giovedì 16 maggio 2019

Consiglio medico


“Dottore allora come mi devo comportare dopo l’operazione?”

“Dopo la sostituzione della valvola cardiaca, considerando i suoi 76 anni, consiglierei una vita tranquilla, al massimo una passeggiata nel parco pomeridiana. Poco stress e soprattutto a letto presto alla sera.” 

Regola valida per tutti, ma non per lui.



Azz!


giovedì 16/05/2019
La galassia nera dei “demoni” di Salvini

di Tomaso Montanari

In America, un libro come questo avrebbe la forza del Watergate. E in un qualunque Paese europeo, un libro che dimostrasse come il vicepremier e ministro dell’Interno è circondato da postnazisti che ne conducono la politica estera (e forse i flussi di finanziamento) e ne modellano l’ideologia e la retorica porterebbe a una crisi di governo. Temo che questo non succederà con I demoni di Salvini. I postnazisti e la Lega, di Claudio Gatti (oggi in libreria per Chiarelettere): ma mi domando cosa penseranno, dopo averlo letto, Sergio Mattarella (che fermò, a costo di lacerare la Costituzione, Paolo Savona ma non mosse ciglio contro la nomina di Salvini) o Luigi Di Maio e Matteo Renzi, che condividono la responsabilità (seppur in misura diversa) di aver inquinato, dandola in mano a un uomo di queste frequentazioni, la nostra sicurezza nazionale.

Non si tratta di un libro politico: è, nello stile asciutto e fattuale del suo autore, una classica inchiesta giornalistica. Aiutato dal fatto di vivere a New York, fuori dall’involuzione del giornalismo italico, Gatti allinea fatti, date, testi e lunghe interviste che confermano il canovaccio offertogli da una gola profonda: l’ingegner Alberto Sciandra, nazista pentito che è stato il primo infiltrato nella Lega (organizzatore, tra l’altro, della sceneggiata celtica con Bossi alle fonti del Po, nel 1996).

Ne scaturisce la ricostruzione agghiacciante della (riuscitissima) infiltrazione politica che spiega come sia possibile che un partito autonomista abbia abbracciato i più sanguinari centralisti, da Milosevic a Putin, attuale idolo di questa galassia nera.

Il libro dimostra come un nutrito gruppo di post-nazisti, formatisi nell’entourage eversivo di Franco Freda e del suo discepolo Maurizio Murelli (undici anni di galera alle spalle), sia entrato a livelli apicali nella Lega, fin dalla fondazione. Matteo Salvini nasce e cresce, politicamente, in questo ambiente. Si smonta la leggenda (abilmente costruita) del “comunista padano” e l’attuale uomo forte del governo è restituito alla sua identità reale: quella di un uomo di estrema destra nutrito di retorica, idee e soprattutto frequentazioni esplicitamente postnaziste. Non mancano i nessi col nazismo storico, quello di Hitler: nel lontano 1976 al futuro senatore Borghezio viene trovata in casa una divisa da ufficiale nazista (ah, la mania delle divise!), e Gianluca Savoini (per un lungo periodo portavoce di Salvini, e l’anno scorso tra gli organizzatori del suo viaggio in Russia da ministro dell’Interno) aveva nel suo ufficio della redazione della Padania una cornucopia di simboli hitleriani.

Ma non si tratta affatto di un manipolo di nostalgici, siamo lontani dai patetici sfigati di Forza Nuova o dai picchiatori di CasaPound: si tratta di politici lucidi, scrittori, editori che hanno abbandonato “la via del guerriero” e scelto quella “del sacerdote”. Una categoria pericolosa perché dissimulata, questa dei postnazisti. “Ma la più pericolosa di tutti – scrive Gatti – è quella dei cinici calcolatori che pensano di poter usare i postnazisti intelligenti. È la categoria di Matteo Salvini”, che “ha reso presentabile il pensiero postnazista”. Il cardine di questo pensiero è la teoria della “sostituzione del popolo”: per cui l’etnia europea bianca e cristiana sarebbe minacciata da un complotto giudaico-massonico che la vuole sostituire con neri musulmani. Una teoria espressa in termini quasi identici nel Mein Kampf di Hitler, nelle rivendicazioni di Brenton Tarrant (lo stragista delle moschee neozelandesi) e nei discorsi di Salvini: e questa affermazione non è un’illazione, o una calunnia, ma il semplice frutto di un banale confronto testuale, dalla forza dirompente.

Ciò che Gatti dimostra è che Salvini non è semplicemente saltato, all’ultimo momento, su una retorica “di destra”: la sua integrale sottoscrizione dell’essenza ideologica del postnazismo mondiale è invece il frutto di un lungo e accurato lavoro di un gruppo politico che ora viene per la prima volta messo a nudo.

