domenica 29 dicembre 2019

Triste capodanno


I beep installati su ogni porta della splendida magione trevigiana, ricorda a lor signori dell’aurea famiglia United Euron of Riccastron i costanti ed immensi guadagni frutto di beceri ed inauditi accordi che la Concessione rende a loro alla faccia di tutti noi. In queste festività però un dolore immane ha oscurato i tradizionali riti epulonici, tipici della Famiglia: ad ogni rintocco della mezzanotte di S.Silvestro infatti, tra giaculatorie e rosariate varie, scattava il piccolo ma fastidiosissimo aumento tariffario autostradale e nelle stanze della magione of the Riccastron le ola e le lingue di Menelelik sancivano l’ennesimo rigonfiamento del già sterminato forziere di famiglia. Tempi che furono, momenti scolpiti nelle loro chiome principesche, fonte di gioia maggiore dell’appioppare beceri composti bruciacchiati sotto falso nome di brioche ad 1,30 euro nei ritrovi di babbani sgommanti, anch’io faccio parte della compagine, noti con il nome di autogrill. 
Ma in questo triste e tremebondo fine 2019, nei silenzi di sofferenza, tra singhiozzi e rammaricamenti, la nefasta notizia dello stop ai cari ed adulati aumenti ha gettato nella prostrazione più infausta tutto il parentado trevigiano, e l’evidenza di tale sofferenza è riposta nel menu del cenone di fine anno dell’United Euron of Riccastron: un Camogli, un’acqua minerale da 1,30 euro e un biglietto della Lotteria: chissà mai che la fortuna non intervenga d’autorità per lenire dette pene!

Tanto per imparare qualcosa


domenica 29/12/2019
Funeral Party

di Marco Travaglio

Quando, tra qualche anno, le università studieranno la morte del giornalismo, non potranno prescindere dalla fine del 2019. In quei giorni – spiegherà il prof ai suoi attoniti studenti – la prima notizia sui principali quotidiani era un tragico ma ordinario incidente stradale, identico a quelli che accadono ogni giorno in tutte le metropoli del mondo. I loro siti trasmettevano in diretta streaming i funerali delle giovani vittime, falciate nottetempo da un giovane automobilista alticcio mentre attraversavano a piedi una strada buia col semaforo rosso, in una specie di roulette russa piuttosto diffusa nella zona. E l’indomani le prime pagine aprivano con l’omelia del parroco, dai contenuti davvero sconvolgenti: tipo che non bisogna guidare sbronzi. Negli stessi giorni l’Italia rischiava di darsi un sistema processuale semi-civile, adottando il sistema di prescrizione vigente da sempre nei paesi sviluppati: se lo Stato non dà un nome e un volto al colpevole di un reato, dopo tot anni il reato si prescrive; ma, se lo Stato individua il presunto colpevole, il processo arriva in fondo senza più prescrizione che tenga: se il tizio è innocente verrà assolto, se è colpevole verrà condannato e le vittime avranno giustizia. Questa norma di minima civiltà era stata invocata per 20 anni da tutti gli esperti in buona fede, scandalizzati da quell’amnistia selettiva, classista e censitaria che consentiva ai colpevoli ricchi e potenti di farla franca allungando ad arte i tempi dei processi con ricorsi, eccezioni, cavilli, ricusazioni, rimessioni e impedimenti pretestuosi fino alla prescrizione, magari dopo due condanne e un giorno prima della terza e ultima, con tanti saluti alle loro vittime.

Così, negli ultimi 10 anni, si erano prescritti 1,5 milioni di processi, cioè l’avevano scampata oltre 2 milioni di colpevoli (i processi di solito hanno più imputati) ed erano rimaste senza giustizia almeno 3 milioni di vittime. La prescrizione, infatti, è riservata ai colpevoli: gli innocenti il giudice è tenuto ad assolverli, non a prescriverli (se non c’è reato, non c’è nulla da prescrivere). Per vent’anni i maggiori quotidiani avevano raccontato e deplorato questo sistema scandaloso, che aveva miracolato addirittura due ex premier: Andreotti (prescritto per mafia) e Berlusconi (9 volte prescritto per corruzione di giudici, senatori e testimoni, finanziamenti illeciti a politici, falsi in bilancio e frodi fiscali). E avevano ospitato giuristi e magistrati che chiedevano di riportare la prescrizione al suo spirito originario: se a un reato non segue un processo, dopo un po’ si volta pagina; ma se il processo è partito, deve arrivare alla fine.

