martedì 15 gennaio 2019

Ranieri ben scruta


martedì 15/01/2019
Lo zen e l’arte di Salvini di svicolare

di Daniela Ranieri

Dopo tante ore di televisione sorbite e innumerevoli stringhe di testo sottoposte a attenta esegesi, domenica sera ci è parso di essere giunti al segreto della tecnica comunicativa di Matteo Salvini.

Da Giletti su La7, dove è andato principalmente a officiare il rito dell’ostensione del Cesare Battisti catturato, la temperatura è subito alta e la narrazione manichea come una puntata di Dragon Ball: Giletti parla di “sacrificio” dei “nostri uomini”; Salvini rilancia con “quello schifoso”, “quel vigliacco”, “quel soggetto”, “quel fenomeno”; Giletti si emoziona per “preso!”, come da comunicazione dei servizi; Salvini rilancia con “assassino comunista”, “italiani perbene”, “marcire in galera”. Questa variante climatica dell’ospitata salviniana, ormai un sottogenere del talk show politico, rivela come al tornasole che parte della facilità con cui il coltello di Salvini è entrato nel burro dell’Italia mentale deriva dal fatto che sulle questioni precise Salvini non risponde mai nel merito, ma fa una finta e dribbla l’avversario, aprendo un altro fronte tematico utile a lui. Un trucco dialettico vecchio come il mondo, giocato con tanta naturale maestria che quasi non ci se ne accorge.

“Perdonami, ho il cellulare acceso, perché quel soggetto lì dovrebbe salire in aereo verso le 10”, dice a scusante della sua distrazione, come se i servizi segreti non sapessero che in quel momento Salvini è in diretta Tv; da qui, il copione seguìto potrebbe adattarsi a qualsiasi scenario. Le domande di Giletti sono ascoltate, ignorate e bypassate; sono solo una pausa nella partitura preconfezionata e intercambiabile del rispostario salviniano, di solito ruotante attorno a un vortice: il conflitto tra la sua persona, dotata di qualità morali d’altri tempi (integrità, semplicità, genuinità), e la difficile contingenza di gestire un’immigrazione rapace e incontrollata.

Giletti lo provoca sull’epilogo della vicenda delle 49 persone lasciate in mare per 19 giorni: “Si dice che lei abbia ceduto sull’immigrazione”. “Guardi, io bado ai fatti: penso che gli italiani mi riconoscano concretezza, coerenza, serietà. I fatti dicono che nel 2018 sono sbarcati quasi 100mila immigrati in meno rispetto al 2017”, ed è ovvio che la risposta non c’entra niente con la domanda. Sulla minaccia di non identificare i migranti, ipotesi che creerebbe folle di clandestini in giro per l’Europa, ribatte: “Buono sì, scemo no”; poi inscena il noto teatrino parassitario: “Sono 30enni più robusti di me, col telefonino, le cuffiette, le scarpe da tennis”. Assicuratasi l’attenzione emotiva del pubblico, vira sul climax: “Spacciano, scippano, stuprano!”. Boato catartico del pubblico, lieto che qualcuno di autorevole osi quello che esso si permette solo dopo qualche bicchiere.

“Ma Conte si è sentito superato?”, insiste Giletti. Salvini: “Qual è la questione importante, di fondo?”, fa Salvini. “Che finché si fa capire agli scafisti che coi soldi che incassano comprano armi e droga… In Italia si arriva chiedendo permesso e per favore”. L’applauso è al pugno di ferro che il ministro nasconde sotto il pullover e ha il merito di far dimenticare a tutti la domanda, che riguardava i rapporti dentro il governo e non gli scafisti. Giletti: “Ma non si può applicare un protocollo valido sempre?”. Risposta: “Anche perché ci sono delle Ong che fanno i furbetti”.

Salvini sa che i telespettatori non sopportano le polemiche dei saccentoni (perciò hanno nausea di Renzi). Lontani i tempi in cui entrava in studio con l’iPad e sciorinava numeri e percentuali, oggi semplifica, porta la discussione al livello della chiacchiera da pianerottolo. L’unico strappo lo fa parlando di sbarchi, usando numeri spesso in conflitto con quelli del suo ministero, e di povertà: “Ci sono 5 milioni di italiani che vivono in Italia da poveri”, il che è falso: nei 5 milioni rientrano anche gli stranieri.

