sabato 11 luglio 2020

Memorandum pro Mortadella 1


Per la serie “che cosa è il Giornalismo”
Spero che Mortadella lo legga con attenzione

venerdì 10/07/2020
Promemoria/1

di Marco Travaglio

Romano Prodi, alla festa del quotidiano che in tempi ormai remoti fu la palestra dell’antiberlusconismo, in piena sindrome di Stoccolma, assicura che non avrebbe nulla in contrario a un governo con Silvio Berlusconi e tutta Forza Italia, perché “la vecchiaia porta saggezza”. Non specifica se la porti a lui o a B.. Ma, a parte l’età (che non è sinonimo di amnistia o prescrizione) e la saggezza (che non ci pare caratterizzare né lui né B.), restano alcune faccenduole stampate su libri di storia e sentenze definitive che parrebbero vagamente ostative all’ingresso di B. al governo.

1973. Silvio B. soffia Villa San Martino ad Arcore a un’orfana minorenne, Annamaria Casati Stampa, pagandola una miseria (per giunta in azioni di sue società non quotate: valore zero) grazie ai buoni uffici del protutore della ragazza, l’avvocato Cesare Previti, figlio di uno dei suoi amministratori-prestanomi.

1974-1976. B. ospita nella villa Vittorio Mangano, un mafioso palermitano della famiglia di Porta Nuova con vari precedenti penali, Vittorio Mangano, poi definito da Paolo Borsellino “testa di ponte della mafia al Nord”, travestito da “stalliere”: glielo aveva presentato l’amico siciliano Marcello Dell’Utri, poi condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa, durante un incontro a Milano alla presenza di Stefano Bontate, capo di Cosa Nostra, e di altri boss del calibro di Francesco Di Carlo e Mimmo Teresi e del mafioso Gaetano Cinà. Mangano restò nella villa nonostante vi avesse organizzato un sequestro di persona, un paio di attentati dinamitardi contro un’altra residenza berlusconiana e vi fosse stato arrestato ben due volte.

1975-1983. Nelle società finanziarie che controllano la Fininvest (denominate “Holding Italiana” e numerate dalla 1 alla 37) confluiscono 113 miliardi di lire (pari a 300 milioni di euro) di provenienza misteriosa, in parte in contanti. Negli stessi anni – secondo il finanziare Filippo Alberto Rapisarda, vari pentiti e il boss Giuseppe Graviano – Cosa Nostra entra in società con la Fininvest per le attività edilizie e televisive.

1978. Sivio B., presentato al maestro venerabile Licio Gelli dal giornalista Roberto Gervaso, si iscrive alla loggia P2 (poi sciolta dal governo Spadolini in quanto illegale ed eversiva) con la tessera numero 1816 e il grado di “apprendista muratore”. E inizia a ricevere, per i cantieri di Milano2, crediti oltre ogni normalità da Montepaschi e Bnl, controllate entrambe da dirigenti piduisti; oltre a collaborare con commenti di economia e finanza al Corriere della sera, controllato dalla P2.

1980. Una soffiata lo avverte di un’imminente visita della Guardia di Finanza in casa Fininvest.

Così B. scrive una lettera all’amico segretario del Psi Bettino Craxi: “Caro Bettino, come ti ho acccennato verbalmente, Radio Fante ha annunciato che dopo la visita a Torno, Guffanti e Cabassi, la polizia tributaria si interesserà a me… Ti ringrazio per quello che crederai giusto fare…”.

1984. A maggio B. è indagato a Roma con altri cento dirigenti di tv private per antenne abusive e interruzione di pubblico servizio (interferenze con le frequenze dell’aeroporto di Fiumicino) e viene interrogato dal vicecapo dell’Ufficio Istruzione Renato Squillante. Lo accompagna il suo legale, Cesare Previti. Viene subito archiviato, mentre per molti altri imputati l’inchiesta si chiuderà solo nel 1992. Si scoprirà poi che B., Previti e Squillante hanno conti in Svizzera comunicanti. A ottobre i pretori di Torino, Pescara e Roma sequestrano gli impianti che consentono alle tre reti Fininvest di trasmettere illegalmente in “interconnessione”, cioè in contemporanea con l’effetto-diretta in tutta Italia e dispongono che rientrino nella legalità irradiando i programmi in orari sfasati da regione a regione. B. auto-oscura Canale5, Rete4 e Italia1 fingendo che i giudici gliele abbiano spente e lanciando la campagna “Vietato vietare” a cura del confratello piduista Maurizio Costanzo. Craxi vara un decreto per neutralizzare le ordinanze dei pretori e legalizzare l’illegalità dell’amico. Il decreto però non viene convertito in legge perché la Dc lo ritiene incostituzionale. Craxi ne vara subito un secondo, minacciando la crisi di governo in caso di nuova bocciatura.