Non per nulla, la prescrizione durante il processo esisteva solo in Italia e in Grecia, finchè una norma della legge Spazzacorrotti voluta dai 5Stelle, ma annunciata per anni anche dal Pd, la bloccò dopo la sentenza di primo grado per i reati commessi dal 1° gennaio 2020. Ma la cosa, anziché rallegrare quanti avevano sempre sostenuto quella riforma di puro buonsenso, li gettò nel panico e nella costernazione. I giornali che avevano sempre denunciato lo scempio dei 150 mila processi prescritti all’anno, cominciarono a difendere la vecchia prescrizione unica al mondo (Grecia a parte). La Stampa, che un tempo ospitava gli editoriali di grandi giuristi come Alessandro Galante Garrone e magistrati come Giovanni Falcone, pareva la parodia degli house organ berlusconiani, con titoli del tipo: “Prescrizione, per salvare Conte il Pd cede alla riforma dei 5Stelle. Gli avvocati prevedono una pioggia di ricorsi: norma punitiva,così si torna al Medioevo”, “Zingaretti si arrende al giustizialismo”, “I dem sperano nella Consulta” (come se farla franca fosse un diritto costituzionale). Il Corriere della sera, facendo rivoltare nella tomba le sue grandi firme del passato nemiche della prescrizione, da Vittorio Grevi in giù, si affidava ai delirii di Angelo Panebianco: il noto giurista per caso sosteneva, restando serio, che bloccare la prescrizione “è quanto di più vicino ci sia all’introduzione della pena di morte” (che dunque vige in tutto il resto d’Europa all’insaputa dei più); vìola “il principio di non colpevolezza” (ma agli innocenti si dà l’assoluzione, non la prescrizione); infrange “l’equilibrio fra potere politico e ordine giudiziario” (ma la prescrizione riguarda tutti i reati, mica solo quelli dei politici: forse per Panebianco tutti i politici sono colpevoli?). E lanciava uno straziante Sos alla Consulta (senza precisare quale articolo della Costituzione imporrebbe la prescrizione fino all’ultimo grado di giudizio).

Ma il meglio, come sempre, lo dava Repubblica: dopo aver pubblicato migliaia di articoli per chiederne lo stop, affidava l’encomio solenne di Santa Prescrizione a Luigi Manconi, che la definiva “prezioso istituto di garanzia del singolo”, scavalcando a destra persino B. e bollando di “populismo penale” vent’anni di battaglie del suo giornale. Poi definiva la prescrizione “uno dei maggiori fattori di accelerazione del processo” (infatti gli avvocati, quando manca poco alla decorrenza dei termini, chiedono al giudice di fare udienze a oltranza, anche di notte, inclusi i festivi, per scongiurarla). E, dopo un corso accelerato di diritto presso il Divino Otelma, spiegava agli stupefatti lettori di Repubblica che, con la “sciagurata” norma Bonafede, “potrà succedere che chi sia stato assolto dopo 29 anni e mezzo dall’accusa infamante di voto di scambio, venga condannato al limbo dell’incertezza processuale per un altro lustro”. Cioè restare imputato per 35 anni. Peccato che il voto di scambio, punito dai 10 ai 15 anni con la riforma del 2018, si prescriva dopo 18 o 19: la metà di 35. I funerali dell’informazione si svolgeranno in luogo e data da destinarsi. In diretta streaming sui siti dei migliori quotidiani, ça va sans dire.

giovedì 26 dicembre 2019

Appunti


“Voi ed io siamo siamo uno dei modi attraverso cui l’Universo conosce se stesso.”

È con questa frase di un astrofisico, di cui ho scordato il nome, che nel post Natale m’intriga comunicarvi delle sensazioni, piacevoli o spiacevoli a secondo dell’angolatura. 
Tempo di festa equivale a visione di film, qualunque sia la credenza o l’astinenza dal farlo che corrobora l’io personale.
Dai film, dalle riprese particolari eseguite come se vedessimo con gli occhi del protagonista, m’aggrada trasporre alla vita il concetto. Quello che vedo, che compio, che assimilo può essere il film del quale sono regista ed interprete. Se m’annoiassi nel vedere, vorrebbe significare quanto la sceneggiatura sia blanda. Viceversa ottime scene visionate da me spettatore significherebbero un’ottima trama. 
Collimo questa sensazione al motivo dell’esistenza di cui sopra: sono un modo per far conoscere l’Universo a se stesso, perché egli vive, si espande, respira, si contempla, quasi fosse divinità. Non ci fosse nessuno non si manifesterebbe nessuna potenza, beltà, stupore, meraviglia.
Ma ci siamo, composti dello stesso materiale sparso da oltre tredici miliardi di anni nell’enormità cosmologica. Siamo polvere condensata e respirante, capaci d’inoltrarci nel mistero, nelle forze di gravità, nella velocità della luce, nel suono del silenzio, persino comprendere il meccanismo dell’Essere. Ciò che muove il movimento di ogni oggetto sopra di noi è il motivo che supporta il tutto. Per rispetto alla bellezza, il film di ognuno non deve portare allo sbadiglio; chi riesce a girare scene interessanti ossequia il sistema vita. 
Mi devo pertanto dar da fare, rendendo grazie alla Vita, festeggiata al meglio dall’angolazione cristiana, la Vita che s’incarna. Sotto certi aspetti un valido motivo per onorare l’Ingranaggio che nessuno saprà mai se essere o no la stessa matrice, il motivo incredibile per cui siamo e un giorno svaniremo nel tutto.  

