venerdì 3 aprile 2020

Pensierino


Il fatto che si continuino a costruire ad minchiam i famigerati F-35 e non si riesca a dotare ogni cittadino di idonee mascherine contro un nemico invisibile, mi fa sorgere il sospetto di aver delegato troppo, probabilmente tutto, ad idioti pusillanimi i quali, avendoci infettati, tanto per restare in tema, con la loro dabbenaggine, stordendoci, mascherarono e mascherano in rampante, gloriosa, moderna, sfavillante, appagante, ciò che in verità è solo pura e immarcescibile cachistocrazia.

giovedì 2 aprile 2020

L'Isola Mento - giorno 20


I fattori irritanti, i modi di dire di prima si sono capovolti durante questo tempo pandemico: prendete l'aggettivo "positivo": chi d'ora in poi riuscirà ancora a francobollarlo accanto a qualcosa di bello, gioioso, efficiente, proficuo? Da quando ci stanno irrorando con le maledette positività è cambiato il subliminale in tal senso. 
Ieri andando a far la spesa al supermercato, quello che un tempo ritenevo una scocciatura infausta, la coda, l'ho apprezzata oltremodo, visto che mi permetteva di stare all'aria aperta, al sole, in pace con me stesso. Mi è venuta pure voglia di scambiare il mio numero con qualcuno venuto dopo di me, ma ho desistito per non dar nell'occhio. 

Si delinea sempre più nella martoriata Lombardia, un quasi impalpabile procedere, sottobosco, per fini elettorali. Un subdolo tentativo di portare acqua al proprio mulino, approfittando della tragedia epidemica. 
Gallera alle 18 oltre a snocciolare i tremendi dati, enfatizza lo sforzo, che c'è stato ci mancherebbe, della regione, insinuando però anche velate polemiche col governo centrale. Certe volte si ha proprio la sensazione di assistere ad un comizio. 
Un altro mistero è legato alle mascherine: il commissario Arcuri ha dichiarato di averne inviato ingenti quantitativi in Lombardia, con tanto di certificazione di spedizione. Fontana e la sua faccia mascherata continua invece a evidenziarne la mancanza. Non sarà che giacciono da qualche parte per fini adombranti l'incredibile sforzo che stanno compiendo ministri e Protezione Civile? 

Ieri è anche arrivata una lettera firmata da molti sindaci lombardi, tra cui per Milano Sala, Gori per Bergamo, Del Bono per Brescia, Galimberti per Cremona, per Lecco Brivio, per Mantova Palazzi, per Varese Galimberti. Mancano le firme di altri cinque sindaci, quelli di Como, Sondrio, Pavia e Lodi, tutti di centrodestra. 
Nella lettera vi sono alcune domande rivolte alla Regione: 
Quando saranno disponibili le mascherine il cui arrivo è stato promesso da tempo? 
Casa sta facendo la regione per proteggere il personale sanitario e gli ospiti delle Rsa? 
Si stanno facendo i tamponi per i purisintomatici e i monosintomaciti come ha annunciato il governatore? 
Perché la Regione non segue le direttive del ministero e dell'Istituto superiore di sanità che prescrivono di sottoporre a tampone i sintomatici e, qualora questi siano positivi, i loro familiari e i contatti recenti? 
Perché la Regione non ha accora autorizzato l'avvio della sperimentazione dei test sierologici che altre regioni come il Veneto e l'Emilia-Romagna hanno attivato? 

