domenica 16 giugno 2019

Perché no?



Partenza 1 settembre da Londra. Rientro il 19 novembre sempre nella capitale del Regno Unito. 4500 euro di costo, tutto compreso. Il giro del mondo in 80 giorni organizzato da Airbnb. Meditate gente, meditate...

Commento


domenica 16/06/2019
E pensare che volevano riscrivere la Carta

di Daniela Ranieri

Li abbiamo bloccati in 20 milioni, e va bene; ma l’abbiamo scampata bella. A leggere le intercettazioni in cui Luca Lotti, ex ministro della Repubblica, esprime con linguaggio da taverna ad alcuni componenti del Csm le sue preferenze in fatto di nomine a capo di Procure che indagano su di lui e sui genitori di Matteo Renzi, una spina nel cuore ci ricorda la raccapricciante circostanza per la quale il gruppetto di amici toscani di cui Renzi era il capo-scout e Lotti il paggetto, a un certo punto della nostra storia (appena 3 anni fa), si era messo in testa di cambiare un terzo della Costituzione. Costituzione che è fondata sul principio della separazione dei poteri, tra le altre cose e senza nemmeno tirare in ballo il respiro etico che la ispira. Il silenzio di Renzi sul cicaleccio del Lotti beccato – e sui suoi tweet allusivi, sinistri e cifrati di queste ore – non è solo l’eco tombale del suo proverbiale ciarlare, ma anche il rimbombo del nostro terrore, al solo pensare a chi stavamo dando in mano l’unica cosa ancora sacra del nostro convivere.

Un’antica leggenda tedesca racconta di un cavaliere che giunse di notte in una locanda dopo aver cavalcato su una pianura gelata. Alla domanda del locandiere “da dove venite?”, il cavaliere indicò un punto lontano oltre la pianura. Il locandiere sbiancò, e disse al cavaliere che aveva appena attraversato il lago di Costanza ricoperto di ghiaccio. Ecco, ci sentiamo più o meno così: il locandiere-trojan ha rivelato che il renzismo aspirante costituente, col suo codazzo di miracolati figli di banchieri presi dai presepi e dai campetti del Valdarno, era un lago gelato dagli abissi oscuri che abbiamo attraversato quasi indenni credendolo (alcuni) un placido campo di fiori innevati. (Ah: il cavaliere, dalla paura postuma, morì sul colpo).

sabato 15 giugno 2019

Oh Boss!



Ho ascoltato il nuovo album del Boss per la prima volta sul far del mattino, rimanendo estasiato e grato per quanto questo genio riesce nuovamente a trasmettere, sia che spari del sano ed ineguagliabile rock, che qui in Western Stars, dove l’alchimia tra melodia ed introspezione raggiunge vette da pochissimi esplorate. In cuffia chiudendo gli occhi ti ritrovi sulle immense strade coast to coast con a fianco te stesso e la sensazione di agguantare prima o poi una meta, o diventarne una per altri. Ho sbirciato i testi come la vergine il talamo, ho fibrillato davanti a questo capolavoro, un Born to Run alla Bacharach. In questi tempi cupi ove s’odono martelli pneumatici e babbei in balbuzie ricercanti rime bisunte evaporanti come peti, anelavamo alla ricerca di quel connubio tra arte e fantasia, in grado di riconciliare sinapsi e coclee! See ya up the road, Boss!

Travaglio


sabato 15/06/2019
La campagna d’estate

di Marco Travaglio

Un mese fa il gruppo francese Kering che controlla fra l’altro il marchio Gucci ha chiuso le sue pendenze con il fisco italiano sborsando sull’unghia 1,25 miliardi di euro: un quinto del costo del Reddito di cittadinanza, un quarto di quello di Quota 100, un dodicesimo di quello dell’annunciato taglio delle aliquote fiscali (detto impropriamente Flat tax), un ventesimo di quanto occorre per scongiurare l’aumento dell’Iva. Il governo, alla vigilia di una legge di bilancio lacrime e sangue, si arrabatta in supercazzole spericolate per risparmiarci una procedura d’infrazione e promettere all’Europa coperture che, anche se fossero vere, coprirebbero pochissimo del fabbisogno. E continua a dar la caccia agli spiccioli, senza far nulla per affondare il mestolo in quell’immenso serbatoio di fondi neri accumulati da chi ogni anno ruba al fisco, cioè allo Stato, cioè ai contribuenti onesti almeno 107 miliardi di euro (evasi fra Irpef, Iva, Ires, Irap, locazioni, accise, Imu, Tasi e contributi). Senza contare chi evade ed elude a norma di legge: per esempio le multinazionali del web, che fanno profitti da capogiro in tutto il mondo, ma non ci pagano le tasse da nessuna parte. Tantomeno in Italia: gli ultimi dati disponibili, quelli del 2017, dicono – tenetevi forte – che Airbnb, Amazon, Booking, Facebook, Google e Twitter tutte insieme hanno versato la miseria di 9 milioni di imposte. E non perché evadano: perchè lo Stato italiano ha deciso così.