Giletti gli chiede dell’emendamento pro-Rixi, la modifica al codice penale che consentirebbe ai pubblici ufficiali di invocare l’indebita percezione e non il peculato, che ha pene più severe e una prescrizione più lunga. Salvini non ha idea di cosa sia il comma Rixi. A malapena sa che Rixi è il sottosegretario ai Trasporti. Le “manine” non concorrono alla sua epopea. Scarta di lato: “Sull’onestà mia non transigo, e anche su quella dei 5Stelle”, che nulla c’entrano visto che Rixi è della Lega. Poi fa il trucco zen del “Non pensare all’elefante bianco”: “Per carità, ci possono essere leggi fatte meglio. Stiamo lavorando alla riforma del processo civile e penale. Non è giustizia quella che ti dà una sentenza dopo 10 anni, magari sei fallito o sei sotto terra”, ovvietà che cancella dalla mente di chi ascolta l’eventuale favore all’imputato Rixi che egli chiama “fratello”. Poi si alza ed esce salutando con le mani giunte, come il Dalai Lama.

lunedì 14 gennaio 2019

Una prece


Quanti vaffanculo subliminali ci vengono serviti al bancone! (ANSB - Associazione Nazionale Salvataggio Baristi)

Caffè lungo, caffè leggermente lungo, caffè un po’ ristretto, caffè ristretto, caffè né lungo né ristretto, caffè macchiato tiepido, caffè macchiato senza schiuma, caffè macchiato caldo, caffè macchiato freddo, caffè macchiato con soia tiepido, caffè macchiato con soia bollente, caffè macchiato soia fredda, caffè schiumato soia, caffè macchiato caldo in tazza bollente, caffè schiumato freddo, caffè schiumato senza latte, caffè macchiato con latte senza lattosio freddo, caffè macchiato con latte senza lattosio caldo, caffè macchiato con latte senza lattosio tiepido, caffè schiumato con latte senza lattosio, caffè ristretto al vetro e schiumato con latte senza lattosio, caffè decaffeinato schiumato con soia, caffè decaffeinato macchiato con soia, caffè decaffeinato macchiato con latte freddo senza lattosio, caffè ristretto macchiato fino all’orlo della tazzina, caffè lungo macchiato fino all’orlo della tazzina, caffè ristretto in tazza grande, caffè lungo in tazza grande, caffè in tazza grande macchiato schiumato, caffè in tazza grande macchiato freddo, caffè in tazza grande macchiato con latte senza lattosio, caffè in tazza grande schiumato con latte senza lattosio, caffè in tazza grande macchiato con latte freddo senza lattosio, caffè in tazza grande schiumato con soia, caffè in tazza grande macchiato con latte freddo di soia, caffè in tazza grande macchiato tiepido, caffè in tazza grande con acqua calda a parte, caffè in tazza grande con acqua freddo a parte, caffè americano ristretto macchiato freddo, caffè americano ristretto macchiato caldo, caffè americano schiumato, caffè americano schiumato con latte senza lattosio, caffè americano schiumato con soia, caffè con una punta di latte caldo, caffè con una punta di latte freddo, caffè con una punta di latte tiepido, caffè con una punta di latte bollente senza schiuma, caffè d’orzo macchiato caldo, caffè d’orzo macchiato freddo, caffè d’orzo macchiato tiepido, caffè d’orzo macchiato con soia, caffè d’orzo macchiato con latte senza lattosio, caffè d’orzo ristretto con la schiuma di latte di soia a parte, caffè non pressato, caffè appena schiumato con soia, caffè appena schiumato con latte senza lattosio, caffè in tazza bollente con acqua fredda a parte

Tra Battisti..



Tu chiamale se vuoi... reclusioniii!

sabato 12 gennaio 2019

Madama la marchesa


C'è un aspetto troppe volte passante in secondo piano che m'attizza oltremodo: ogniqualvolta si scopre un baratro dentro a quelle spelonche che normalmente chiamiamo banche, non s'avverte consequenzialmente una ricerca, un'entrata in galera di qualche ribaldo che, grazie ad amicizie politiche, si fa imprestare soldi per progetti farsa, cuccandosi e godendosi il relativo bottino, rimanendo per giunta pure impunito. 
La recente vicenda della Banca genovese Carige ha fatto affiorare altri mascalzoni (come chiamarli se no?) trasformanti puffi in "sofferenze bancarie" nome utile agli allocchi per farsi confondere e non guardare il fulcro di tutto: la rapina mascherata da prestito. 
Ma si, grazie al Fatto Quotidiano possiamo pure farli questi nomi! 
Cominciamo da Giovanni Berneschi e Ferdinando Menconi, condannati in appello nell'inchiesta truffa del ramo assicurativo di Carige: 138 milioni.
Passiamo poi al miliardo e quattrocento milioni (avete letto bene) di crediti relativi a 85 posizioni, alcune chiuse, altre rinegoziate, molte da essere definite o cedute. 
Gruppo armatori della Messina: 450 milioni di prestito che ritorneranno, forse, nel 2032!!