Infine un'intervista al virologo Giorgio Palù sul Corriere della Sera alla domanda "Perché la Lombardia ha un tasso di mortalità che ha raggiunto il 14% mentre il Veneto è fisso sul 3,3%?" ha risposto tra l'altro con questa raggelante verità:"Il Veneto ha ancora una cultura e una tradizione della Sanità pubblica, con presidi diffusi sul territorio. La Lombardia, molto meno."
Chiede l'intervistatore: "Sono stati fatti degli errori?"
Risposta: "Non sta a me dirlo. Ma in Lombardia hanno ricoverato quasi tutti, il 60% dei casi confermati, esaurendo presto i posti letto. Da noi, i medici di base e i servizi d'igiene della Asl hanno fatto filtro: solo il 20%. Tenendo a casa i positivi asintomatici si è evitato l'affollamento degli ospedali e la maggiore diffusione del contagio." 
Ed infine spiega pure la differenza: "Un nuovo virus, nei confronti del quale la popolazione è vergine, va affrontato in primo luogo con le misure preventive, con l'isolamento, bloccando il contagio. Non con l'automatismo Pronto soccorso-ricovero. Una forma mentis. In Lombardia esiste da molti anni una sana competizione pubblico-privato. Dove si evince la maggiore differenza di ognuno? Dalle persone accolte in Pronto Soccorso. Ricoverando, si è voluto dimostrare efficienza in ambito clinico. Ma così non si è fatto nessun argine al virus."

Per quanto riguarda l'indegno blocco del sito Inps per le numerose richieste di assistenza dei possessori di partita Iva: nessuno ha mica controllato che nei pressi non ci fosse Casaleggio? 

(20. continua ... Tourmalet permettendo...)  
   

In effetti...


