giovedì 8 giugno 2017

Fatto di cultura




Il problema è che sono ricchi, ricchissimi e possono far quel che vogliono. Nella foto il minuto di raccoglimento per i morti di Manchester prima della partita di qualificazioni mondiali Australia - Arabia Saudita. 
Notate nulla di strano? 
Gli arabi, incuranti, se ne stanno allegramente sparpagliati in campo, senza un minimo di rispetto. Diranno in seguito che non fa parte della loro cultura la commemorazione. 
Bene! Intanto però li sbatterei fuori dal mondiale. Ma siccome sono ricchi, ricchissimi nessuno dirà nulla in merito, il pazzo con lo scoiattolo in testa men che meno! 
Gli ha appena venduto un centinaio di miliardi di armi! 

Che dire se non vaffanculo? (ce l'ho nella mia cultura)

Uso rigenerante


A volte è salutare leggere articoli solo in apparenza arzigogolati. Prendiamo quello di oggi su Repubblica cultura dello scrittore Paolo Di Paolo. 

Ve lo propongo:

Ma quanto sono saggi i veri romanzi
PAOLO DI PAOLO

Che cosa ci aspettiamo, oggi, da un romanzo? La risposta — con un po’ di sincerità e di coraggio — sarebbe questa: poco. Genere ipertrofico e tutt’altro che moribondo, stinge comunque nella calca di narrazioni diverse, più convinte e ipnotiche. Quale lettore va in libreria aspettandosi qualcosa in più che “una storia”? Parecchi scrittori, d’altra parte, tendono a smarcarsi da qualunque ufficio che non sia quello di puri storyteller: raccontiamo storie — ripetono come dischi rotti — non vi aspettate altro, non ci chiedete idee, impegno, interpretazioni, non ci chiedete niente. È giusto così? Di sicuro suonerebbe insolito, se non paradossale, sentir teorizzare nel 2017 una volontà di «dominio intellettuale sul caos dell’esistenza» attraverso il romanzo. Eppure — come racconta Stefano Ercolino, docente di letteratura comparata a Seul — a narratori come Robert Musil, Thoman Mann o Hermann Broch, cent’anni fa, pareva tutt’altro che assurdo. 
Nelle dense pagine di Il romanzo saggio (Bompiani, traduzione di Lorenzo Marchese, pagg. 300, euro 13), Ercolino esplora il passaggio che, dalla crisi del romanzo naturalista ottocentesco, porta a una forma nuova e più ambiziosa: quella in cui assorbe un contenuto saggistico. Il romanzo resta romanzo, resta finzione narrativa, ma assorbe uno strato concettuale e argomentativo, un nucleo di idee; lo mimetizza, lo camuffa, lo cala nei dialoghi fra personaggi. Il decadente Huysmans, a inizio ventesimo secolo, confessa l’urgenza di «infrangere le barriere del romanzo, di farvi entrare l’arte, la scienza, la storia», di usarlo come una cornice in cui «inquadrare lavori più seri». Si tratta di un’ansia condivisa: la necessità di aprire la letteratura a diverse esperienze conoscitive — nuove dottrine filosofiche, biologia, scienza politica — di sentirsi meno impotenti di fronte alle trasformazioni sociali, alla complessità — questa la parola chiave — del presente.

Il romanzo-saggio, da Controcorrente a La montagna incantata, frena — spiega Ercolino — «il dipanarsi dell’intreccio, determinando un effetto di sospensione, di dilatazione, di rarefazione o, in certi casi, anche un’esplosione dell’intreccio». Una sorta di esorcismo formale, così la chiama lo studioso, della pressione del tempo storico, «talmente ambiguo e minacciosamente complesso da richiedere una reazione sia difensiva, che critica».
Vi ricorda qualcosa? In un’epoca di turbolenze altrettanto forti, pochi cercano risposte nei romanzi. Pur amandoli, oggi diamo quasi per scontato che esse non siano lì. E tuttavia, scrittori meno contagiati dal disimpegno dominante, compiono ancora uno sforzo non dissimile da quello, mettiamo, di Mann: «Fornire un’immagine di un mondo sull’orlo del precipizio», un mondo la cui complessità è percepita come schiacciante. Il fatto è che — da lettori o da critici — ce ne accorgiamo poco e male, né lo rileviamo a dovere: tutt’al più, ci concentriamo su reportage narrativi e cosiddetta non fiction. Ma interamente fiction è, per esempio, Exit West (Einaudi): Mohsin Hamid resta nel territorio dell’invenzione, e da lì prende di petto il presente. Migrazioni globali, terrorismo, identità, confini: nella storia d’amore fra Nadia e Saeed c’è tutto questo, ma l’attualità non raggela — come spesso si teme — la narrazione, semmai la intensifica e dà sostanza a uno straordinario romanzo fiabesco- politico, a un saggio emotivo travestito da romanzo: «Aveva la sensazione di essere emigrata anche lei, che tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo. Siamo tutti migranti attraverso il tempo». Non c’è un solo nodo di questi anni che Hamid non sfiori e non renda più visibile, in una storia che gioca con l’invisibile, con il magico, con l’irreale.

