domenica 26 maggio 2019

Brooom!



Estikazzi! Mi chiamassi Lamborghini avrei anch’io una fede indomita verso i miei dei, quelli che ti fanno trasalire nel gaudio ogniqualvolta sbirciassi l’estratto conto! Chissà quale culto professi questa figlia di cotanti ottani. Dovrebbe essere la stessa fede di molti rivestiti di porpora credenti nel subitaneo, nella smargiassata terrestre! Chissà quali richieste la carrozzata invocherà, forse nuovi bilioni o più Krug per tutti. Non voglio giudicare ma Estikazzi!

Nove anni!! Tanti auguri Blog!!


Oggi è il compleanno di questo pazzo blog nato dalla mia cervice ben nove anni fa! 
Un bel traguardo non c'è che dire! Compreso questo, sono 6547 articoli! Caspita! 
Un modo per oliare le sinapsi cercando di non farvi annoiare. 
Ne abbiamo viste tante in questo recente passato, forse anche troppe. 
Scrivere sul blog ormai rappresenta per me un'abluzione mattutina, entrata nel quotidiano come il tonificarsi sul far del mattino. 

Come dice il grande saggio "ho ancora tante cose da raccontare, per chi vuole ascoltare!"

Grazie di cuore a tutti per la vostra pazienza. 
Ed in questo giorno di festeggiamenti non poteva mancare una sontuosa buona notizia, almeno per il sottoscritto. 
Musica per le mie orecchie! 




Besos a todos en la cabeza! 

sabato 25 maggio 2019

Come se


Un vegano direttore della macelleria di Greve in Chianti

Un piromane Ceo di una società produttrice di estintori

Al Tappone insegnante di Morale all'università Cattolica

Uno qualsiasi degli abitanti la casa del Grande Fratello iscritto ad ingegneria

La Picerno scelta per una prolusione sulla vita della Montalcini

Orfini iscritto ad un corso su "Coraggio ed Indipendenza"

L'Ebetino Rignanese che apre il Forum su "La Verità vi farà liberi"

Il Dott Bertone, che è anche cardinale, che spiega in un video "come vivere con dignità in un monolocale"

Il Cazzaro Verde che fa il ministro degli Interni (questa è vera ma ancora non l'ho metabolizzata) 

Insomma: 


Bazza Belpietro che firma la direzione per un giorno del defunto quotidiano "L'Unità" è uno schiaffo di gravità incommensurabile all'idea gramsciana di sinistra. Solo il "Ritardatore di appalti" Pessina poteva cogitare una stronzata tanto eclatante quanto rischiosa. Nel senso che questo rimescolamento continuo di ideali, di dignità, di fierezza delle idee potrebbe in breve far emergere il merdone posato sui fondali della nostra becera politica. O forse si è già avverato, visto che domani un inetto, anzi: l'Inetto per antonomasia, frenato con estrema difficoltà dal M5S, potrebbe essere incoronato neo Uomo Forte nostrano. 
A quel punto anche l'armageddon risulterebbe inefficace.  

Mitica Selvaggia!!



Trussardi e l’incriticabile piatto del “pesce scimmia”
PANE, ODIO E FANTASIA - NEL RINOMATO RISTORANTE DI FAMIGLIA IL MENU È TRADOTTO MALE, MA GUAI A RICORDARLO AL PROPRIETARIO

di Selvaggia Lucarelli

Ci sono mestieri che nessuno vuole più fare. Il lavapiatti. La badante. Il panettiere. Il critico gastronomico. O meglio, di gastronomia vogliono scrivere tutti, ormai, ma evitando con acrobatica diplomazia qualsiasi conflitto con ristoranti, aziende alimentari, chef, ristoratori. Primo perché si rinuncia a un sacco di cene a scrocco. Secondo perché attorno al mondo della gastronomia ruotano molti inserzionisti e “se dici che il mio uovo puzza di cure termali il tuo prossimo inserzionista sarà Roberto Carlino”. Terzo perché il settore ha un livello di permalosità che neanche Salvini con gli striscioni.