Travaglio e la Fontana elettorale


Miracolo a Milano
di Marco Travaglio | 2 APRILE 2020
A scanso di equivoci e a prova di cretini (che il coronavirus sta preoccupantemente moltiplicando), noi siamo strafelici per il nuovo ospedale inaugurato alla Fiera di Milano. Come saranno strafelici i malati di coronavirus che fra cinque giorni, quando la struttura aprirà, vi troveranno finalmente un posto letto di terapia intensiva, fra le migliaia di lombardi che attendono invano da giorni o da settimane un ricovero o anche solo un tampone, sempreché siano nel frattempo sopravvissuti. Il numero dei fortunati vincitori è ancora incerto, ma non appare comunque esaltante: il prode assessore Gallera garantisce “tra i 12 e i 24 posti”. Cifra piuttosto misera da qualunque parte la si guardi. Misera in termini assoluti: i posti di terapia intensiva della sola Lombardia sono passati in un mese di emergenza da 700 a 1600: dunque l’ospedalino in Fiera aggiunge appena uno 0,7-1,4%. Misera in rapporto all’enfasi da Minculpop dei media forzaleghisti, roba da battaglia del grano, da bonifica delle paludi pontine e da conquista di Addis Abeba. Libero: “La resa del Conte. Il Nord combatte il virus per conto proprio. Lombardia e Veneto in rivolta. Fontana si fa l’ospedale da solo”. Il Giornale: “Miracolo a Milano: finito il superospedale”, “Abbiamo creato un modello per tutto il Paese” (editoriale di una firma super partes: Bertolaso), “L’ospedale simbolo della riscossa dove chi si ammala ritroverà il respinto”, “Un hub post-emergenza”. La Verità: “Milano e Bertolaso fanno il miracolo: ‘La più grande rianimazione d’Italia’”.
Misera, soprattutto, rispetto al budget (50 milioni e rotti) e agli annunci. Il 12 marzo il geniale “governatore” Attilio Fontana parlava di “un ospedale da campo modello Wuhan da 600 posti letto di terapia intensiva in una settimana”. Il 13 era già sceso a “500 letti”, ma accusava la Protezione civile di “non voler fornire quanto promesso” e s’impegnava a “fare da soli con fornitori internazionali”. Il 16 ingaggiava per la bisogna Guido Bertolaso che – assicurava il garrulo Gallera – “ha una fama internazionale e un nome che ha un peso sulla scena mondiale e può avere accesso a rapporti con aziende e governi”. Intanto Fontana, quello che faceva da solo, tornava a piatire dalla Protezione civile. Il 17 B., dal confino in Costa Azzurra, donava 10 milioni e San Guido, ringraziandolo per il “gesto d’amore”, diceva che la somma bastava per il “reparto da 400 posti di terapia intensiva in Fiera”. I posti scendevano e i fondi crescevano (10 milioni da Caprotti, 10 da Moncler, 10 da Del Vecchio, 2,5 da Giornale e Libero, 1,5 dell’Enel e molte donazioni private anonime) e i respiratori arrivavano.
Ma non grazie a Bertolaso, bensì alla famigerata Protezione civile (“ce ne mandano 200”, trillò il loquace Gallera) e all’orrido commissario Arcuri (“ci ha assicurato materiali”, ammise l’acuto Fontana). Il 29 marzo Salvini twittò giulivo: “Promessa mantenuta, miracolo realizzato: 53 posti letto che possono arrivare a 241”, come se 600 o 500 fosse uguale a 241 o a 53. Ma era ancora ottimista, perché anche i 53 restano un sogno: il dg del Policlinico, Ezio Belleri, ricevendo in dono cotanto prodigio, precisa che i 53 si vedranno forse “alla fine della prima fase dei lavori”, mentre al momento siamo fra i 12 e i 24. Che il sagace Fontana, facendo buon peso, porta a “28 posti”. Non proprio la “terapia intensiva più grande d’Italia” strombazzata all’inaugurazione dell’altroieri dal governatore mascherato. A proposito: che diavolo hanno inaugurato l’altroieri, visto che il grosso del presunto ospedale è ancora un cantiere e i letti “pronti subito” (cioè fra cinque giorni) sono tra un ventesimo e un decimo della metà di quelli annunciati? Nello stesso lasso di tempo (14 giorni) le donazioni private di Fedez, Ferragni &C. han consentito di ampliare di 13 posti la rianimazione del San Raffaele senza tanto clamore. Ancor meglio ha fatto il Sant’Orsola di Bologna, che in soli 6 giorni ha creato un nuovo padiglione di terapia intensiva da 30 posti senza rompere i maroni a nessuno né consultarsi con Fontana&Bertolaso. A Bergamo, in meno di due settimane, gli alpini con l’aiuto di russi, cinesi e cubani han tirato su un ospedale da campo da 140 posti, fra terapia intensiva e subintensiva, che è il decuplo del miracolo a Milano (quindi, col metro di Fontana&C., dev’essere il più grande della galassia). E l’han fatto in silenzio, senza grancasse, trichetracche e cotillon. E senza cerimonia di inaugurazione, cioè senza quell’immondo e contagioso assembramento di assessori, politici, giornalisti, cineoperatori, fotografi, saprofiti, umarell e professionisti del buffet accalcati l’uno sull’altro visto alla Fiera di Milano: roba che, se fosse avvenuta per strada, li avrebbero arrestati tutti in blocco per epidemia colposa o forse dolosa. Subito dopo, Attilio The Fox s’è scagliato contro la ministra Lamorgese, pericolosamente competente e rea di aver precisato che i bambini hanno diritto al passeggio almeno quanto i cani.
Quindi noi restiamo strafelici se a Milano c’è un nuovo ospedale, sia pure da 12/24 posti che si riempiranno in tre secondi. Ma, con 50 milioni di donazioni, si poteva fare qualcosina in più (o è normale che ogni posto letto costi 4 o 2 milioni?). Avremmo preferito se chi ha inaugurato il Berto-Hospital non ne avesse chiusi a decine nell’èra Formigoni e ne avesse aperto qualcuno coi miliardi regalati alle cliniche private. E ora preferiremmo che la giunta lombarda si assumesse le proprie responsabilità, anziché tentare goffamente di nascondere dietro le parate e le trombette il record mondiale di morti della Lombardia e la Caporetto della sua “sanità modello”. Gli ospedali, anche di un solo posto letto, sono utilissimi. Purché i mercanti in Fiera non li trasformino in baracconate elettorali.

mercoledì 1 aprile 2020

L'Isola Mento - giorno 19



Eppur qualcosa si muove! L'astinenza dall'ostentare, lo stazionar in luoghi solitari, sta provocando impercettibili movimenti tellurici, speriamo sfocianti in un globale cambiamento sociale. 