Su temi vicini, un coetaneo dell’anglo-pakistano Hamid, il francese Mathias Énard, aveva costruito con Bussola (e/o) un’impressionante meditazione sui rapporti fra Occidente e Oriente. Adoperando uno fra gli stilemi più tipici del romanzo- saggio: la dissertazione dialogica, e facendo interagire «due fumatori d’oppio ognuno dentro la sua nuvola». Énard alza parecchio l’asticella, costringe il lettore a un tour de force speculativo, ma senza perdere di vista un pur esile sviluppo di trama amorosa.
Ercolino, nel suo libro, non si spinge fino ai nostri anni: si limita a citare in un elenco Infinite Jest di Wallace e Le particelle elementari di Houellebecq, scrittore,
quest’ultimo che nel più recente e discusso Sottomissione non solo mette in gioco i rapporti fra Islam e Francia contemporanea, ma offre al lettore uno strepitoso saggio implicito — guarda caso — su Huysmans. Mentre Rushdie e Shteyngart promettono ciascuno un romanzo su Trump (Howard Jacobson, con Pussy, l’ha già scritto), l’infaticabile Joyce Carol Oates ha appena pubblicato A Book of American Martyrs, in cui fa esplicitamente i conti con aborto, religione, pena di morte, terrorismo.

Si potrebbero aggiungere alla lista narratori sempre pensosi come Coetzee e Naipaul, o l’Amos Oz di Giuda, l’iperletterario Vila- Matas, che in Kassel non invita alla logica ragionava sull’arte contemporanea e in Mac y su contratiempo, ora in cima alle classifiche spagnole, insiste ancora una volta sul rapporto tra realtà e finzione. Ma non si tratta di canoniche digressioni: Jeffrey Eugenides, con La trama del matrimonio, riesce a nascondere dentro un romanzo tradizionalissimo un illuminante saggio di narratologia (nel titolo, la parola “plot” non è casuale). Zadie Smith, con la stessa naturalezza del precedente Sulla bellezza (titolo apertamente saggistico), in
Swing Time, uscito per Mondadori, ragiona sulla costruzione dell’identità attraverso la danza. Ercolino lo definirebbe un saggio «in indiretto libero», perché il racconto che la protagonista fa di sé, la sua “confessione” assorbe e adatta la zona saggistica del testo.
Azzarda anche di più il trentenne olandese Joost de Vries: titolo saggistico pure in questo caso — La Repubblica, uscito per Bompiani — per uno pseudo-thriller accademico che si rivela via via un saggio filosofico centrifugato in cui la Repubblica di Weimar, i baffi di Hitler, i neutrini, Woody Allen e una ragazza coltissima servono a ragionare su verità e immaginazione. «Ci rifletti mai su queste cose?» domanda un personaggio a un amico, a brutto muso, ma forse lo sta chiedendo soprattutto al lettore. Per non lasciargli pensare che un romanzo sia solo una storia.

Tra gli storici maestri del genere, l’Huysmans di “Controcorrente” e il grande Thomas Mann Ora a tenere alta questa tradizione ci sono Hamid, Vila-Matas, Eugenides e Amos Oz.