1988. B. denuncia per diffamazione i pochi giornalisti che hanno osato recensire la sua biografia non autorizzata Inchiesta sul Signor Tv di Giovanni Ruggeri e Mario Guarino (Editori Riuniti). E, sentito come parte lesa dal Tribunale di Verona, racconta un sacco di frottole sulla sua adesione alla P2, datandola al 1981 (quando esplose lo scandalo) e negando di aver mai pagato la quota di iscrizione. Invece si iscrisse nel 1978 e pagò regolarmente a Gelli la quota di 100mila lire. Così, da parte offesa, diventa imputato di falsa testimonianza dinanzi alla Corte d’appello di Venezia. Che sentenzierà: “Il Berlusconi ha dichiarato il falso” e “compiutamente realizzato gli estremi obiettivi del delitto di falsa testimonianza”, ma “il reato va dichiarato estinto per intervenuta amnistia” (appena varata nel ’90). Spergiuro e impunito.

1989-’91. Socio di minoranza della Mondadori controllato dalle famiglie De Benedetti e Formenton (oltre al ramo libri, possiede il quotidiano Repubblica, una catena di testate locali, i settimanali l’Espresso, Panorama ed Epoca), B. convince i Formenton a violare i patti con l’Ingegnere e a cedere a lui le loro quote, diventando l’azionista n.1 e il presidente del gruppo. Un lodo arbitrale dà ragione a De Benedetti, ma B. lo impugna dinanzi alla Corte d’appello di Roma. E lì il giudice Vittorio Metta lo ribalta, regalando la Mondadori a B. Una sentenza definitiva accerterà che Metta è stato corrotto da Previti con 400 milioni di lire in contanti provenienti dai conti esteri della Fininvest (comparto occulto All Iberian). Previti e Metta saranno condannati, mentre B. “privato corruttore” se la caverà con la prescrizione. Tangentista e impunito.

1990. Craxi e Andreotti impongono alla maggioranza di pentapartito la legge Mammì, cioè la tanto attesa riforma antitrust del sistema radiotelevisivo. Peccato che non riformi un bel nulla, anzi fotografi il monopolio illegale di B. Infatti verrà chiamata “legge Polaroid”. Per protesta, si dimettono dal governo Andreotti i cinque ministri della sinistra Dc, fra cui Sergio Mattarella. Il divo Giulio li rimpiazza in una notte. Qualche mese più tardi, Craxi inizia a ricevere sui suoi conti svizzeri una cascata di soldi da quelli della Fininvest (comparto occulto All Iberian): per un totale di 23 miliardi in pochi mesi. Dagli stessi conti All Iberian, fuoriescono in quei mesi centinaia di miliardi di cui la magistratura non riuscirà a individuare i destinatari. Così, oltreché della carta stampata e dell’editoria libraria, B. si consacra padrone assoluto della tv commerciale.

E questo è solo l’antipasto.

(1 - continua)