Prendiamo questo commento: 

Malebolge
Aldo Nove

Fraudolenza

L’unico cerchio della Divina Commedia ad avere un nome è l’ottavo. Quello, appunto, delle 'Malebolge'. Ha qualcosa di mediocre. Non suscita in Dante alcun moto di compassione per chi ha umanamente sbagliato (come nell’episodio di Paolo e Francesca, nel cerchio II) né genera il disgusto assoluto per chi, nel cerchio successivo, la Ghiaccia di Cocito (cerchio IX) s’approssima alla nefandezza assoluta del loro principe, Lucifero. Vi ci sono costretti ruffiani, lusingatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordie, falsari. 
Ossia chi vive tradendo chi non se l’aspetta. Parrà dunque evidente che, a XXI secolo avanzato, tale cerchio, rispetto ai tempi di Dante, è in crisi di sovraffollamento e che, già crepato a metà strada per il terremoto causato dalla morte di Cristo, sarebbe tutto un susseguirsi di pietre, di spuntoni addossati uno dopo l’altro. Cosa che è forse puntualmente accaduta. Nelle modernissime tribù di subumani benestanti
e di umani sfruttati da secoli, il Verbo marcio del profitto impone la fraudolenza. La pubblicità è fraudolenza. Un agguerrito e sempre più accentratore libero mercato è fraudolenza. La competitività come valore principale è fraudolenza.
L’allucinazione di Stato è fraudolenza.

Ebbene è pubblicato oggi non su il Manifesto ma su Avvenire! 
Il Verbo umano del profitto impone la fraudolenza. 
La competitività come valore principale è fraudolenza. 

Bene, benissimo! Muoviamoci, inneschiamo la scintilla, solleviamo i cuori, apriamo le menti, prepariamoci ad aggredire la "anormalità" vendutaci da lustri come "normalità" 

Corsi e ricorsi di questa storia che si ripropone nelle azioni e reazioni: 


Per il resto occorre resistere, sperare in un nuovo futuro e essere vicini a chi ha sempre vissuto per l'apparire. Quei tempi, per fortuna, sono finiti. 

(19. Continua ... Tourmalet permettendo...)

Trravaglio!!!





Stasera sul Nove appuntamento alle 21:15 "Accordi  Disaccordi" con Travaglio, Scanzi, Sommi. Ospite il Presidente del Consiglio e nella seconda parte Carlo Verdone. 
Non mancate!!!