Ora, il Fatto è un piccolo vascello corsaro. Ma, quando si fa sentire, ogni tanto qualche risultato lo raccoglie. Siamo stati i primi, per dire, quando tutti gli altri divagavano e fischiettavano, a squarciare il velo d’ipocrisia dei giornaloni e dell’establishment retrostante: cioè a ricordare che lo scandalo del Csm – politicamente parlando - è tutto targato Pd, per la presenza inquinante di Lotti&Ferri, due soggetti che abbiamo raccontato per anni in solitudine. Ieri Lotti s’è “autosospeso” dal Pd: una mossa senza conseguenze pratiche, ma anche la prova che – a furia di insistere – qualcosa può succedere persino in quel partito di salme tartufate. Ora abbiamo lanciato la campagna per una vera lotta all’evasione, che proseguirà per settimane nella speranza di smuovere la maggioranza giallo-verde. Anche perché le basterebbe attuare un punto cruciale del suo Contratto: là dove, accanto alla Flat tax, Di Maio e Salvini promettevano che “sarà inasprito il quadro sanzionatorio e penale per assicurare il ‘carcere vero’ per i grandi evasori”. Un impegno che fu imposto dai 5 Stelle, ma che Salvini aveva già assunto in campagna elettorale.

“Sono d’accordo – disse a Porta a porta il 18.1.2018 – per la galera per chi evade: se io riduco le tasse e tu non paghi io butto la chiave, sul modello americano”. Il 24 settembre, intervistato dal Fatto, Di Maio annunciò che “a fine mese nel decreto fiscale verrà previsto il carcere per chi evade”. Poi la Lega propose un mega-condono fiscale, eliminato solo a patto del ritiro delle manette agli evasori, rinviate al giorno della Flat tax. A febbraio però il ministro della Giustizia Bonafede, sempre sul Fatto, si impegnò a cancellare la peggior eredità del renzismo, cioè il “vergognoso aumento delle soglie di punibilità per alcune fattispecie di reato”, abbassandole. Invece sono rimaste tali e quali: nessun reato per chi omette nella dichiarazione dei redditi fino a 50 mila euro, per l’omesso versamento fino a 150 mila euro, per chi presenta una dichiarazione infedele fino a 150 mila euro e per chi non paga fino a 250 mila euro di Iva. In pratica, come scriveva ieri Stefano Feltri, chi fa ogni anno 300mila euro di fondi neri (pari a 150mila di mancate imposte) non rischia un minuto di galera, anzi non commette proprio reato, mentre chi ruba mille euro da un portafogli o due salami in un supermercato rischia fino a 6 anni di carcere. E questa è la principale ragione per cui si evade: perché il guadagno è altissimo e il rischio è zero. Il 3 giugno il premier Conte ha parlato agli italiani e ha promesso “un’organica riforma del fisco: non solo aliquote più basse, ma anche più semplicità e rapidità nel rapporto tra fisco e cittadini e un contrasto più duro all’evasione”.

Siccome, compatibilmente con i conti traballanti, c’è un sostanziale accordo fra Conte, Di Maio, Salvini e persino Tria sulla riduzione fiscale nella legge di bilancio (purché non in deficit), e proprio alla cosiddetta Flat tax il Contratto subordinava le manette agli evasori, è ovvio che queste debbano procedere di pari passo col taglio delle aliquote. Sarebbe un bel segnale di equità e di “cambiamento”: chi paga le tasse ne pagherà meno, e il mancato gettito verrà colmato a spese degli evasori. Non solo spaventandoli con pene più alte e soglie di non punibilità più basse. Ma anche disincentivando drasticamente l’uso del contante fino a farlo gradualmente sparire; approvando la Web Tax sui colossi della rete; e introducendo un sistema che consenta ai cittadini di “scaricare” tutte le spese, cioè di avere tutto l’interesse a pretendere lo scontrino, la ricevuta e la fattura per ogni acquisto o servizio pagato. Come propone Claudio Bisio, nei panni di uno strano premier, nell’ultimo film Bentornato Presidente. Ecco: su questi punti il Fatto racconterà esperienze virtuose di altri paesi, ascolterà esperti, formulerà proposte e continuerà a martellare il governo perché rispetti anche quell’impegno. Che è il più cruciale di tutti. Se la prossima legge di bilancio la farà Bonafede, anziché Tria, c’è persino la possibilità che lo Stato italiano si scopra meno povero del previsto. E che il “governo del cambiamento” si dimostri addirittura tale, smettendola di fare il Robin Hood alla rovescia e cominciando a far pagare la crisi ai ladri anziché agli onesti.