Cassa comune



Serra e l'amaca


L’amaca
A ciascuno il suo popolo

di Michele Serra


È probabile che il Salvini, quando dice che la Lega è l’erede di Berlinguer, goda dello sfregio che sa di impartire a qualche milione di italiani, vivi e vegeti, che a Berlinguer e al Pci hanno voluto bene. Se voleva offenderli nel profondo, ci è riuscito: e sono offese che non si dimenticano, perché sono fatte alle persone, non a un’ideologia.
Ma al di là della sensibilità da don Rodrigo, il Salvini sa di poter contare su un falso ideologico molto diffuso ai nostri giorni. Il Pci era popolare, la Lega è popolare, e dunque l’equazione è presto fatta; e la prova del nove sarebbe quella fetta di elettorato leghista costituita da operai ex comunisti, sorvolando, per comodità, su tutto il resto.
Perché tutto il resto, ma proprio tutto è differente: le radici politiche, la cultura, le idee (a partire della siderale distanza tra l’antifascismo costituente del comunismo italiano e il ri-fascimo che aleggia attorno al Capitano), la classe dirigente che nel Pci era per almeno la metà composta da intellettuali (non esiste alcuna contraddizione di principio tra cultura e popolo) mentre nella Lega non ce n’è mezzo, perfino la maniera di parlare e di portarsi in pubblico. Prendete Berlinguer, prendete Bossi, avrete un esempio tipico di opposti.
Se il Salvini ha potuto tirare fino a sé una coperta non sua è solo perché la truffa del populismo, profittando dell’ignavia dei suoi oppositori, ha fatto passi da gigante. Fu popolare il nazismo, fu popolare il comunismo, è popolare la democrazia, è popolare il socialismo, sono popolari i Beatles, è popolare Beethoven, è popolare molta musicaccia. Sono popolari ottime cose e pessime cose. Popolare, dunque, vuol dire tutto e vuol dire niente. Mentre sinistra e destra vuol dire tantissimo.

venerdì 10 luglio 2020

Oggi due, due!


Due son le cose che non piacciono a me: la prima, l’esternazione del Cazzaro Indegno riguardo alla sua accozzaglia legaiolrazzista (quanto maledico quell’anno trascorso insieme per mano del Bibitaro) riguardo ai valori, a detta sua, acquisiti come eredità da Berlinguer! Una dichiarazione da tso obbligatorio, una smargiassata degna di un imbecille delle sue proporzioni, quindi epiche. L’altra è lo sdoganamento da parte del sonnacchioso Mortadella, del Problema trentennale del nostro paese, il Manigoldo Puttaniere. Prodi, che non mi è mai piaciuto, è responsabile come tanti altri falsi sinistri, vedi Ualter Pandistelle Veltroni, di aver permesso al pagatore seriale di tangenti alla mafia di poter scorrazzare nei meandri dello stato, sbeffeggiando norme e dettami costituzionali; questa sua insana affermazione è palesemente con vista Quirinale. Due personaggi, un unico sfondo, becero: la forsennata, spasimante, uncinante smania di potere, recalcitrante la norma soffusa, asse portante della democrazia, di levarsi dai coglioni a tempo debito, per il bene di tutti. E vale questo anche per il barbuto che sembra si più giovane, ma sta sparando inaudite cazzate dal 1993!

Oltre ogni decenza!


giovedì 9 luglio 2020

Notiziona!



La notizia che aspettavo per ricominciare a sperare...nella facilità di reperimento delle olive snocciolate!

Ciao!


Ogniqualvolta pensavo a lui, scolorivano in me ansie fatue per problematiche varie che mondo e fobie propinano, portandoti a vedere difficoltà ove non esistono. Gagliardo ed amante della vita, Paolo Paoletti ieri ha terminato la sua vita, piena di difficoltà, inconcepibili per molti, nella pienezza per i tanti che, senza clamore, senza visibilità, lo hanno sostenuto ed accompagnato nella battaglia, termine mai più appropriato per descrivere la quotidianità esigente ricerche affannose di cuori disposti ad affiancarlo per trascorrere notti serene dentro alla macchina vitale che permetteva a lui di respirare. Personalmente il coniglio che è in me non mi ha mai permesso di far parte della famiglia allargata, formata da Paolo nei tanti anni in cui è rimasto uncinato all’esistenza, con un’allegria, una frenesia, una degustazione delle flebili occasioni propostegli dal fato, da sconcertare, basire e stralunare gli esterni come me. Uno stereo sparante buona musica, vedi i suoi amati Kiss, è la figurazione di Paolo che più m’aggrada; la musica, che nelle fatue e fintamente irte oscurità auto prefabbricate, riuscivo ad ascoltare per defaticare senno e spirito, e poi quella forte, inamovibile sua tenacia, ovattante e sminuzzante, l’apparentemente insormontabile. 
Termino senza frasi di rito, salamelecchi che Paolo non avrebbe gradito. Lui viveva. E vive.