Salutare perché? 
Perché anzitutto mi pone difronte alla mia ignoranza letterale. Mi indispone mentalmente, portandomi nuovamente nelle terre della dispersione cognitiva, luogo abitato da tutti coloro, come il sottoscritto, che han trascorso gran parte della vita ad infiascare aria, cioè a cibarsi del nulla. 
Scorrendo gli autori richiamati da Di Paolo m'agghiaccio dinanzi alla mia imperizia, alla staticità mentale, alla disinformazione culturale che m'abbraccia da sempre e che purtroppo, visto il cammino ancora da fare, mai riuscirò a riempire, a conoscere, a comprendere in toto. 
Si dirà che è impossibile saper tutto di tutti, che il riempirsi di ciò che l'Uomo buono è riuscito ad estrapolare alle Arti, è cosa umanamente impossibile. Si, è vero. I tuttologi esistono soltanto nelle fiabe. Qui però sono difronte ad un'urticante sensazione di sfacelo intellettivo frutto di lustri trascorsi ad aspettare sera, a non contar il tempo perduto, ad evitar di colmare il saccello elargitomi fin dalla fondazione del mondo. 
Non conosco quasi nessuno degli autori citati da Di Paolo. E mi dolgo di non averlo fatto, di non essermi abbeverato per poter svicolare degli anfratti adiposi incombenti ogni dove del Nulla, scorticante dignità e sopratutto sinapsi. 
Verrebbe da chiedersi, ogniqualvolta capiti tale sciagura, del perché comportamentale visto che la gioia dell'apprendere ha pochi eguali in fatto di soddisfacimento personale. Rimanere nell'attenzione, nel ruminar pensieri, nell'apprezzare paragrafi scatenanti guerre intestinali e personali tra chi, nella psiche, vorrebbe un "Io" guerriero e la parte di chi lo pretende sfiduciato, vinto, prostrato. Questa è la battaglia quotidiana, lo sforzo perenne, il movimento all'immoto. 
Vorrei gridarlo a tanti, troppi, giovani di oggi che vedo ricalcare le mie miserrime orme: non imitatemi! Ed abbeveratevi alla Cultura. Per voi e, soprattutto, per noi. 



Lui raddoppia


Difficile trovare negli annali degli incompetenti di tale vastità e portata, come i ministri, i sottosegretari di questa Era rignanese. 
Cassate riforme costituzionali, per fortuna, mandate al macero riforme della pubblica amministrazione, quelle di "ControlC Madia", ecco stagliarsi in questo brodo primordiale un signore della vecchia politica, un uomo per tutte le stagioni, un totem dell'immobilismo più becero, Dario Franceschini il quale, in tema di figuracce addirittura raddoppia!
Dopo aver fatto sbellicare il mondo con la nomina dei direttori dei musei bloccata dal Tar per via di una legge di inizio millennio, voluta dallo stesso, ecco un'altra stangata per il ras ferrarese: la creazione del parco archeologico del Colosseo accorpato alla Domus Aurea e al Palatino.
Fermo restando l'inadeguatezza sua al ministero della Cultura, si assiste ad un altro scempio: l'assenza di decorose dimissioni da parte di tali politicanti vogliosi dell'inamovibilità.
Si sa, la vergogna non è più presente nel loro mondo; tutto continua a girare, come se nulla fosse, incurante di sberleffi e attacchi alla dignità personale, anzi: prevale l'insensibilità, la tritatura delle malefatte, l'insofferenza per i commenti avversi e, soprattutto, la smania di proiettarsi verso nuovi orizzonti, verso le scontate rielezioni per un'immortalità politica regnante solo in queste nostre povere lande oramai solitarie, ove codesta casta immorale continua a vegetare negli agi, alle nostre spalle naturalmente! 



Al voto?


Inaspettatamente pur se immerso nella teoria di Albert, quella della dilatazione del tempo, affiora la domanda:"E domenica chi voto?" 
Scartando il Manfredini di tutti loro, forse è la volta buona che anche in questa città un cardine della democrazia, l'alternanza, si realizzi, guardo inebetito i cartelloni propagandistici, noto nomi conosciuti e non. Ci sono le promesse, le grandi promesse che, se realizzate, migliorerebbero in toto la situazione cittadina: chi promette parchi in centrali, pavimentazioni, sedi Onu, incontri con altre civiltà, scomparsa di smog, altre forme di vita. Poi c'è Lui, con sguardo beffardo da nostromo di lungo corso, c'è la nobile Intellighenzia appollaiata su un unico ramo, snobbante al solito problemi e problematici, dall'alto della sua abbacinante sapienza, fremente per raggiungere la Capalbio de noantri, poi ci sono gli incazzosi, i discriminanti, i rancorosi e via via andare.
Se penso ai misteri di queste zone, alle discariche impunite, al dilapidare insanamente risorse per il bene di pochi, mi si accende l'ira e la voglia di andare al mare senza passare dalla cabina, cresce esponenzialmente.
Farò comunque il mio dovere, votando forse senza successo, sperando che le cose cambino, pur sapendo che qui lo zoccolo è molto duro, indistruttibile. 
Come certi privilegi da voltastomaco.