lunedì 23 dicembre 2019

Rancore natalizio




Mi diverte oltremodo, non facendomi assolutamente innervosire, girare nei siti dei rancorosi, i diversamente cattolici. 
Ecco ad esempio questo sito evidenziare la profanazione delle chiese allorché vengono trasformate in mense per i poveri. 
Vi dono qualche passo, spassoso, dell'articolo:

E con la sardina in chiesa abbiamo chiuso il cerchio. L’immagine di Mattia Santori che stringe la mano al cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi in una chiesa bolognese per un pranzo coi poveri sant’Egidio style, è l’emblema di come si possa ridurre la Chiesa quando si sdraia a pancia a terra con le ideologie mondane. Verrebbe da dire «che tristezza» e non pensarci più. Invece c'è da ribellarsi perché quanto accaduto nella chiesa dei Servi sabato si ripeterà altrove dato che sia le sardine sia Zuppi-Sant’Egidio sono due formidabili esportatori di format.

Con l’Arcivescovo infatti – per l’evento promosso dalle Cucine popolari – c’erano anche personaggi noti come il comico Alessandro Bergonzoni che ormai segue Zuppi ovunque, manco fosse Polibio con Scipione l’Emiliano e lo scrittore Stefano Benni. E poi l’assessore comunale Matteo Lepore. Vipperie varie, ovviamente intente a partecipare all’evento benefico in favor dei poveri e dell’obiettivo di Repubblica e di Rai Regione Emilia Romagna. Mondanità, ma politicamente corretta dietro il comodo paravento dei poveretti.  

La profanazione, compiuta su mandato preciso dell’arcivescovo, certifica che non c’è niente di più insopportabile dei radical chic che dicono di fare le cose per il popolo. Sabato a quel pranzo non c’erano i bolognesi, la gente semplice che percorre affannata i portici dell’Archiginnasio, ma attori con una parte da recitare: il santo arcivescovo con la sua claque di intellettuali, il salvatore del mondo con la sardina di cartone, le vipperie belle che si muovono in chiesa con la stessa sguaiata arroganza con cui alla sera devono scappare in un capannone per il party di Natale dell'associazione caccia & pesca. “Ma l'abbiamo fatto per il popolo”. Balle. Non si sono mossi per il popolo, ma per la loro narcisistica pretesa di sentirsi dalla parte giusta, pronti col ditino puntato a insegnare agli altri come si fa a stare al mondo: i poveri da sbandierare, la chiesa a uso e consumo, il servizio ai tavoli, il fotoracconto di Rep. Oh yeah...
Con questa pagliacciata spocchiosa, compiuta in un luogo consacrato a Dio per la quale non ci sarà mai riparazione, sua eminenza, ovviamente, dall’alto della sua bontà sancita da docufilm agiografico, considererà le critiche come questa e quelle che si sono sollevate sul web ieri mattina, robetta di cui non tener conto perché frutto di élite dalla dura cervice che non ha capito la rivoluzione della teneressa.
Invece sono il segnale che è grazie a pastori come questi che si allontana il popolo, il quale per queste pagliacciate nella casa di Dio, con annesso spot politico per il movimento amico di turno, soffre e si indigna. Se soffre – e soffre, basterebbe ascoltarlo per accorgersene – vuol dire che una frattura c’è stata e questa frattura qualcuno deve averla prodotta quando ha deciso di portare la chiesa nell’agone politico. Dandole anche già un indirizzo ben preciso. Rosso come la porpora.
Vedete come sono sempre attivi nel rosicchiarsi la coscienza? 
La fobia della profanazione, tipica di chi trasforma la fede in un crogiolo di norme, regole, arzigogolature tendenti ad estromettere molti per far finta di salvarne pochi, i soliti noti dediti al baciapilismo sconsiderato, fuffa per carità ed affini. 
Rosicano, tramano, non sapendo di essere già nel sepolcro imbiancato. 

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