Passiamo al gruppo Erzelli: 250 milioni d'investimento per il progetto del polo tecnologico genovese sostenuto dal PD. E se a questi soldi si stanno aggiungendo pure quelli pubblici, fa specie che il presidente del collegio sindacale Carige ricoprisse anche un ruolo in quel progetto. 

90 milioni alla famiglia Orsero, quelli della frutta, caduti in disgrazia economica. Raffaella Orsero sedette nel cda di Carise, Cassa di Risparmio di Savona, controllata da Carige. 

E poi le società di Francesco Bellavista Caltagirone che sta riempiendo di cemento il porto di Imperia, andatevi a vedere chi ne è sindaco, con posti barca ancora deserti; la società Villa Gavotti finanziata con 91 milioni da Carige e poi fallita, la società di Andrea Nucera, finanziata per ben 66,2 milioni, ed il cui titolare è scappato a Dubai, ahi-ahi. 

Insomma! Briganti altolocati che mai e poi mai finiranno in galera, né verranno ridotti giustamente in povertà. Alla faccia nostra si sollazzeranno con i soldoni elargiti da Carige, brindando in spettacolari verticali di Krug. 

E di banca Carige naturalmente nessuno in galera. Come da sempre e per sempre. 
Vuoi vedere che alla fin fine i responsabili di questi misfatti saremo noi coglioni che c'innervosiamo se la bolletta della luce è scaduta da un giorno e non è stata ancora pagata? 

Super Scanzi


sabato 12/01/2019
Conte, uno “normale” nell’era dei fenomeni

di Andrea Scanzi

Se volete ridere (per non piangere), rileggetevi gli epiteti con cui venne accolto Giuseppe Conte tra maggio e giugno. Neanche aveva cominciato a fare il presidente del Consiglio, che già era stato dilaniato dalla stessa classe dirigente che – con la sua incapacità – aveva aperto la strada al Salvimaio e dalla stessa informazione che – con la sua ruffianeria – ne aveva incensato i predecessori. Conte era un millantatore, un prestanome, un incapace: un omino inutile, telecomandato come Ambra con Boncompagni. E questi erano i complimenti: di solito lo si riteneva null’altro che un mezzo deficiente, comandato per giunta da due minus habens come Salvini e Di Maio. È ancora il parere di chi resta turborenziano, tipologia umana che temo non potrebbe essere salvata neanche dal combinato disposto di Jung e Freud.

Era più che lecito avere dubbi su un sostanziale sconosciuto, scelto dal M5S come ministro della Pubblica amministrazione nell’impossibile monocolore 5 Stelle e – di colpo – catapultato in cima a un governo di per sé stravagante. Ora, però, se ci fosse un minimo di onestà intellettuale e non questo generalizzato tifo purulento di qua e di là, bisognerebbe ammettere come e quanto Conte stia stupendo: in positivo. Ne è prova ultima la risoluzione, colpevolmente tardiva ma politicamente encomiabile, del caso Sea Watch-Sea Eye. Una risoluzione (si ribadisce tardiva, e in quel ritardo c’è tutta la colpa del governo italiano e dell’Unione europea) che dimostra non solo il talento diplomatico di Conte (e Moavero), ma pure la sua autonomia.

Da mesi va avanti la nenia secondo cui, nel governo, faccia tutto Salvini. A furia di ripeterlo nei social e talk-show, è divenuto una sorta di Dogma. Ma è così vero che Salvini regni e signoreggi su Di Maio, Conte e il mondo intiero, compresa la non marginale Galassia di Andromeda? È vero mediaticamente ma non politicamente: a parte il dl Sicurezza, pieno peraltro di storture, per ora di concreto Salvini si è fatto – più che altro – le pippe a manetta. Conte, reputato “prestanome” dagli stessi che celebravano Monti (noto filantropo vicino ai deboli), veneravano la Diversamente Lince di Rignano e santificavano Gentiloni dimenticandosi quel suo essere “prestanome” di Renzi, ha più volte messo all’angolo Salvini. Sulla Sea Watch, sugli inceneritori, sulla legge Anticorruzione. E si spera pure su trivelle e Tav.