Ergo, basta scrivere “il radicchio era un po’ salato” che il giorno dopo l’ufficio stampa del ristorante minaccia di chiuderti nelle cucine e di farti fare, incaprettato, due giri di lavastoviglie impostata su “100 gradi”.

Non per niente il più noto critico gastronomico, Valerio Massimo Visintin, gira incappucciato. Lui dice che è perché così quando va nei ristoranti nessuno lo riconosce e gli servono quello che servirebbero a un cliente qualunque, ma secondo me è per non farsi riconoscere quando lo cercano per menargli. La meravigliosa querelle avvenuta giorni fa via social tra il critico gastronomico Dominique Antognoni e Tomaso Trussardi è un esempio smagliante di quello che si è detto.

L’antefatto. L’esperienza nella ristorazione di casa Trussardi ha avuto una vita abbastanza travagliata e da pochi mesi Tomaso stesso è stato nominato presidente e ad del segmento food. “Mio padre ha aperto la caffetteria, mio fratello l’ha trasformata in ristorante, mia sorella ha voluto le stelle: una scelta prestigiosa ma che non creava economicità. Io ho deciso di non prendere più chef star”, ha dichiarato in febbraio alla stampa. A quel punto la stampa gli ha domandato quale fosse la sua rivoluzionaria idea di ristorazione, visto che aveva rinunciato al suo chef e alle due stelle Michelin, e lui ha risposto: “Una trattoria di lusso, la gente vuole mangiare bene senza spendere una follia”. Cosa voglia dire “trattoria di lusso” è mistero fitto. È tipo “un’utilitaria Lamborghini, la gente vuole andare a 200 all’ora senza spendere una follia”. Cioè, se la gente vuole mangiare bene senza spendere, va in trattoria, se la trattoria ha i divani con struttura in ottone brunito e le posate d’argento non è più una trattoria, se la costoletta di vitello costa 50 euro come attualmente al ristorante Trussardi alla Scala, il prezzo non è da trattoria di lusso, ma da ristorante costoso. Quindi “trattoria di lusso” non vuol dire un’emerita cippa. Il critico Antognoni, a quel punto, fa un’osservazione simile su Facebook e a febbraio, nel pieno della settimana della moda, quando i Trussardi in teoria avrebbero altro a cui pensare, Tomaso risponde piccato che se il critico vuole sapere cosa sia una trattoria di lusso, questa volta deve pagare. Insomma, lascia intendere che il critico in questione in passato sia andato a mangiare nel suo ristorante senza tirar fuori un euro.

La querelle finisce lì, ma è in arrivo il secondo round. Antognoni, qualche giorno fa, studia il menu della trattoria di lusso e scrive un articolo su chefmaitre.com intitolato “Il pesce scimmia del signor Trussardi”. Vedo il titolo, penso che dopo anni di logo col famoso levriero, Tomaso abbia deciso di cambiare logo e animale e di buttarsi sul genere fantasy-mitologico, con un simbolo che sia metà carpa e metà bertuccia. Invece no, Antognoni sta parlando della nuova trattoria di lusso, più precisamente del menu.