Non si tratta di discutere come e quanto Salvini sia fascista: il punto non è quanto filologico sia il suo recupero del passato, ma quanto devastante sia il suo progetto per il futuro. Il consenso alle sue tesi è vasto, ed è stato alimentato da un’ingiustizia sociale devastante e da un disinvestimento in scuola e cultura che portano le firme di governi di centrosinistra almeno quanto quelle dei governi di centrodestra. Dunque, il punto non è costituire un fronte antifascista con chi ci ha condotto a questo punto, ma invertire la rotta finché siamo in tempo: capire quali demoni siano stati liberati da trent’anni di liberismo selvaggio è vitale, e questo libro sconvolgente è un passo nella direzione giusta. Visto che uno dei protagonisti è Marcello Foa, è verosimile che la Rai non gli dedicherà molto spazio: invece leggerlo e discuterlo è davvero fondamentale. Per il futuro della democrazia italiana.

mercoledì 15 maggio 2019

Pensierino


Quando vedo l’Erotomane Seriale in televisione, come ora nella Sua televisione, comprendo quanta strada ci sia da fare ancora per ritornare un paese libero e democratico (a proposito di Democratico... bella l’alleanza vincitrice a Gela PD-Forza Italia! Bella davvero!)

Articolo interessante



Datemi un sequel
La fine di una serie tv è il nuovo trauma del consumatore globale. Perché l’amore può morire, ma “Il Trono di spade” no

Stefano Massini

Agli svariati traumi della nostra società se n’è aggiunto ormai da tempo uno devastante: il lutto ferale da ultima puntata. Come sopravvivere senza Trono di Spade e compagnia bella, quando il sipario scorre implacabile? Il fatto è che abbiamo maturato una specie di insofferenza acuta per i commiati narrativi, non accettiamo l’idea che il flusso di una storia si interrompa, lasciandoci in qualche modo orfani. Credo faccia parte di quel complesso meccanismo di rimozione che esercitiamo nei confronti della morte, e che mi riporta alla memoria quel non conclude con cui Pirandello coronava il suo romanzo. Ecco: vorremmo che niente concludesse. E la conseguenza è sotto gli occhi di tutti: dalle carriere politiche a quelle dei calciatori (passando per gli addii di note band puntualmente sconfessati con la reunion), tutto quanto sembra ormai intonato a un’eterna continua resurrezione, e dovunque svolazzano arabe fenici autoriesumate dalle proprie ceneri.
Appunto: non conclude . La regola è che ogni the end contenga già un the begin , tanto più se si tratta di storie monumentali, di cui ci siamo talmente infatuati da concepirle non come fiction, ma come realtà alternative, non di personaggi ma di entità anagrafiche, biologiche, dotate di un’esistenza autonoma. Guai a interrompere. Il mercato hollywoodiano se n’è reso conto da anni, lanciandosi più che mai in un’infilata di sequel, prequel e spin-off, dai plurimi Tolkien di Peter Jackson al proliferare di Avengers e Star Wars , cosicché il biblico “crescete e moltiplicatevi” si è mutato in “finite e ricominciatevi”. Mi si dirà che è un déjà-vu , trattandosi in fondo dello stesso trucco cui ricorreva l’epica omerica, sviluppando all’infinito trame e sottotrame della madre di tutte le serie, GOT: Game of Troia . Certo. Ma si dà il caso che nei secoli a venire i massimi capolavori della letteratura non prevedessero alcun ritorno dopo la fatidica parola “fine”, non c’erano in panchina figli segreti di Achab pronti a dar la caccia alla nipotina di Moby Dick, in un susseguirsi di sequel che poteva giungere comodamente fino allo scontro fra balenieri e Greenpeace.
E dunque come avranno fatto a sopravvivere, prima dei fratelli Lumière, quei milioni di sventurati la cui immaginazione si cibava di poemi e di romanzi? Semplicemente: si trattava di una splendida staffetta fra la fantasia dello scrittore e quella del lettore, per cui dopo l’ultima sillaba personaggi e situazioni passavano in eredità alla libera creazione di chi li aveva amati. «Tutto il resto è silenzio» mormora Amleto nell’ultima puntata – pardon: ultimo atto – della sua tragedia, ed era una battuta a mio vedere magnifica, perché implica il passaggio di consegne fra le parole di Shakespeare e il silenzio apparente in cui ognuno di noi potrà immaginare il proprio seguito alla vicenda: cosa accadde, dopo, a Elsinor? Forse Orazio eresse un mausoleo all’amico morto, fondando nella reggia un grande teatro. Oppure fu lo stesso Amleto a ripresentarsi in giro in vesti di spettro, imitando suo padre… Il gioco dei possibili sequel sarebbe oltremodo creativo, oltre che divertente, e potrebbe rivelarsi un brillante metodo scolastico: come se la cavò Pinocchio divenuto bambino vero? Aprì una segheria? Si tinse i capelli di turchese, come un punk, in memoria della sua Fatina? Ognuno di voi è padrone di sceneggiare, assemblare, tradire, con una libertà di manovra che oggi suona tuttavia inconcepibile: siamo talmente abituati a ricevere passivamente che il tacere dell’autore equivale ormai all’oblio, e subito pretendiamo ulteriori nuovi prodotti dall’industria a ciclo continuo della fiction. È l’era del consumismo narrativo, a cui chiediamo non solo di sfornare novità succulente, ma anche di spremere fino all’osso i filoni aurei della miniera, alimentando l’effetto distorto di una storia inesauribile. È facile allora ipotizzare che a Dante Alighieri sarebbe stato chiesto, dopo Inferno-Purgatorio- Paradiso , di farsi un tour pure nel Walhalla, mentre al Manzoni la piattaforma Netflix avrebbe già commissionato un triplo sequel con le infedeltà coniugali deiPromessi Sposi , nonché uno spin-off con gli amorazzi giovanili di Perpetua.
Inutile rilevare come i personaggi siano materia sensibile, delicatissima, il cui eccessivo sfruttamento degenera nel deteriore, fra Lucia Mondella che si dà al buddismo e Renzo Tramaglino con la crisi di mezza età. Il punto – mi permetto di azzardare – è che nessuno si è mai eretto a difensore dei diritti dell’umanità fantastica: i personaggi inventati, esattamente come le persone reali, esigono di esser trattati con un minimo di etico rispetto, di cui è ingrediente essenziale l’accettarne la morte, senza accanimenti terapeutici. Cominciamo a metterci in testa che le storie debbono avere necessariamente un crepuscolo, e che anzi è proprio la loro caducità a renderle preziose, materiale finalmente umano, fragilissimo, privo di quell’eternità artificiale che sarà semmai attributo degli automi, dei cloni, dei replicanti. Ben venga, allora, la drastica schermata nera che significa that’s all, folks , senza possibilità di appello.
E se staccarci da un personaggio ci farà versare una lacrima, sarà segno che la sua storia ha avuto un senso, e ne serberemo memoria. Insomma, che ci piaccia o no, l’addio fa parte integrante del vocabolario umano, e chi si illude di dir solo arrivederci è condannato a un’esistenza di plastica. Questo è tutto, ho finito. Titoli di coda.