A settembre, in tivù, osai affermare che sul Salvimaio avevo (ho) miliardi di dubbi e certe cose mi facevano (fanno) schifo il giusto, ma che Conte era la sorpresa più positiva dell’esecutivo e che mi pareva già allora il miglior presidente del Consiglio dai tempi di Prodi. Fui massacrato, e ovviamente il massacro arrivò dai soliti scienziati rintanati nei loro attici con vista grandangolare sul proprio ombelico. Oggi ribadisco il concetto, ben sapendo che neanche gli faccio tutto ’sto gran complimento: anche una sogliola morta di onanismo sarebbe preferibile a Renzi.

Conte è migliorato pure nei suoi discorsi in Parlamento, dove all’inizio soffriva parecchio, e in tivù, dove – altro suo unicum – si ostina ad andare pochissimo. Le prime volte, da Floris a ridosso del voto (quando raccontò di provenire dalla sinistra) e poi ancora a DiMartedì dopo la nascita del Salvimaio, parve moscio. Idem all’esordio da Vespa, durante la quale mostrò il santino di Padre Pio a cui è devoto. Pochi giorni fa, ancora a Porta a Porta, si è rivelato molto più sicuro e quasi baldanzoso (“Salvini non vuole sbarchi? Vorrà dire che li farò prendere in aereo…”). L’uomo non disdegna l’ironia. A volte esagera (“I tagli ai pensionati sono impercettibili, nemmeno L’avaro di Molière se ne accorgerebbe”) e a volte ci prende (“Chi butto dalla torre tra Renzi e Gentiloni? Renzi si è già buttato da solo…”). Sottovalutandolo (quasi) tutti oltremodo, hanno finito col rendere ancora più evidenti le sue qualità: un’altra delle troppe cantonate di una cosiddetta “opposizione” che non riuscirebbe a essere così ridicola neanche se ci si impegnasse deliberatamente.

Aggiungo un ultimo aspetto legato alla sua veste diplomatica. Quando Conte va all’estero, è assai a suo agio con le lingue (compresa quella italiana: e già qui c’è del clamoroso). Non solo: ai summit coi (presunti) grandi della Terra, non fa le corna e neanche si improvvisa ilare bullo come quell’altro gradasso quando incontrava Schulz. Cordiale, affabile: sicuro di sé. Forse è la prima volta dal 2006 che tanti italiani non si vergognano di un presidente del Consiglio. Non che Conte sia un fenomeno: è solo un uomo serio e normale alla guida di un governo improbabile e sbilenco, che a volte le indovina e più spesso no. Ma anche solo essere “normali”, in questi tempi di fenomeni finti e politica sputtanata, suona quasi rivoluzionario.

Clapclapclap!


sabato 12/01/2019
Scienza e fantascienza

di Marco Travaglio

Per dire come siamo ridotti, basta confrontare le reazioni a una notizia e a una non-notizia dell’altroieri. La notizia è il comitato scientifico del ministero delle Infrastrutture che, al termine di una accurata analisi costi-benefici, boccia il Tav Torino-Lione. La non-notizia è l’adesione di Beppe Grillo al “Patto trasversale per la scienza” promosso da docenti e ricercatori universitari, tra cui il suo amico immunologo Guido Silvestri e l’esuberante virologo Roberto Burioni, amico di Renzi (altro firmatario). Il manifesto dice cose talmente ovvie e generiche che solo un malato di mente potrebbe contraddirlo: la Scienza va difesa come “valore universale di progresso dell’umanità, priva di ogni colore politico”, combattendo le “forme di pseudoscienza e/o di pseudomedicina che mettono a repentaglio la salute pubblica come il negazionismo dell’Aids, l’anti-vaccinismo, le terapie non basate sulle prove scientifiche, ecc”, attivando “programmi capillari d’informazione sulla Scienza per la popolazione, a partire dalla scuola dell’obbligo” e assicurando “alla Scienza adeguati finanziamenti pubblici, a partire da un immediato raddoppio dei fondi per la ricerca biomedica di base”.

