissà perché!



La moglie dell’antropologo ed esploratore Peter Freuchen, qui ritratta assieme al marito nel 1947, ha sempre vissuto una vita tranquilla, non essendo mai stata importunata da nessuno, anche se era sua abitudine lasciare la porta di casa aperta, con i gioielli ben in vista.