Clownterapia
di Marco Travaglio | 1 APRILE 2020
Uno dei motivi del boom degli ascolti tv, oltre agli arresti domiciliari forzati per milioni di italiani, è il balsamico diradarsi degli ospiti politici. In particolare, di quelli che non hanno niente da dire, cioè quasi tutti. Non che per ciò stesso ne guadagni l’autorevolezza dei programmi, anzi: quando uno vede Toni Capuozzo travestito da Savonarola con le Samsonite sotto gli occhi che ci ricorda che dobbiamo morire o la suffragetta dei due Matteo agghindata da prima della Scala fuori stagione in décolleté e visone sulla spalla, vien da rimpiangere pure Scalfarotto e la Santanchè. Però il nostro pensiero corre affettuoso e solidale ai plotoni di politici morti di fama, non tanto perché costretti alla quarantena (lì la solidarietà va ai familiari che li hanno tra le palle h 24), quanto perché forzati all’astinenza da telecamera. Come passeranno le giornate? Come sopperiranno alla carenza di primi piani? Quali droghe, vista l’oggettiva difficoltà degli approvvigionamenti, li aiuteranno a resistere? Costringeranno figli, nipoti, coniugi e genitori a improvvisare talk show domestici per dire la loro su virologia, Ue, Mes, Draghi e governo prima e dopo i pasti? Comizieranno dai balconi molestando i vicini in cerca di silenzio e aria buona? Sappiano che siamo con loro, purché a debita distanza: non di 1 metro, di 1 chilometro.
Lo strazio, se possibile, aumenta quando pensiamo a due sedicenti leader che potrebbero stare a Palazzo Chigi o nelle vicinanze ma, per opposte circostanze avverse, sono confinati al ruolo di peli superflui: Salvini, che il famoso 8 agosto ’19 si autoconfinò all’opposizione; e l’Innominabile, che dal 4 dicembre ’16 non fa che suicidarsi e nessuno capisce come faccia, visto che l’omicidio di un morto è già complicato, ma il suicidio di un morto, per giunta reiterato, è tecnicamente impossibile. Avendo molto tempo libero, i due Matteo passano le giornate a elemosinare interviste. Il primo, più fortunato, può offrire un book completo di gag da vecchio guitto, tipo l’intervista con rosario incorporato, trovando almeno una D’Urso che ci casca. L’altro, più sfortunato e monotono, propone sempre lo stesso sketch: “Che ne dite se vengo e sputtano il governo? Vi faccio il numero del ‘riapro subito’? Viene ganzo, l’ho provato e riprovato allo specchio del bagno! Interessa l’articolo?”. E finisce come il Verdone di Un sacco bello che chiama freneticamente i quattro-cinque nomi che ha in agenda, compresi l’elettrauto, la sarta, i centralini delle Ffss e dello stadio (registrato sia con la O di “Olimpico Stadio” sia con la S di “Stadio Olimpico”): regolarmente sfanculato.
Ieri il Cazzaro Verde ha trovato ospitalità sul Giornale e, intervistato nientemeno che da Sallusti, ha lanciato il suo farmaco anti-Covid: “pace fiscale e pace edilizia”, cioè condono tombale, “reset totale”. E poi, a fine crisi, un bel governo con lui, i malcapitati “Draghi, Tremonti, Sapelli” e altre “persone intelligenti” scelte da lui, noto talent scout. Per ora, trovandosi in tasca “200 miliardi” e non sapendo che farsene, vorrebbe tanto offrirli al governo Conte, perché “il mio riferimento oggi è Conte, voglio lavorare con lui”. Ma purtroppo “non mi sembra interessato al nostro contributo”. Chissà mai perché.
L’Innominabile, frattanto, appare più in affanno. Domenica, per miracolo, aveva trovato udienza su Avvenire. Poi ci è cascato il Corriere con la solita Meli, ma lì giocava in casa. Ieri s’è dovuto accontentare del rag. Cerasa sul Foglio. Che, com’è noto, non butta via niente, nemmeno la gag di terza o quarta mano del “Riaprire l’Italia prima di Pasqua”. Meno frusta la seconda trovata che eguaglia per cialtroneria la Costituente di Sala: una “commissione d’inchiesta per capire cosa è andato storto tra gennaio e febbraio. Cosa non ha funzionato, chi ha fallito”. Già, perché lui a gennaio, cioè un mese prima del Paziente 1 di Codogno, aveva già capito tutto sul coronavirus (anche se, schivo com’è, se lo teneva per sé): e con lui i famosi “esperti” che “ci dicevano che il virus sarebbe arrivato presto da noi”. Tipo l’amico Burioni, che il 2 e l’11 febbraio dichiarava: “In Italia il rischio è zero. Il virus non circola”, “Dobbiamo avere paura del coronavirus così come abbiamo paura dei fulmini”. Quindi vuole una commissione d’inchiesta per impiccare Burioni (dopo quella sulle banche che incenerì la Boschi). Il tutto perché, assicura, “le polemiche vanno messe in quarantena”. Ma c’è pure una battuta inedita, da scompisciarsi: “L’Europa sta facendo tutto il possibile per aiutarci” (ad affondare). Già sentita invece quella di “rimettere in sesto e in sicurezza tutte le scuole d’Italia”: ma non l’aveva già detto e soprattutto fatto lui nei famosi “cento giorni” del suo prodigioso governo? L’ideona del giorno però è un’altra: “Chiedo a Gualtieri un miliardo per rifare le strade”, che oggi come oggi è proprio quel che ci vuole, e comunque ci pensa lui con la betoniera di babbo e mamma. Casomai Gualtieri avesse il braccino corto, il cantoniere di Rignano può sempre farsi dare il miliardo da Urbano Cairo o da Salvini, che sono di manica più larga: infatti sparano botte di 2-300 miliardi al giorno (devono aver messo su una stamperia clandestina come Totò e Peppino). Alla fine il Rignanese oppone al coronavirus l’arma segreta: clownterapia. Una freddura via l’altra, a raffica. “Non cerco visibilità” (se no non parlerebbe a un giornale clandestino). “Non mi interessano i sondaggi” (adesso che è sotto a +Europa). “Non mi interessa il consenso” (bella forza: non ce l’ha). “Le mie idee sono open source, aperte a tutti, fate finta che non siano di Renzi” (come se fosse facile trovare un altro che spara simili cazzate). “Sia chiaro che un competente non vale come un incompetente” (quindi, per fortuna, lui è spacciato).

