Il presidente dell’assurdo ha in mano la nostra sicurezza
“La prima volta che ho pensato seriamente alla morte, l’ho pensata come una presenza costante che si sposta su un binario parallelo alla nostra vita. E che in qualunque momento una serie di eventi imprevisti può far deragliare sul nostro binario, spazzandoci via”. Così Julian Barnes in Partenze, il suo ultimo ironico e struggente libro, parla della morte. Questo passaggio mi ha fatto pensare a Donald Trump. Perché la sensazione che l’attuale presidente degli Stati Uniti ci sta abituando a provare è esattamente questa: da un momento all’altro, per una serie di eventi imprevisti, dei quali appare piuttosto arduo ricostruire la logica, potremmo finire tutti spazzati via. Non che le ragioni che hanno mosso le infinite guerre scatenate dagli Stati Uniti negli ultimi decenni fossero giuste, ragguardevoli o cristalline: l’ipocrisia e l’opacità hanno sempre contraddistinto il motore bellicista alla base delle azioni americane, ma quantomeno ci si atteneva a un copione chiaro che si poteva condividere o contro il quale si poteva scendere in piazza. Oggi quel copione non esiste più, esistono solo stralci di ragionamento che si contraddicono gli uni con gli altri, nei quali è assolutamente impossibile reperire una logica. Dell’antico ‘arsenale della democrazia’ di rooseveltiana memoria resta solo l’arsenale. Donald Trump si appresta a incontrare i capi delle maggiori aziende della difesa americana per capire come accelerare la produzione di armi, mentre digita post kafkiani che vorrebbero essere volti a rassicurare sul fatto che l’America ha a disposizione una “fornitura praticamente illimitata” di munizioni, mentre l’alibi della democrazia è stato malamente dismesso. Poi sì, ci sono momenti in cui persino la democrazia cacciata dalla porta viene per un attimo fatta rientrare dalla finestra, quando su Truth il tycoon si mostra in pena per i destini dei cittadini iraniani sotto scacco degli ayatollah e reclama che s’impegnino per un cambio di regime, ma anche questa recrudescenza di ardore democratico dura una ventina di minuti.
Come nei migliori testi di teatro dell’assurdo, Trump ci ha abituati ad un vaniloquio ripetitivo ed auto-magnificante, nel quale reperire scampoli d’informazioni sensate o disegni strategici in divenire è impresa decisamente più complessa della stabilizzazione del Medio Oriente. L’uomo che sostiene di aver fermato sette guerre da solo (tra le quali conteggia, grottescamente, anche quella tra Iran e Israele), che ambisce al Nobel per la pace e ha derubricato a nemica giurata la leader dell’opposizione venezuelana che gliel’ha soffiato, che quando è stato eletto ha sostenuto che avrebbe rivolto le sue attenzioni all’America first, senza disperdere le energie in conflitti esteri inutili e controproducenti per il Paese, oggi si avventura, verso una delle guerre potenzialmente più sanguinarie di sempre. Perché? Ah boh.
Se le ragioni che muovono Netanyahu sono tanto palesi da non richiedere di essere elencate, cos’abbia spinto The Donald a parlare addirittura di potenziali boots on the ground, violando quelle prudenze verbali che storicamente si sono messe in pratica per evitare di mettersi contro l’elettorato, resta un mistero. Ma data la premessa, è financo inutile avventurarsi in ipotesi varie, ipotizzare pressioni che possano averne ispirato i comportamenti, speculare sulle difficoltà interne o sul tentativo di distrarre l’attenzione dagli Epstein files: Trump è ogni giorno di più il presidente dell’assurdo e gli Stati Uniti sono il palcoscenico su cui viene messa in scena la sua grottesca pièce. Speriamo solo, tornando a Barnes, che i suoi deragliamenti non finiscano davvero per colpirci tutti.
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