sabato 29 aprile 2023

L'Amaca

 

Il prezzo della scelta
DI MICHELE SERRA
Fanno discutere alcune fuoruscite di eletti nel Pd (nelPd, ma evidentemente non
del Pd), la più clamorosa delle quali sarebbe quella della eurodeputata Chinnici, figlia di quel padre, che secondo voci insistenti andrebbe in Forza Italia. Il partito fondato da Marcello Dell’Utri, come sottolinea, sconsolato, il siciliano Peppe Provenzano.
La discussione è inevitabile, perché tira in ballo vecchie e sentite questioni come il rapporto tra eletti ed elettori, la coerenza personale, la lealtà con il partito che si rappresenta. Ma per essere completa, e soprattutto utile, non deve rispondere solo alla domanda “come mai se ne vanno?”, ma anche alla domanda “come mai erano nel Pd?”. Una possibile risposta alla seconda domanda, buona per rispondere anche alla prima, è questa: perché quel partito aveva una identità politica talmente indefinita, e deformabile, che ci si poteva stare con tutto agio senza bisogno di sottoscrivere idee-forza impegnative. Insomma, si poteva stare nel Pd anche senza sentirsene parte: il caso De Luca, tra tutti, è quello più nitido.
Il solo arrivo di Schlein, per quanto recente, per quanto non abbia ancora generato proposte nero su bianco quante ne bastano per dare corpo a una direzione politica ben leggibile, ha però restituito una certa sonorità alla parola “sinistra”, lasciando allo scoperto, comprensibilmente, chi non ritiene di farne parte. Riformisti e radicali, dentro qualunque sinistra “di massa”, a partire dal vecchio Pci, hanno sempre convissuto in virtù di una comune scelta di campo. Chi di sinistra non è, o non crede più nel significato di quella parola, ieri si è sentito libero di stare nel Pd, oggi, per la stessa ragione, di andarsene. Che questo piccolo esodo rinforzi o indebolisca il partito, si vedrà. Che lo definisca meglio, non c’è dubbio.

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