giovedì 4 giugno 2026

Fobie

 


Gli editorialisti inquieti per la patrimoniale-tabù 


di Daniela Ranieri

È stata pronunciata la parola-tabù. Altro che bomba atomica, blocco del petrolio, droni killer. Elly Schlein, ospite ad Accordi e Disaccordi, ha detto di essere favorevole a una tassa europea sui grandi patrimoni, detta anche patrimoniale. Bum! Non bastava quel terrorista di Landini, che ha proposto di far pagare l’1,3% a chi ha una rendita superiore ai 2 milioni di euro (500mila persone, l’1% della popolazione), il che frutterebbe allo Stato 26 miliardi l’anno. Tu guarda se si spaventa la gente così.

Stefano Folli su Repubblica lancia un grido: “Come ha commentato Matteo Renzi (che per Folli è un riferimento autorevole, ndr), inutile fare dell’autolesionismo e regalare alla destra qualche altro argomento per spaventare i ceti medi. Ma perché i ceti medi?”. Già, perché? “Il preannuncio… riguarda… l’uno o il due per cento della popolazione, titolare di vasti patrimoni, a cui si chiederebbe un sacrificio per aiutare la parte più debole del popolo italiano”. Ma allora tutto bene, no? No. “Qui si comincia a navigare nella nebbia. Perché un’altra versione dell’imposta fa riferimento a patrimoni tassabili non inferiori ai 5 milioni di euro. Gente benestante, certo, ma non più solo super-miliardari”. Vero: chi non ha 3 o 4 case da un milione di euro ciascuna che farebbero scattare ingiustamente la quota patrimoniale? “Come si calcolano le ricchezze individuali per arrivare, poniamo, ai cinque milioni?”. Sono problemi davanti ai quali non ci vorremmo mai trovare. La conclusione è drastica: “Sentir parlare di patrimoniale suscita inquietudine diffusa”.

“L’inquietudine diffusa” è in realtà quella dei commentatori dell’establishment, dove si accetta placidamente che ci sia chi fa gli interessi dei milionari (al governo e all’opposizione), ma si rabbrividisce di orrore se ogni tanto qualcuno dice di voler fare gli interessi dei cittadini comuni, se non proprio, absit iniuria verbis, dei poveri. Così fu per il Rdc, “voto di scambio” (Renzi) e “metadone” (Meloni) col consenso dei media padronali.

Sul Corriere, De Bortoli scrive l’editoriale “Tutti i pericoli di una patrimoniale” (che evidentemente non si esauriscono nel fatto che gli ultra-ricchi pagherebbero un po’ più di adesso): “Insistere sull’idea di una patrimoniale è il modo migliore per perdere le elezioni”. “La ragione principale”, dice, “è che i grandi capitali, quelli che si vorrebbero colpire, se ne vanno all’istante”; ma proprio per questo sia Schlein che Conte parlano di una tassa “a livello europeo”, di modo che chi scappa in Lussemburgo troverebbe ad attenderlo la stessa tassa che pagherebbe qui. Altri pericoli? Che i detentori di patrimoni “più piccoli, anche se non toccati dall’eventuale provvedimento, si sentirebbero subito minacciati”. Vabbè: in quel caso basta che si rechino in qualsiasi Caf d’Italia per essere rassicurati dall’impiegato, calcolatrice alla mano; altrimenti ci sono sempre le benzodiazepine, che purtroppo non sono mutuabili e sarebbero a carico del detentore di piccolo patrimonio, pazienza.