Un menu che lui definisce “un foglio word qualsiasi” in cui “Piccione rapa e piselli” diventa Pigeon with turnips and beans, solo che beans non vuol dire piselli, ma fagioli. In cui a sinistra, in italiano, si informa il cliente che la bistecca viene calcolata all’etto, mentre a destra, in inglese, viene detto che si calcola al grammo. Ma soprattutto, tra le proposte di pesce, spicca la “rana pescatrice” (monkfish, in inglese) che però nel menu di destra diventa MONKEY fish, ovvero pesce scimmia. Un menu pensato da Tim Burton, insomma. Di sicuro un’esperienza culinaria insolita assaggiare il famoso “gorilla pinna gialla”. Insomma, che il ristorante Trussardi abbia un menu con gli errori del menu cinese in Viale Padova o di quell’indimenticabile menu in Bolivia in cui gli spaghetti al pesto erano tradotti “Spaghetti alla peste”, è una sciatteria incredibile e Antognoni lo fa notare. Apriti cielo. Tomaso Trussardi, in tutta risposta, come un bimbominkia qualunque lancia strali su Facebook: “Certi imbecilli sedicenti critici culinari si permettono di giudicare senza competenze e esperienze di lavoro…. gli veniva permesso di mangiare a ufo (per non dire a scrocco)… ha dimostrato con copertine al miele il suo totale asservimento a chi lavorava nelle nostre cucine e gli permetteva di gozzovigliare a mie spese… ma si sa, la pacchia finisce, questo dodicenne hater…etc…”. Poi, non contento, si rivolge a chi lavorava nelle sue cucine, ovvero lo chef stellato Roberto Conti, invitandolo a togliere dalla sua bio su Facebook “executive chef presso il ristorante Trussardi” e da gran signore, specifica che sebbene Conti faccia credere di essersene andato di sua spontanea volontà, l’ha licenziato lui. “Grazie, ti auguro di fare bene COME NE SEI capace quando vuoi!”, conclude Trussardi. E lì diventa chiaro chi ha scritto il menu della trattoria di lusso. Del resto, si sa, nelle trattorie è tutto fatto in casa, pure i menu. Resta solo da capire se il pesce scimmia, nella scala evolutiva, sia l’anello di congiunzione tra l’uomo e una trattoria di lusso. Attendiamo la risposta del signor Tomaso Trussardi. Via Facebook, naturalmente. Del resto, i grandi comunicatori nel mondo della moda come lui e Stefano Gabbana, rispondono solo così.

venerdì 24 maggio 2019

Forse non son sveglio


Qui avrei dovuto mettere la foto della Michelazzo e della Perriciolo.
Ma non la metto per non alimentare questa notorietà odorante di sterco 


Di sfuggita, solo di sfuggita apprendo notizie attorno alle finte nozze di Pamela Prati con un fantomatico Caltagirone e poi queste due signore tale Eliana Michelazzo e Pamela Perricciolo. Ma non me ne frega nulla della vicenda, dei pianti, delle interviste fatte dalla compagna del figlio del miliardario delinquente. Nulla di nulla di lacrime, di ribaltamento della verità, dei plagi, delle fesserie per strappare qualche copertina. Tutto studiato, previsto, sviluppato per e con la certezza che attorno a queste fabbriche di aria fritta vivano e s'aggirino degli allocchi. Gli stessi allocchi che comprano bottiglie di acqua griffate dalla moglie di quello che ha la ragnatela sul collo a prezzi da immediato arresto con tanto di TSO obbligatorio. 
Ci sono deviati mentali che confabulano, progettano storie, amori, liti, scoop solo ed unicamente per vendere. Le classiche foto finte con i protagonisti pettinati, ben vestiti e noi, mi ci metto anch'io va, quando vado dal barbeo, a confabulare, a commentare il nulla, come le teste cosiddette pensanti. 
Intrecci, sospetti, pianificazioni di una finzione, di un set utile a pochi e affossante sinapsi di molti. 
Ma che ci frega a noi se la Pamelona sessantenne aveva in progetto di sposarsi con un ideogramma? 
Come cambia la vita se questa è finzione? 
E allora immergiamoli nell'anonimato queste mezze cartucce senza alcun valore, questi deserti di emozioni, di positività. 
Lasciamo incartarsi questa michelazzo (minuscolo e spronante ad una rima molto ma molto azzeccata) e l'amica perricciolo, gustiamo del loro evaporare, nessuna traccia a breve si avvertirà del loro flebile passaggio, magari andranno a vendere porta a porta quelle schifezze medianti le famose piramidi gestionali che alla fine inchiappettano sempre la moltitudine. 
Fate finta di nulla, emergete dallo squallore. Leggetevi un bel libro e come d'incanto non vi fregherà più nulla di queste vicende alla beneamata cazzo&campana!   

