La cosca si trasforma in banda e Spezzapollici esulta in aula
ATTILIO BOLZONI
ROMA
MA dov'è finita questa mafia di Roma? Dove la dobbiamo cercare nell’aula di Rebibbia? Dove si è infilata se una bella ragazza, seduta dietro a Sergio Carminati, fratello di Massimo, esulta e salta come sulle gradinate dello stadio quando sente che Er Cecato si è beccato una condanna a vent’anni di galera?
Fra una mafia virtuale e una mafia reale ci è toccato oggi scrivere una cronaca di segni e di confini.
Dov’è? Forse nella gabbia numero 3 dove “Spezzapollici” — all’anagrafe Matteo Calvio — intuisce che gli è andata bene — “solo 9 anni” — e siccome non ha parlato come non parlano i veri uomini d’onore già si pregusta con una risata un’uscita di scena carceraria con tutti gli onori. O forse è in quel puntino nero che si vede e non si vede nel monitor che trasmette le immagini dalle segrete del 41 bis di Parma, un’ombra che si chiama Carminati Massimo. No, quella non è mafia, è soltanto “mondo di mezzo”, non è mafia è solo associazione a delinquere, è solo banda. È tutto quello che volete e tutto quello vi pare, ma a Rebibbia il 20 luglio del 2017 non di mafia non ce n’è proprio.
Alle due del pomeriggio siamo ancora prigionieri nella calca e nell’afa insopportabile di un’aula che sembra un’arena e c’è un popolo che tira un sospiro di sollievo, gli avvocati della difesa che si asciugano il sudore sulla fronte, gli imputati condannati a pesanti e a pesantissime pene che sorridono, quelli a piede libero che si abbracciano. Uno ci viene incontro e pensa pure di sfottere: «Vi dispiace che non c’è la mafia, vi dispiace eh?». È il braccio destro di Salvatore Buzzi, quello che diceva che si guadagnava di più con i migranti che con la droga. Anche lui, Carlo Guarany, “solo” 5 anni. Sandali ai piedi, uno sguardo spiritato, qualcuno ci racconta che vive in penintenza da quando è scivolato nei gironi di Mafia Capitale.
Ma quale Mafia Capitale? La cosca alle 13 in punto — quando la presidente Rosanna Ianniello ha cominciato a leggere quello che aveva deciso il suo Tribunale — è diventata banda. Magari in Appello diventerà club, in Cassazione circolo di lettura. «Ahhh, ahhhh, ahhh...», suono gutturale indecifrabile dietro la transenna dove sono schierati i familiari. Esce dalla bocca di una signora, parente di uno dei “due calabresi”, tutti e due assolti, uno è Rocco Rotolo e l’altro Salvatore Ruggiero. La donna che ha fatto “ahhh, ahhh ahh” è moglie di uno e piange di gioia. Dall’altra parte dell’aula, composti, tutti in borghese, gli ufficiali del Ros dei carabinieri che hanno condotto le indagini non fanno una piega. Sono venuti tutti qui a “presenziare” all’udienza della sentenza. Impeccabili, statue di marmo.
Dov’è finita la mafia? L’aula bunker di Rebibbia se l’è risucchiata. «Avvocato, avvocato, è caduta l’associazione mafiosa o no?», continuanano a chiedere i giornalisti che non decifrano al volo le parole della presidente Ianniello. «È caduta, è caduta», rispondono in coro. L’unica che non l’ha capito è una delle parte civili, un po’ lenta. Credeva che ancora che a Roma ci fosse la mafia.
Statue di marmo gli ufficiali dei carabinieri, statua di sale Maurizio Boccacci, grande amico di Massimo Carminati che non si è perso un’udienza del maxi processo e che dalle 11 del mattino è lì in prima fila — maglietta verde militare — è col piglio che si addice a un camerata come lui. Chi c’è nella cella numero 2? Non riusciamo a vedere. Chi c’è nella cella numero 3? C’è “Spezzapollici” e il suo inseparabile compagno di gabbia Luca Gramazio, consigliere regionale del Pdl condannato a 11 anni di reclusione ma — alla fine dei conti — contento pure lui. Uscirà presto, prestissimo. La mafia non c’è più.
C’è ressa in fondo. La sindaca Virginia Raggi dice qualcosa, i fotografi e i cameramen si avventano sulla preda. Ma poco più in là c’è uno dei pubblici ministeri, Paolo Ielo. È circondato dalle telecamere: «Sono state riconosciute due distinte organizzazioni criminali che non avevano il carattere della mafiosità, le sentenze vanno rispettate, è una sentenza che in parte ci dà torto, ma in parte riconosce la bontà dei fatti che erano stati contestati». Giri di parole. L’altro pm, Luca Tescaroli, non si nasconde e sta zitto, risponde solo con un sorriso amaro. In fondo all’aula, finalmente si alza, si mette in piedi una donna che per tutti i venticinque minuti della lettura della sentenza è rimasta in ginocchio con il capo chino. A pregare.
Cronaca da Rebibbia praticamente finita quando l’avvocato Giosuè Naso ci regala l’ultimo piccolo brivido. Un urlo da lontano, alcuni poliziotti che lo circondano, uno di loro che lo invita a identificarsi. Altre grida. «Mi segua ». «Sono un avvocato». «Stia buono, la devo identificare». «Buono a me non me lo dice». «Deve venire con me». «Mi faccia parlare con il suo funzionario ». Finiscono in una stanzetta. Arriva Ippolita Naso, la figlia dell’avvocato Naso e avvocato pure lei. Un po’ di trambusto, un altro penalista che si mette in mezzo — Valerio Spigarelli — e che viene identificato dai poliziotti. Futili motivi all’origine dello scontro, una permanenza prolungata nell’aula bunker. Un finale molto “de’ Roma”. Così cala il sipario su Mafia Capitale atto primo.