Se c’è qualcuno che ha sempre divulgato la scienza, le nuove tecnologie, la ricerca più avanzata, portando fior di luminari sui palchi dei suoi show o consultandoli per scriverne i testi, è proprio Grillo. Il primo a parlare al grande pubblico di auto elettriche e all’idrogeno, pannelli solari, energie alternative, tecniche avanzate di smaltimento rifiuti e riciclo, sempre dalla parte dell’ambiente e della salute, dunque contro le lobby farmaceutiche che inquinano l’imparzialità della Scienza. E quando attaccava Veronesi e Montalcini non negava i loro meriti scientifici, ma polemizzava sul sì del primo agl’inceneritori (cancerogeni, per molti scienziati, a causa delle emissioni di nanoparticelle) e sui legami della seconda con le multinazionali (e lì sbagliava di grosso, come quando estremizzò la polemica sull’allarme Aids fino a definirlo una “bufala”). Se l’adesione di Grillo fa scandalo è perché tre anni fa Renzi, ormai disperato, decise di iscrivere la Scienza al Pd e di dipingere chi dissentiva come un rettiliano e un terrapiattista (a proposito: è la firma di Renzi su un appello a non fare come lui, cioè a non dare “colore politico” alla Scienza, che dovrebbe far notizia). E la grande stampa dietro. L’abnorme decreto Lorenzin impose prima 12 e poi 10 vaccini (a proposito: sono più scientifici i 12 o i 10?), diversamente da quanto avviene nella gran parte d’Europa.

Pena la radiazione dei bambini da ogni asilo e scuola della Nazione. E chi dissentiva era un “No Vax” oscurantista e untore (persino del tetano, notoriamente non contagioso). Fior di medici e prof della materia venivano espulsi dall’Ordine perché si opponevano non ai vaccini, ma alla obbligatorietà di quei 10. E c’era la scomunica per chi osava sottolineare le possibili reazioni avverse, anche mortali, a certi vaccini, sempre taciute da un’“informazione scientifica” asservita alle multinazionali (quando il programma Report ci provò, col contributo del grande Silvio Garattini, fu linciato dal Pd e dalla sottostante Repubblica). Come se raccomandare cautela sulle vaccinazioni a grappolo, informare correttamente sui pro e i contro e puntare sulla persuasione e sull’educazione anziché sulla costrizione e sulla repressione fosse un atteggiamento antiscientifico. Come se il fanatismo non stesse alla Scienza come il diavolo all’acqua santa. Nacque così la leggenda metropolitana, a scopo elettorale, dei 5Stelle No Vax e portatori insani di ogni sorta di peste bubbonica, mentre non si rinviene nei loro documenti ufficiali una virgola ostile ai vaccini (semmai alla loro obbligatorietà). E ora si mena scandalo se Grillo (Beppe) contravviene non alla realtà, ma a quella leggenda: infatti firma un appello contro i No Vax, che né lui né i 5Stelle sono mai stati, e non fa alcun accenno all’obbligatorietà. Tant’è che fra i promotori del Patto, accanto all’obbligazionista borioso Burioni, c’è il prof. Silvestri, fra i massimi esperti internazionali di Hiv, favorevole ai vaccini ma contrario alla loro obbligatorietà (“Meglio convincere i genitori con campagne di sensibilizzazione, perché i No Vax irriducibili non scendono a patti neppure se c’è l’obbligo”).
Intanto il putribondo Toninelli incarica un gruppo di scienziati, guidato dal prof. Marco Ponti, ordinario di Economia al Politecnico di Milano e responsabile di un pool di ricerca internazionale sulla regolazione economica dei trasporti, di fare ciò che nessuno dei governi precedenti – tutti illuminati dai raggi della Scienza e della Competenza – aveva mai fatto: analizzare, dati alla mano, i costi e i benefici delle grandi opere pubbliche per decidere dove investire al meglio le (scarsissime) risorse dei cittadini. E ha deciso che il Tav Torino-Lione va subito fermato perché sarebbe un enorme sperpero di denaro pubblico e per fortuna non è neppure iniziato (i “cantieri” a favore di telecamere e di giornaloni riguardano i tunnel geognostici: per l’opera vera e propria non sono neppure state bandite le gare). Come del resto sanno e dicono da anni tutti gli esperti del settore, almeno quelli che non prendono soldi (incluso un idolo delle opposizioni come Cottarelli). Ma stavolta la Scienza non vale più, perché contraddice i rettiliani terrapiattisti del partitone Pd-FI-Lega e dei suoi giornaloni, che naturalmente del Tav non sanno una mazza (lo chiamano “la Tav” e scambiano un treno merci per un passeggeri). E oggi rimarciano con i Sì Tav, invocando addirittura un referendum. Contro la Scienza. Perché loro non sono Scienza, ma Fantascienza.