Supplica



Gomez


venerdì 24/05/2019
FATTI CHIARI
De Luca ricorda Falcone: ossigeno sprecato e ipocrita

di Peter Gomez

Educazione, intelligenza e decenza dovrebbe spingere a non parlare mai di mafia quei politici che si sono fatti eleggere anche grazie ai voti degli amici dei condannati per quell’odioso reato. In Italia, però, il limite del buon senso e del buon gusto è stato ormai superato da un pezzo. Per questo quando qualcuno lo travalica non c’è più nessuno che lo faccia notare.

È accaduto anche ieri in occasione delle commemorazioni per la morte di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e degli uomini della loro scorta. Tra i tanti che hanno sentito il dovere di sprecare inutilmente ossigeno per ricordare ipocritamente il sacrificio di questo eroe italiano c’è stato pure il governatore di una regione del Sud da sempre al centro di mille polemiche. Si tratta dell’arcigno Vincenzo De Luca che nel 2015, nonostante le proteste di Roberto Saviano e del movimento antimafia, pur di vincere le elezioni accettò l’appoggio di “Campania in rete”, una lista ispirata da una serie di amici di Nicola Cosentino: l’ex sottosegretario del governo Berlusconi, legato al clan dei Casalesi e per questo condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione camorristica; a cinque anni per tentato riciclaggio con aggravante mafiosa e a quattro anni per corruzione. De Luca però soffre di cattiva memoria. O, forse, spera che le amnesie ce le abbiano gli altri.

Così, dopo aver detto nel 2016 che l’allora presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi era “una infame da uccidere” e aver definito nel 2018 “camorristi” i bravi giornalisti di FanPage autori di una straordinaria inchiesta sul traffico di rifiuti, il governatore campano oggi spiega che gli viene “da piangere” nel pensare “che sono morti per un’Italia come quella che abbiamo davanti agli occhi” perché “non era questa l’Italia e lo Stato che sognavano”.

Parole, sia chiaro, che condividiamo in toto (anche pensando a chi le ha pronunciate), ma che De Luca avrebbe potuto benissimo usare pure quando al governo c’era un signore, Silvio Berlusconi, il cui partito aveva visto tra i fondatori un condannato definitivo a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa come Marcello Dell’Utri. Il governatore, allora sindaco di Salerno, non risulta però che all’epoca parlasse allo stesso modo. Lo fa invece, con sollievo di tutti, finalmente ora. Promettendo, secondo l’Ansa, di onorare “il sacrificio di Falcone mantenendo il senso del dovere, del rigore assoluto e la dignità istituzionale”. E garantendo di fare la sua parte “come l’ha fatta lui, a fronte dei cialtroni che sono al governo dell’Italia”.

L’opinione sull’esecutivo, sia chiaro, è assolutamente libera. Il litigioso spettacolo offerto dai gialloverdi in questa campagna elettorale autorizza chiunque, anche De Luca, a dire la sua. Noi ci chiediamo però come debba essere definito un governatore che non revoca l’incarico di proprio consigliere alla Caccia e alla pesca a Franco Alfieri (il famoso sindaco delle fritture di pesce, ndr), dopo che la Dia gli ha perquisito casa e ufficio e la Procura lo ha accusato di voto di scambio politico mafioso. Alfieri è ovviamente innocente fino a prova contraria. Ma noi siamo certi che nell’Italia sognata da Falcone non ci sarebbe stato spazio per un consigliere di un presidente di Regione scoperto mentre parla per telefono con un detenuto agli arresti domiciliari (esponente del clan Marotta) di un “contratto di lavoro per pigliare l’affidamento”. Cioè per tornare libero. Nella Campania di De Luca invece lo spazio, e soprattutto una poltrona, c’è.