mercoledì 7 giugno 2017

Nell'inane


Nel tempo del vuoto convalescente, a volte si riescono a fare anche dei ragionamenti, perché qualcosa non torna. 
Ricapitoliamo: una corsa sfrenata ad andare alle urne prima della fine dell'anno, mettendo a rischio i nostri già di per sé molto traballanti conti pubblici. Dice giustamente Bersani che agosto ad esempio è il mese ideale per mettere sotto stress nazioni come la nostra con un debito pubblico da record.
Ma all'Egoriferito nulla importa di ciò. Corre, con i suoi sherpa, verso l'anticipo di qualche mese, abbattendo ostacoli, quasi senza ritegno. 
Una spiegazione in merito è semplice: vuol tentare di prendere il potere prima di fare la manovra lacrime e sangue, per noi non certamente per loro, di fine anno, come richiesto dall'Europa. C'è però dell'altro, più diabolicamente perverso: stiamo assistendo inermi ed inerti alla spoliazione della televisione pubblica: Fazio ad esempio, la cui voracità è nota, sta per lasciare la Rai, quelli di Gazebo lo hanno già fatto, altri li seguiranno. Una Rai sempre più debole, con spauracchi di limiti ai contratti per autori e presentatori, raccoglierà sicuramente meno introiti pubblicitari. A chi andranno? Semplice: alle tv dello zio Puttaniere. E questo potrebbe essere un punto di un patto ancora in essere tra il Bomba di Rignano e il Protettore della sua Famiglia. 
E ancora: ieri Scanzi in tv ha lanciato un pensiero non molto lontano dalla realtà: considerando che, probabilmente, la legge elettorale in cantiere non farà vincitori certi, l'impasse che ne conseguirà potrebbe far tornare a votare, nell'arco di tre - quattro mesi, il popolo italiano. E qui scocca il dardo: mettiamo caso che il Bomba e il Nano abbiano pianificato la scomparsa di alcuni personaggi molto seguiti in questo periodo, due su tutti: Di Battista e Di Maio. Infatti, come da regolamento dei Cinque Stelle, la prossima tornata elettorale per loro e per altri, sarà l'ultima. Non potranno più essere rieletti. Vuoi vedere che tutta questa corsa a votare per poi rimanere bloccati in attesa di un ulteriore giro elettorale, sia stata architettata per sbarazzare il campo da puntigliosi, scoccianti e soprattutto puliti avversari politici? 
A volte a pensar male...

Succede ma rivela


Capita, può capitare a tutti. E' capitato anche alla Lella di tutti loro, in arte Raffaella Paita. 

Ieri la capogruppo PD alla regione Liguria ha mandato un messaggio al ministro Poletti. Ma ha sbagliato indirizzo e lo ha inviato a Giampaolo Poletti, medico di famiglia e soprattutto, amicone dell'assessore regionale all'ambiente Giacomo Giampedrone. Guarda a volte il destino!
In consiglio regionale erano presenti i lavoratori della Ericsson (due esse non una signora capogruppo)
Il consigliere Paita si è affrettata a inviare un messaggio per organizzare un incontro al ministro.

Tutto sarebbe rimasto nell'ilarità se non fosse che nel messaggio...



... compaia una frase, di per sé molto chiarificatrice.

Anche in vista delle elezioni 

che siega oltremodo la strategia di codesti signori, impegnati a dir si a tutto, fregandosene, probabilmente, una volta che le urne si chiuderanno. 
Succede così da decenni. Quello che stupisce, oltre al fatto che ci ricaschiamo ogni volta, è la filosofia di vita di molti eletti. Anche i problemi servono a produrre voti. Alla faccia di chi ancora spera in un mondo migliore. 

Dedizione