Il Foglio arruola Cottarelli (“Idea inutile e dannosa, i dem andrebbero oltre Mamdani”: non sia mai) e irride “la linea del M5S di Conte, che invece la patrimoniale la vuole ‘a livello globale o quantomeno europeo’, se proprio non si può imporre a livello intergalattico”. L’idea di una patrimoniale globale è di Inácio Lula, presidente del Brasile: un’imposta annuale del 2% sui patrimoni dei 3.000 super-miliardari del pianeta; poveracci: colpiti da una misura sadica solo per sfamare 673 milioni di persone colpite da fame cronica (Report Sofi dell’Onu). In Spagna, dove il Pil è cresciuto del 3,2% nel ’24 e del 2,9% nel ’25, e dove si prevede per il ‘26 il +2% (da noi il +0,5%), esiste dal 2023 un’aliquota progressiva dall’1,7% su patrimoni netti da 3 milioni e del 3,5% oltre i 10 milioni. Il problema dell’Italia, peraltro, non è la fuga dei ricconi, ma di disoccupati e precari ultra-scolarizzati. Il Financial Times ha rivelato che Milano attrae i super-ricchi mentre espelle il ceto medio. Il motivo? La flat tax, che tanto piace ai liberisti di destra e asserita sinistra, quindi a Salvini, a Meloni e naturalmente all’accoppiata perdente Calenda-Renzi, il quale ultimo introdusse per i ricconi trasferitisi in Italia una tassa fissa di 100mila euro, diventati 200mila con l’attuale governo di finta destra sociale (per Meloni le tasse sono “pizzo di Stato”; la patrimoniale sarebbe una strage). Si tenga conto che un operaio o un dipendente pubblico pagano in tasse più di un terzo del salario tra trattenute e imposte. Il movimento Tax the rich chiede alla Commissione di adottare la misura elaborata dagli economisti Saez, Zucman e Landais, che prevede aliquote dell’1% tra 2 e 8 milioni, del 2% per chi possiede da 8 milioni a 1 miliardo e del 3% oltre 1 miliardo di euro. La maggior parte di noi può stare tranquilla; forse anche gli editorialisti italiani.

Ricapitoliamo

 

Il vino era ottimo 


di Marco Travaglio 

Ricapitoliamo. Il 9 gennaio, dopo un mese scarso di “indagini”, la Procura generale di Milano invia a Nordio un parere di 23 righe favorevole alla grazia per la Minetti, condannata a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato. Il 18 febbraio, in gran segreto, Mattarella firma la grazia. L’11 aprile esce la notizia su Rai3 e sul Fatto. Che indaga e smentisce punto per punto il parere del Pg. Non è vero che Minetti ha cambiato vita (“seria e concreta volontà di riscatto sociale”, “radicale presa di distanza dal passato deviante” da cui è “oggi impermeabile”): vari testimoni raccontano festini con escort a Ibiza e Punta del Este chez Cipriani, suo compagno, amico di Weinstein e di Epstein. Non è vero che il figlio adottivo sia stato abbandonato dai genitori né che fosse operabile solo a Boston (rendendo indispensabile il passaporto e dunque la grazia alla Minetti): il S. Raffaele e l’ospedale di Padova smentiscono di aver trattato il caso e confermano che avrebbero potuto seguirlo, come altri 7 centri italiani. Il Colle si spaventa e chiede nuove indagini alla Procura generale, che le affida allo stesso Pg che ha firmato il parere. Praticamente si chiede all’oste se il vino è buono. E ieri l’oste ha risposto: il vino è ottimo.

