giovedì 6 agosto 2026

A pensarci bene...

 



Spese pazze

 



Ellekappa



 

Natangelo

 



L'Amaca

 


Se la polvere restasse polvere

di Michele Serra


Rimbalzano anche fuori dai social i commenti sull'aspetto fisico di Georgina Rodriguez e Ariana Grande, che per chi non le conoscesse sono una modella e una cantante. Si tratta dell'antica ciancia sull'aspetto fisico degli altri, malignità o battutine bisbigliate per secoli alle spalle e oggi, grazie ai social, promosse a problema sociale con il nome di body shaming.

Quello che colpisce, ogni volta, non è l'esistenza dei pettegoli e degli oziosi, che non hanno di meglio da fare che mettere per iscritto quattro frasette ridanciane su corpi che nel 99 per cento dei casi sono femminili. È scoprire che le vittime di una così sciocca attività accusano il colpo, e si sentono tenute a replicare. E non si tratta di adolescenti vulnerabili, si tratta di donne adulte, spesso invidiate celebrità. Proprio perché il fenomeno può mettere in difficoltà ragazzine alle loro prime esperienze sociali, o donne non difese dalla fama e dal reddito, bisognerebbe che le celebrità dessero il buon esempio nella sola maniera possibile: ignorando quei commenti e ricacciandoli nell'anonimato dal quale provengono.

Tutti ci interroghiamo sulla ferocia o la stupidità non più spicciole da quando si sono organizzate in rete, ma fino ad oggi nessuno ha saputo fornire una risposta migliore di questa: ignorarle. Tra i milioni di persone che vedono le fotografie della prosperosa Rodriguez e della minuta Grande, volete che non ce ne siano due o trecento che si sentono in obbligo di commentare? Perché dare loro la soddisfazione di un cenno di «ricevuto»? Perché non lasciare che la polvere rimanga polvere? Altrimenti, quante ragazzine si abitueranno a pensare che se le ciance feriscono perfino le star, allora sono davvero un problema serio?

Pro Primarie

 

Non è Miss Italia 


di Marco Travaglio 


Più se ne parla e meno queste primarie progressiste sembrano secondarie. Intanto servono a misurare la bugiarderia di quanti un tempo le facevano e ora le demonizzano, e di chi ieri non le voleva e oggi le reclama a gran voce. Ma il fatto più interessante è lo sgomento generale per un rendez-vous dove gli elettori decidono al posto degli eletti più ancora che alle elezioni politiche. Lì, siccome il voto è prevedibile in base ai precedenti e ai sondaggi, le scelte dei partiti contano molto più di quelle degli elettori, qualunque sia il sistema elettorale. Con le liste bloccate gli elettori non scelgono nulla, ma anche con le preferenze i capi dei partiti più strutturati e clientelari riescono quasi sempre a far uscire chi vogliono, candidando i loro protégé nei posti più sicuri e convogliando pacchetti di voti controllati o comprati. Invece le primarie aperte sono un po’ come i referendum: i capibastone se ne infischiano e il voto libero vale di più, anche perché non si deve scegliere questo o quel partito: si deve optare fra un paio di figure e linee politiche. Anziché dire Sì o No a un quesito, gli italiani (e non tutti per forza di centrosinistra) dovranno decidere chi fra Schlein e Conte è il più adatto a fare il premier in caso di vittoria elettorale. Malgrado le scemenze che girano, le primarie per il candidato premier non sono il concorso di Miss Italia per eleggere il più fico o il più forte. E neppure il replay delle votazioni per il leader del Pd (vinte da Schlein nel 2023) o del M5S (vinte da Conte nel 2021, nel ’22 e nel ’25). Né un’inedita consultazione per creare la inesistente figura del “leader del centrosinistra”. Che resterà una coalizione di partiti, ciascuno retto dal suo leader, ma tenuta insieme da un programma comune (meglio un contratto tra forze diverse, non organicamente alleate, sui punti di convergenza). Se avesse un leader unico, gli elettori dei partiti diversi da quello del leader non vi si riconoscerebbero. Invece, col Melonellum, dovrà dichiarare un candidato premier.

Quindi si tratta di decidere chi sia il più adatto a guidare il governo, non la coalizione. Il più bravo ad amministrare l’Italia, non a fare politica. E non è detto che il più bravo sia il leader del partito più votato: può essere quello di un partito meno votato. Non tutti i bravi leader di partito sono bravi premier, e viceversa. E non tutti i bravi leader di partito sono graditi come premier dagli elettori. Prodi un partito non l’aveva neppure, ma portava dall’Iri un buon profilo di amministratore: fu scelto come candidato premier, batté due volte B. e nel suo primo governo fece bene. Prima di scoprire alle elezioni politiche come la pensano gli elettori progressisti, è meglio domandarglielo alle primarie. Che, se possibile, sono persino più importanti.