Intervista ad Onfray


Uno dei filosofi che seguo da qualche tempo, Michel Onfray.

Intervista oggi su Repubblica 

Onfray: così la filosofia può aiutarci in questi momenti
31 MARZO 2020
Nel lungo periodo di isolamento per il coronavirus, il filosofo e pensatore francese ci invita a leggere gli stoici. E parla della sua passione per i moralisti del XVII secolo. La distanza sociale imposta "può essere una situazione di rivelazione terrificante del vuoto esistenziale che abita alcune persone che hanno costruito la loro vita più sull’apparire che sull’essere"
DI ALEXANDRE DEVECCHIO




In questi giorni difficili che ci mettono tutti a dura prova, quali letture illuminate ci consiglia? Quali opere di quali pensatori fini di spirito sta leggendo? 
“Per riflettere sul coronavirus - risponde l'illustre filosofo e pensatore francese Michel Onfray - il meglio che possiamo fare è ricorrere a Nietzsche, in particolare al suo metodo genealogico. Il filosofo tedesco, infatti, ci aiuta ad analizzare la questione della causalità in un’epoca che ama molto attivare le categorie del pensiero magico. Le interpretazioni complottiste dilagano, e così pure le versioni religiose di quanto sta accadendo: l’epidemia sarebbe un’invenzione del capitale per trarne benefici, una creazione degli americani per spazzare via la supremazia cinese. Anzi, sarebbe un progetto cinese ma, allo stesso tempo, secondo i fratelli [musulmani] di Tariq Ramadan, sarebbe una punizione divina per la sregolatezza dei costumi della nostra epoca. Le assurdità non mancano. La filosofia contribuisce ad attivare i rapporti razionali di causa ed effetto scoperti dai filosofi atomisti, materialisti ed epicurei dell’antichità. Quanto agli autori da leggere, è indubbio che occorra riprendere in considerazione la filosofia dell’antica Roma, una scuola di saggezza pratica esistenziale. Mi riferisco a Plutarco e Lucrezio, Musonio Rufo e Seneca, Marco Aurelio e Cicerone. In sintesi, gli epicurei e gli stoici”.

Quello che stiamo vivendo porta in primo piano la natura umana: inciviltà, egoismo, sciacallaggio in qualche caso, ma anche solidarietà e abnegazione. La filosofia può aiutarci a comprendere queste reazioni? 
“Sotto l’influenza dei pensatori del decostruzionismo, provenienti dal determinismo marxista prima e da quello freudiano poi, contro ogni logica e anche ogni forma di buonsenso, la tendenza importante al momento è quella di negare la natura umana. Ebbene, la natura umana esiste. È sufficiente leggere o rileggere semplicemente La Fontaine, oppure i moralisti francesi del Grand Siècle francese, il XVII, ovvero La Rochefoucauld o La Bruyère. Nelle loro pagine c’è già tutto. L’epidemia non ha niente da insegnarci che il favolista francese non ci abbia già insegnato. Non per altro, e non è certo un caso, aveva studiato il greco Esopo e il romano Fedro. Ecco, riprendiamolo in mano. Nell’ambito della mia “Breve enciclopedia del mondo”, sto lavorando a un grosso libro che riabiliti la natura umana, “Anima”. È un libro che non mancherà di invitare a leggere Darwin che ci ricorda o ci insegna, a seconda dei casi, che in fondo siamo scimmie! Non lo si deve dimenticare mai, se si desidera evitare di divagare filosoficamente!”