In una nota che si stenta a credere sia opera di un magistrato, il Pg scrive che i fatti svelati dal Fatto“non corrispondono al vero” o “non contrastano col quadro probatorio”. Quali? Quelli che non c’entrano nulla col parere sulla grazia e quelli che il Fatto non ha mai scritto. Minetti e Cipriani non hanno “pendenze giudiziarie o indagini”: e chi l’ha scritto? “Non emergono irregolarità nell’adozione” del bambino e l’avvocata bruciata viva difendeva i genitori, non il minore: e che c’entra con la grazia? “È confermato il grave quadro sanitario del minore in cura a Boston”: e chi lo nega? Ciò che è smentito è che non fosse curabile in Italia. E poi Minetti faceva “volontariato”: e questo basta per graziarla? Ma il meglio arriva su Graciela, massaggiatrice in casa Cipriani, che racconta “feste di droga e sesso” e molestie: fornisce dettagli, chiede di svelare “altri fatti ai magistrati”. Ma questi non la sentono perché sarebbe “smentita da numerose dichiarazioni assunte in sede di indagini difensive” (gli avvocati di Minetti e Cipriani hanno trovato dei testimoni a favore dei loro clienti: ma va?) e da misteriose “persone informate sui fatti”. Quindi, al posto della testimone oculare, si interroga chi la smentisce per conto di Minetti e Cipriani. E chissenefrega se non c’è più nulla di vero nelle 23 righe del parere del Pg. In sintesi: Minetti e Cipriani prendono in giro il Pg, che ci casca e ci fa cascare Nordio e Mattarella. E ora, per non ammettere di essere stati presi in giro, si tenta di prendere in giro l’intero popolo italiano.

mercoledì 3 giugno 2026

Bang Bang!

 

In effetti ciucco com’era pare abbia visto delle nubi cattive entrare nell’abitacolo per prenderlo a scudisciate. E chissà cosa combinerà il prossimo veglione di capodanno! Si porterà con sé un’alabarda?

L'Amaca

 


Inventare stanca

di Michele Serra


Prendete tutti i pezzi blues già cantati (decine di migliaia?). Metteteli in una macchina, e chiedete a quella macchina di farne una specie di «sintesi perfetta», fedele ai canoni storici del blues (giro musicale, strumentazione, timbro vocale, età e volto dell'interprete). La macchina lo farà con precisione «matematica», e dunque produrrà la quintessenza di tutto quanto già scritto e già cantato nel blues (ma vale per qualunque altro genere, dalla bossa nova alla mazurka all'heavy metal alla musica barocca).

Ne verrà fuori Eddie Dalton, il bluesman creato dall'intelligenza artificiale che ha scalato le classifiche americane con il brano Another Day Old. Un prodotto gradevole e immediatamente classificabile — è blues, classicamente blues — che non aggiunge niente per la semplice ragione che non è nelle condizioni di farlo. Aggiungere non è il suo lavoro, il suo lavoro è l'archiviazione, a velocità fantastica, del già visto e del già udito, e la susseguente elaborazione (sempre a velocità fantastica) di un vero e proprio distillato del passato. IA è un enorme distillatore di quanto l'umanità ha creato prima di lei.

Nel dibattito, spesso un po' angosciato, su IA, prevale una visione «futuribile», e spesso distopica, di quella macchina. Si trascura di dire che la materia prima di IA è il passato: tutto quanto ci ha preceduto. Quanto non è ancora stato scritto, immaginato, cantato, dipinto, IA non può saperlo. Come sarà il blues dopo il blues, e se ancora sarà blues o qualcos'altro, IA non può saperlo. La fatica di inventare è tutta degli umani. Gli artisti lo sanno, e per questo quelli bravi non hanno paura di IA.

Terribile descrizione

 


L'asse di ferro nei campi tra 'ndrangheta e caporali: "Chi si ribella qui muore"

di Giuliano Foschini


Da Corigliano a Scanzano Jonico ci sono quasi 170 chilometri tra andata e ritorno. Kumar Manoj li percorreva quasi ogni giorno. Come Singh Surjit. Come Singh Harwinder. Come Singh Jaskaran. Partivano dalla Calabria quando era ancora buio. Attraversavano la Basilicata. A volte arrivavano in Puglia. Seguivano i raccolti. Fragole, uva, ortaggi. Poi rientravano la sera. Il 4 ottobre scorso non sono tornati. Sono morti sulla Fondovalle dell'Agri, stipati in una Renault Scenic insieme ad altri sei lavoratori. Dieci persone dentro un'auto da sette posti. Quattro morti. A cui sono seguiti diversi arresti. E un'inchiesta che aveva già raccontato tutto: schiavi e caporali. Vergogna e indifferenza.