Click



Lampadina si è autosospeso dal suo partito chiamato ancora immeritatamente democratico; attonito, in un mix tra “ma che ho fatto di così strano?” e “le nomine correntizie sono la normalità in politica, pure nella magistratura!” Lampadina, lo chiamano così per via del suo accendersi nelle discussioni, con quel cognome che è tutto un programma, come se un circense fosse registrato all’anagrafe come Ammaestraleoni, facendosi da parte ha ricevuto solidarietà e stima dai tanti attorucoli di cui il nostro parlamento è pregno, cercando pure di rimodularsi a vittima sacrificale del sistema, rispolverando antichi anatemi di puro sapore, e fetore, del mai rimpianto Cinghialone socialista. Lampadina e l’amico figlio dei 110 all’ora usano, commercializzano della politica come il pizzicagnolo dell’affettatrice, in quel turbinio di accordi, mezze frasi, strizzatine d’occhi, sotterfugi da sempre elargenti cariche e poltrone ad adepti simil massonici, per il continuo, pervicace, ossessivo sfanculamento della meritocrazia, in ogni campo e luogo in cui siano presenti denari e centrifughe di potere, dalla sanità alle società statali o parastatali, dalle banche alla magistratura. Lampadina voleva consigliare, insufflare, inserire persone di credenza e stampo conosciuti, in tribunali potenti ed indaffarati nel futuro a giudicare pure lui, visto che è indagato per la vicenda Consip, e i genitori di un ex potente politico, suo amico fraterno, caduto per fortuna in disgrazia, nell’anonimato, pur avendo, attraverso varie Leopolde, cercato di risvegliare il pensiero sociale e culturale di questa nazione. 
Lampadina è soprattuto monito a tutti coloro che sognavano e sognano un paese migliore, leale e rispettoso delle fatiche in sinapsi di molti che, inopinatamente, immaginano serietà, fermezza, rispetto delle norme, capacità, curricula quale unico metro di giudizio per dispensar incarichi e prebende. Un mondo lontano e, soprattutto, senza Lampadina e quelli come lui.

venerdì 14 giugno 2019

Ancora Lui!



Ogni anno qualcuno sottrae ad altri qualcosa come 100 miliardi di euro destinati al bene comune. Come ciò possa accadere è facile da comprendere. Nell’era del Ballismo il finto segretario di un finto partito di sinistra escogitò delle norme atte ad aumentare l’evasione, parola mielosa alle orecchie dello zio del Pifferaio, tale Al Tappone, per il bene di pochi, che in effetti lo ricompensarono, basti pensare che le zone di Roma dove il PD prendeva più voti erano quelle dei Parioli, sulle spalle di molti. Ma veniamo ai dati (fonte il Fatto Quotidiano)

Le soglie di punibilità sono rimaste quelle alzate dal governo Renzi che nel 2015 ha reso quasi impossibili indagini e processi per reati fiscali: la soglia che fa scattare il reato di omessa dichiarazione di un reddito è salita da 30 mila a 50 mila euro; quella per gli omessi versamenti da 50 a 150 mila euro; se l’imposta non versata è l’Iva, la soglia è oggi addirittura 250 mila euro; e per la dichiarazione infedele si passa da 50 mila euro di imposta evasa a 150 mila. Cioè: chi fa ogni anno 300 mila euro di fondi neri (pari a 150 mila di mancate imposte) non commette reato, mentre chi ruba mille euro da un portafoglio rischia 6 anni di carcere.

Eppure sembrava che nelle Leopolde qualcuno riuscisse pure a cogitare...

Falso allarme



Per un attimo ci avevo creduto, devo ammetterlo. Avendo perso la regione Chiamparino aveva annunciato la saggia idea di lasciare, finalmente la politica. Ma dopo che il suo amico di una vita, Piero Grissino Fassino, è piombato in casa sua urlando e sbraitando che certe cose non si devono neanche pensare, Sergio ha fatto retromarcia, continuando l'eterna missione politica che dovrà protrarsi e tendere all'eternità. Impegnato come è stato a sponsorizzare il buco immane con il nulla intorno, la famigerata Tav, Sergio ha perso ogni capacità di relazionarsi con la realtà. Piero e Sergio andranno avanti ad imperitura memoria, consapevoli di essere insostituibili, quasi quanto la regale Elisabetta d'Inghilterra, alla faccia dei giovani, del sano ricambio generazionale, nel caso si trattasse di politica seria, ma questa parrebbe non esserla e, soprattutto, della decenza.