Daje Marco!


mercoledì 15/05/2019

I pomicioni


di Marco Travaglio


Lo so che non dovrei, ma è più forte di me: appena sento parlare di Paolo Cirino Pomicino non riesco a non pensare alla sua leggendaria tangente della Madonna. Sullo scorcio degli anni 80, alla vigilia di un intervento a cuore aperto a Houston, l’allora ministro Dc fa un voto alla Vergine: se tutto andrà bene, aiuterà i piccoli ospiti del Villaggio dei Ragazzi di don Salvatore D’Angelo, a Maddaloni. L’operazione riesce perfettamente. Ma Pomicino, anziché metter mano al portafogli, chiama un noto costruttore, Francesco Zecchina, in lista d’attesa per gli appalti del dopo-terremoto. “Mi chiese – racconterà Zecchina al processo sulle tangenti per la ricostruzione post-1980, poi caduto come sempre in prescrizione – di dare un contributo di circa 100 milioni, in rate da 10 a Pasqua e 10 a Natale, per cinque anni, a don D’Angelo. Obiettai che mi sembrava singolare che dovessi pagare io di persona un voto fatto da lui. Ma lui replicò che dovevo pagare io”. “Se non fosse per la gravità delle imputazioni e per l’entità dell’esborso imposto – scriverà la Procura di Napoli nella richiesta di autorizzazione a procedere alla Camera – la vicenda sarebbe veramente grottesca… Pomicino pretende di fare opere caritatevoli con il denaro altrui, e questo appare francamente eccessivo”. Pomicino è fatto così: un mariuolo sveglio, pronto, intelligente, spiritoso e spudoratamente creativo. Anche come tangentaro.