Per questo la strage di Amendolara non è una sorpresa. Perché quella strada era già stata percorsa. Da loro. E da migliaia di altri braccianti invisibili che ogni giorno attraversano tre regioni per pochi euro l'ora. La strage di Amendolara era già scritta nelle inchieste delle procure di Castrovillari, Matera e Potenza. Nelle relazioni delle forze dell'ordine. Nei dossier dei sindacati. Da anni tutti raccontano la stessa storia: quella di un nuovo caporalato pachistano e indiano radicato tra la Sibaritide, il Metapontino e la Puglia.

Un caporalato che parla urdu e punjabi ma che, in realtà, resta profondamente italiano. Perché italiani sono quelli che guadagnano dagli schiavi. La novità è che questi lavoratori sono quasi invisibili. Non vivono nei ghetti come accadeva ai braccianti africani di Rosarno. Vivono in appartamenti sovraffollati sparsi nei paesi della Sibaritide. Spesso non conoscono né l'italiano né l'inglese. Anche per sindacati e associazioni entrare in queste comunità è più difficile. Le ricerche realizzate nella Piana di Sibari nell'ambito del progetto Su.Pr.Eme — il piano finanziato dall'Unione Europea e dal governo italiano contro il caporalato — hanno documentato l'esistenza di reti di caporali pachistani sofisticate e organizzate: in alcuni casi si lavorava dodici ore al giorno per quaranta euro. Ma quei quaranta euro non finivano davvero nelle tasche dei lavoratori. Tra trasporti, alloggi e mediazioni imposte dai caporali, gran parte del salario tornava immediatamente indietro.

Caterina Vaiti il caporalato lo incontra ogni giorno. È una sindacalista della Cgil che attraversa la Calabria campo per campo, parla con i lavoratori, raccoglie denunce e storie che raramente arrivano fuori dalle campagne. «Dobbiamo avere il coraggio di ammettere — dice — che la legge 199, quella sul caporalato che tanto abbiamo voluto, è monca. Manca la prevenzione. E dobbiamo avere il coraggio di dire che norme come il decreto flussi finiscono per produrre lavoratori senza documenti, senza diritti, senza tutele. Fantasmi. E i fantasmi sono il cibo preferito dei mostri. E il caporale di turno è uno di quei mostri». Non a caso l'ultimo rapporto dell'Osservatorio Placido Rizzotto colloca la Calabria tra le regioni maggiormente colpite dal fenomeno, con 36 inchieste per sfruttamento lavorativo in agricoltura.

La 'ndrangheta, raccontano le indagini degli ultimi anni, non è una spettatrice disinteressata. Da una parte beneficia dello sfruttamento della manodopera. Dall'altra continua a trovare nell'agricoltura uno strumento per frodi e truffe legate alle false giornate lavorative e ai contributi pubblici. I campi producono due volte: producono frutta e producono soldi.

Eppure nessuno può dire di non sapere. Negli ultimi anni ci sono stati tavoli in prefettura, finanziamenti europei, relazioni ministeriali, sopralluoghi parlamentari. Tutti hanno ascoltato le stesse storie: i furgoni strapieni, i viaggi impossibili, le case sovraffollate, le paghe da fame. «Gli schiavi lavorano. I caporali controllano. I padroni guadagnano», sintetizza Gianfranco Trotta, segretario generale della Cgil Calabria. È difficile trovare una definizione migliore. Perché il punto non è il singolo incidente. Non è il singolo caporale. Non è nemmeno il singolo omicidio. Il punto è che esiste un modello economico che continua a funzionare perfettamente. I numeri sono impietosi: il business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura vale circa 4,8 miliardi di euro l'anno. Abbastanza per spiegare perché, nonostante tutto, gli schiavi continuino a lavorare. E a morire.

Presentazione

 





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