Lei ha sempre difeso la filosofia pratica, in particolare quella romana. Che cosa ci dice di utile a proposito del dolore? 
“O che è violentissimo, e quindi ci porta alla morte, oppure che non lo è, e quindi si può intervenire su di esso in quanto rappresentazione sulla quale la volontà ha potere. In altri termini: io non scelgo di essere malato, ma posso scegliere, qualora fossi malato, di non concedere alla malattia nulla più di quanto lei già non si prenda. La volontà non può tutto, ma nemmeno niente. In verità, la volontà può molto. In un’epoca in cui la volontà non si insegna più, in cui si ricorre a espedienti di vario tipo – farmaci, antidepressivi, ansiolitici, sonniferi, tisane, olii essenziali, omeopatia, coach, psicologi, consulenti per lo sviluppo personale e così via – dobbiamo tenere bene a mente che volere è potere e che la volontà è una forma di potenza che si costruisce, proprio come uno strumento efficiente dalle prestazioni elevate”.

E che cosa dice la filosofia romana della morte? 
“Che se c’è la morte non ci siamo più noi e che, se siamo vivi, la morte ancora non c’è. Anche la morte è una rappresentazione. La sua realtà è un momento paragonabile a una sorta di slittamento non sgradevole – guardate come ne parla Montaigne, quando nei suoi “Saggi” racconta il suo incidente a cavallo –, ma la sofferenza che procura nasce dall’idea che uno si fa di essa. Si muore in pochi secondi, ma si può trascorrere una vita lunga svariati decenni a marcire nel presente nel terrore della morte. Occorre dunque pensare alla morte come a qualcosa che verrà, perfino come avvenire, e lasciarla dove è. Nei minuti in cui sopraggiungerà, sarà venuto infine il tempo di fare i conti con essa: resta dunque valido il concetto secondo cui, finché la morte non arriva sul serio, siamo sempre qui, vivi, e dobbiamo gioirne come si gioisce dell’alba sul mondo”.

La morale romana è anche una morale di coraggio. Questa crisi fa emergere una morale del coraggio? E viceversa, forse, anche una della pusillanimità? 
“È evidente che il coraggio e la vigliaccheria in questi tempi tremendi trovano occasione di manifestarsi. Il coraggio è raro ma è incredibilmente diffuso tra il personale sanitario, formato da un esercito di persone che partono tutti i giorni per il fronte senza armi e senza elmo, senza mezzi di difesa, mentre là dove vanno fischiano i proiettili. Per quanto riguarda la pusillanimità, è comprensibile: nessuno è obbligato a essere un eroe, ma di sicuro possiamo aggiungere che tutti potrebbero quanto meno provare a esserlo”.

Si tratta di argomenti che lei si è posto in tutti i momenti drammatici della sua esistenza, in particolare dopo l’infarto e l’ictus. Che cosa ha letto in quei periodi problematici? 
“Ogni volta, sempre Marco Aurelio. Nelle tasche dei pantaloni della mimetica, quando ero in fanteria di marina, portavo con me i suoi “Pensieri”, e così pure feci nella mia camera d’ospedale, quando a 28 anni ho avuto l’infarto. Spesso portavo i “Pensieri” con me nei corridoi dell’ospedale dove per diciassette anni ho accompagnato la mia compagna, poi morta di cancro. E due anni fa, quando ho subito un ictus, ho chiesto che me lo portassero. Tuttavia, ero talmente fuori forma da non essere in grado di leggerlo, così l’ho ascoltato sul mio iPhone. Non so più quale attore lo leggesse, ma ricordo che tenevo il telefono appoggiato sul torace nudo, chiudevo gli occhi, e ascoltavo Marco Aurelio che mi parlava…”.