Perciò, a dispetto della condanna definitiva a 1 anno e 8 mesi per finanziamento illecito (maxi-tangente Enimont), del patteggiamento di 2 mesi per corruzione (fondi neri Eni), dell’arresto per estorsione e degli altri 39 processi finiti fra prescrizioni, autorizzazioni a procedere negate, archiviazioni, proscioglimenti e assoluzioni, nonché del suo fondamentale contributo al boom della spesa e del debito pubblico negli anni 80-90, non riesce a starmi antipatico. Nel 2016 riuscì persino a rendersi utile (capita a tutti, prima o poi), schierandosi per il No al referendum di Renzi e inviando alcune letterine contro la schiforma Boschi-Verdini all’unico giornale che difendeva la Costituzione: il nostro. Infatti non è con lui che ce l’ho, ma con Nicola Zingaretti. Il “nuovo” segretario del “nuovo” Pd ha incontrato il 79enne andreottiano all’hotel Vesuvio di Napoli e gli ha strappato il prezioso sostegno per le Europee e le Amministrative del 26 maggio. In attesa della versione di Zingaretti, ecco quella di Pomicino, intervistato ieri dal nostro sito: “Se io dico che mi oriento a votare per il Partito democratico, i miei amici votano – per una parte – per il Partito democratico”.


Poi – ha aggiunto –, per entrare nel Pd, bisognerà ragionare”. È l’ultima transumanza del peripatetico partenopeo, che dopo la Dc trasvolò nell’ordine: in FI, in Democrazia europea, nel Ccd, nell’Udeur, nella Nuova Dc di Rotondi, nella lista Dc-Psi, nel Pdl, nell’Udc, nei fittiani di Noi con l’Italia e ora nel Pd. Un po’ a destra, un po’ al centro, un po’ a sinistra (si fa per dire). Lui naturalmente è liberissimo di riciclarsi e camuffarsi come e con chi vuole. Ma il bello è che trova sempre qualcuno che ci casca. Il problema non è Pomicino che s’offre, ma il Pd che se lo piglia. Zingaretti, dopo lunghe ricerche, era appena riuscito a trovare un buon candidato per la circoscrizione Sud, non solo incensurato – impresa già ardua nelle terre dei De Luca, dei Pittella, degli Oliverio e degli Adamo –, ma addirittura magistrato: Franco Roberti. Forse non sa che, trent’anni fa, nel battaglione di pm che indagavano a Napoli su Pomicino, c’era pure Roberti. O forse lo sa e ha pensato bene di riequilibrare quel tasso eccessivo di legalità con un simbolo conclamato dell’illegalità. Come se non bastasse Franco Alfieri, detto Mr Fritture di Pesce, indagato per voto di scambio politico-mafioso con la camorra e candidato Pd a sindaco di Capaccio-Paestum. O l’incredibile inciucio in Sicilia con Gianfranco Miccichè, già braccio e naso destro di Marcello Dell’Utri. O gli scandali delle giunte dem da Milano all’Umbria alla Calabria.

Noi, se guidassimo un partito che vuole rinnovarsi intorno ai valori della sinistra, e Pomicino ci avvicinasse per aderire, ci domanderemmo dove abbiamo sbagliato, cos’abbiamo fatto di male per piacergli tanto. E risponderemmo: “No, grazie, come se avessi accettato”. Anche se quello ci garantisse il suo pacchetto di voti, veri o presunti (“Se io dico che mi oriento a votare per il Pd, i miei amici votano per il Pd”), gratis. Anzi, proprio per quello: chi vuole rinnovare un partito non può accettare l’idea che i voti appartengano a qualcuno che se li porta appresso, ora a destra, ora al centro, ora a sinistra, manco fossero calzini o mutande. Poi dovrebbe domandarsi chi siano questi “amici” di Pomicino, e con quali mezzi e a che prezzo un ex politico che non conta più nulla da 25 anni “controlla” ancora uno stock di elettori. Infine dovrebbe rifiutarli pubblicamente, per motivi di decenza, ma pure di convenienza: se qualche persona di sinistra, di bocca buona e di stomaco forte era tentata di tornare a votare Pd per l’arrivo di Zingaretti (e per la simultanea dipartita di Renzi), ora ne sarà dissuasa dalla notizia del sostegno di Pomicino. Che, per quanti voti controlli, non basteranno mai a superare quelli che farà perdere col suo bacio della morte. Soprattutto ora che la questione morale è tornata in auge col caso Siri, le retate da Nord a Sud e il trionfale ingresso della famiglia Genovese nella Lega siciliana. Tutte ottime occasioni per segnare la distanza di una nuova sinistra da Salvini, che imbarca di tutto e non butta via niente. Ma parlare di morale a chi ignora persino l’abc del marketing, facendosi beccare mentre pomicia con Pomicino, è fatica sprecata.



Furto al babbano