venerdì 11 gennaio 2019

Danielaaa!


venerdì 11/01/2019
Salvini-baglioni. L’arte non è pane e Nutella

di Daniela Ranieri

La “Bestia” social salviniana ha giocato la stucchevole e finora vincente carta della finta bonarietà irridente di chi è refrattario alle critiche (“Canta che ti passa…”), ma forse per la prima volta ha accusato il colpo. Con gli attori e i prodotti dell’industria culturale, agroalimentare, nazional-popolare, Salvini alterna due atteggiamenti contigui: quelli che non può assorbire e usare per la sua propaganda (indifferentemente Al Bano e la Nutella, Mauro Corona e i tortelli alla zucca), li addita al suo pubblico come cascami castali, “intellettualoni” (i già “professoroni” di Renzi), ottimati lontani dagli ormai soporiferi “veri bisogni della gente”, dunque terzomondisti, globalisti, plutocratici, buonisti e altre vezzose sfiziosità da miliardari; laddove è chiaro che invece lui, Salvini, sta con gli italiani.

Claudio Baglioni, che gli italiani amano da 40 anni con una intensità e una costanza che certi politici aspiranti rockstar si sognano la notte, ha detto in conferenza stampa pre-Sanremo ciò che qualunque persona dotata di buon senso pensa, e cioè che lasciare 50 persone per giorni su una nave e chiamare questa scelta “politica di gestione dell’immigrazione” configura l’appartenenza della questione al genere della farsa. “Lascia che di sicurezza, immigrazione e terrorismo si occupi chi ha il diritto e il dovere di farlo”, ha intimato il ministro bulimico (in senso metaforico e letterale) al cantautore, che s’è semplicemente avvalso dell’art.21 della Costituzione; ministro che peraltro, con modalità innovative che studieranno gli storici, non disdegna di mischiare quotidianamente le funzioni proprie del politico (delle quali a dire il vero c’è poca traccia) a quelle di influencer di Instagram, testimonial di prodotti caseari/ortofrutticoli/vinicoli, indossatore di divise di corpi in cui non presta servizio e persino, mirabile dictu, cantante neomelodico. Ma Baglioni non può: si limiti a cantare, preferibilmente canzonette anodine prive di critica sociale, con versi che riflettano la letizia dei borghi e la pace delle città, insomma pensi a intrattenere il pubblico come un orso ammaestrato (la citazione è del Poeta) ché alla salute etica del Paese ci pensa Salvini. Così come già J-Ax (“rapper sinistro”) e persino Pamela Anderson, la bagnina di Baywatch che aveva parlato di un’Italia con tendenze da anni 30, fatta passare per una privilegiata insensibile alle rivendicazioni della rust belt padana, Baglioni – che da anni presta la sua arte alla sensibilizzazione sulla tragedia migratoria – è diventato il bersaglio di insulti i più fantasiosi (tra i quali, per dire, “razzista”), come previsto dal suonatore di campanellini per cani sbavanti; mentre il direttore di RaiUno Teresa De Santis l’ha avvisato che questo è l’ultimo Festival che conduce (“Mai più all’Ariston se ci sono io”, avrebbe detto, al che ci pare doveroso far seguire la pernacchia di Totò).

Nello schemino tedioso si inserisce a sorpresa il carnacialesco, patetico tentativo del Pd di appropriarsi delle adamantine parole di Baglioni (Renzi e Boschi ne hanno tessuto sui social l’elogio dei giusti). Stiamo parlando del partito che al governo espresse Minniti e la sua particolare filosofia filantropica fatta di accordi coi libici per trattenere le persone dentro recinti da cani e tolleranza zero contro i derelitti nelle città. Pazienza se Baglioni aveva sottolineato che anche “tutti i governi precedenti” non sono stati all’altezza di gestire il fenomeno epocale delle migrazioni, e dunque per logica, ad avercene in questo buio del cuore e delle menti, quelli del Pd sarebbero i meno titolati a parlare. A ogni modo, vista l’attenzione isterica che i potenti pro-tempore dedicano ai re del mondo (i poveri, gli sconfitti e gli artisti) e al rimestare continuo nei ribollenti istinti del web per silenziare il dissenso, accogliamo la vicenda con felicità: se non altro, è la prova che le parole dei poeti fanno ancora paura.