Anche la scrittura, senza dubbio, è stata un rifugio per lei. Pensa che possa essere un esercizio praticabile da tutti? 
“Credo di sì. In questo lungo periodo di isolamento che ci è imposto, in verità possiamo leggere uno degli autori romani di cui vi ho parlato: le ‘Lettere a Lucilio’ di Seneca, per esempio. Possiamo leggere e annotare appunti sintetici su un quaderno con un colore e commentarli poi con un altro. Così facendo, possiamo entrare nell’intimità del testo, imparare a sintetizzare il pensiero altrui, e di conseguenza facilitare la memorizzazione di quel pensiero. In questa circostanza, si può dunque anche lavorare su di sé”. 

Del resto, lei ripete sempre che non scrive per i suoi lettori, ma per sé stesso…
“Sì, per risolvere i miei problemi personali. Per far luce sui miei pensieri, per renderli più chiari, più leggibili, più visibili, e perciò più facilmente affrontabili e vivibili. Leggere filosofia è assolutamente inutile, se in primo luogo non aiuta a vivere”. 

L’isolamento sociale in un certo senso obbliga gli individui a ritrovarsi soli con sé stessi. Possono esserci risvolti positivi in questo?
“Può essere una situazione di rivelazione terrificante del vuoto esistenziale che abita alcune persone che hanno costruito la loro vita più sull’apparire che sull’essere. Per molte persone saper vivere da sole è molto difficile. Il silenzio e la solitudine spaventano parecchi individui che amano vivere nel chiasso, nel fracasso, nel movimento incessante, nella confusione. Per quanto mi riguarda, vivo solo e, ogni tanto, riesco a trascorrere giornate intere senza vedere nessuno, nel silenzio e nella solitudine, a leggere, scrivere e lavorare con gioia profonda.  Anche mia moglie vive sola, a casa sua, e insieme condividiamo soltanto alcuni momenti scelti, desiderati e voluti. Per coloro che sono abitati dal vuoto abissale, l’esperienza di questo isolamento si rivelerà un vero trauma…”.

Si può essere liberi e rinchiusi a uno stesso tempo?
“Sì, certo. La libertà non è una questione di libertà di movimento, altrimenti i pesci nell’acqua, gli uccelli nel cielo e i serpenti sul terreno sarebbero prigionieri. Libertà significa autonomia, l’arte di crearsi e darsi regole personali. I normanni di un tempo usavano un’espressione magnifica: invitavano a essere ‘le maestà di sé stessi’. Chi non è ‘maestà di sé stesso’, vale a dire signore di sé, non è libero”.

Come si possono sconfiggere la solitudine o la noia?
“Con l’azione, il che può voler dire anche con la contemplazione. Si può essere soli anche con il proprio marito, la propria moglie, i propri figli. E temo proprio che siano in molti a vivere e provare la solitudine. Bisogna essere attivi. Leggere è un’attività, scrivere è un’altra. Non si deve lasciare che la propria volontà non abbia un fine”.

La nostra società potrà uscire rafforzata, paradossalmente, da questa dura prova? 
“Non credo. Questa esperienza è stata imposta in massa, non è stata scelta in totale libertà. Frantumerà molte cose e molte persone: le coppie fragili, le persone fragili, i temperamenti e i caratteri fragili, le strutture mentali fragili. Non si può passare impunemente, e così duramente, da una società pervasa dal rumore onnipresente, dall’iperattività incessante, dall’eccitazione permanente, dell’andare e venire continui, dall’esibizionismo perpetuo al silenzio, alla calma, alla solitudine, all’isolamento, all’invisibilità senza che tutto ciò non implichi danni incalcolabili…”.