Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 18 maggio 2026
Concordo
“Il capitalismo in coma, però bandiera rossa non tornerà”

Professore, esiste e si sta propagando la suggestione, a metà tra profezia e speranza, che, il truce capitalismo trumpiano farà risorgere il comunismo. Condivide la profezia oppure tocca ferro?
Fino a ieri si è detto che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Come se il capitalismo fosse un destino ineluttabile, un prodotto della natura anziché una forma storica. Non ci sono elementi per concludere che sia arrivato al capolinea. Si è di sicuro trasformato: da capitalismo a trazione finanziaria a tecno-capitalismo, alleandosi con le destre più illiberali. Ma la questione è che il capitalismo genera disuguaglianza. Non a caso si parla di ri-feudalizzazione. Tuttavia c’è un limite, un punto di rottura, oltre il quale le disuguaglianze che colpiscono miliardi di persone non sono più sostenibili. Quel limite è stato superato. Un segnale è il consenso tributato a quelle destre, favorite dalla resa della sinistra riformista ai dogmi neoliberisti. Ora che questo consenso pare esaurirsi bisogna domandarsi quali forme assumerà la risposta alla crisi.
Bandiera rossa la trionferà?
Viene in mente l’ultimo Lenin, per il quale il capitalismo educa alla lotta la stragrande maggioranza della popolazione globale. Ma non credo che la lotta si risolverà nella riscossa dell’idea comunista. Qualche elemento potrà sopravvivere e rivelarsi utile, ma indietro non si torna.
Lei dice che è un’idea impossibile da praticare o da replicare?
Il problema è come si è realizzato, a quale prezzo, con quali sacrifici per la libertà dell’individuo. L’incubo, l’esito totalitario, il terrore era implicito nelle premesse stesse del sogno di emancipazione? Ma basta questo per accantonare ogni politica di redistribuzione? Per considerare una bestemmia l’idea di una patrimoniale?
Però il capitalismo torce il sistema democratico, annienta ogni idea di uguaglianza e rende tossico persino il liberalismo.
Per Aristotele, solo tra uguali può esserci uguaglianza. E gli uguali sono sempre meno. Un solo esempio: gli esclusi dalle cure. Alla lunga, l’alleanza capitalismo-democrazia si è dimostrata illusoria: producendo disuguaglianza, il capitalismo promuove l’oligarchia. E alimenta quei conflitti dai quali la mistica della globalizzazione prometteva di averci liberato per sempre.
Ma l’Unione Sovietica è stata soffocata da un modello sociale incompatibile con il senso di libertà. Il comunismo che abbiamo conosciuto è stato solo quello. Non sono possibili altre opzioni?
Alternative a un comunismo ‘assoluto’ sono state sperimentate subito. E soffocate nella culla. Poi sono state tentate ibridazioni, dalla socialdemocrazia all’eurocomunismo, tutte per trovare una difficile conciliazione tra uguaglianza e libertà.
La Cina non conosce la democrazia. Secondo lei conosce il comunismo?
La Cina è l’eccezione. Un impero che ha rivelato una capacità di adattamento mostruosa, colmando il divario tecnologico e dando vita a un ircocervo: l’economia socialista di mercato. Una forma di quello che Alessandro Aresu chiama “capitalismo politico”, in cui coesistono burocrazia celeste, partito unico, imprese, spinta innovativa faustiana (si pensi all’egemonia nella ricerca sulla intelligenza artificiale). Per capire questa “cosa da un altro mondo”, parole come democrazia o comunismo non ci servono più.
Cuba resta il desolato ultimo avamposto del comunismo del Novecento. Sarà la prossima preda di Trump.
Trump è un occasionalista, mancando di una visione. La sua trasferta in Cina è l’espressione plastica del divario culturale tra le classi dirigenti delle due potenze. Divario tutto a vantaggio della Cina. Quanto a Cuba, bisogna sempre fare la tara alle sparate di Trump. E non credo che la base Maga sia ancora disposta a tollerare questa ossessione bellicista.
In Italia la destra ritrova sempre il fascismo sulla sua strada. La sinistra, secondo lei, si accompagna ancora all’antica compagnia comunista?
È un girare a vuoto che denota povertà di idee e di vocabolario. E intanto la talpa – la storia – scava le sue gallerie, va in direzioni che non ci sforziamo neppure di immaginare.
domenica 17 maggio 2026
Verso il mutismo
Fiumi di parole
di Julie Huon
Lo sappiamo per esperienza diretta, lo confermano serissimi studi scientifici: il volume delle nostre conversazioni vis-à-vis si è ridotto. Colpa della nostra ossessione per gli schermi. E dello smart working.
Alla fermata dell'autobus. Non molto tempo fa, guardavamo l'orologio e chiedevamo: «È sicuro che si fermi qui?». L'altro rispondeva: «Fa un po' freddo». Oggi apriamo l'app, vediamo che l'autobus arriva tra tre minuti e non c'è bisogno di parlarsi. In sala d'attesa. «A che ora avevate l'appuntamento? Ah, ma è davvero in ritardo». E via, ci si scambiavano preoccupazioni, la tosse del piccolo… Oggi: silenzio da cattedrale, si scorre lo schermo e non ci si accorge del tempo che passa. Al pranzo in famiglia. All'uscita da scuola. In fila al supermercato. Durante la pausa caffè in ufficio. Lungo il tragitto in auto. In ascensore. All'aperitivo tra amici: «Di cosa avete parlato?». «Abbiamo guardato dei video». Totale espresso in tre ore: forse 200 parole. «Ma eravamo insieme. È questo che conta, no?». A quanto pare, no.
Gli esseri umani parlano sempre meno tra loro: tra il 2005 e il 2019, il numero medio di parole pronunciate a persona al giorno è diminuito del 28%. Nello specifico, nel 2005 si pronunciavano 16 mila parole al giorno, mentre nel 2019 si è scesi sotto la soglia delle 12 mila. Ciò significa che una giornata media si alleggerisce, anno dopo anno, di 338 parole. In quindici anni, sono milioni di parole andate perdute.
Il dato proviene da un articolo dal titolo decisamente deprimente: Sliding Into Silence? ("Stiamo scivolando verso il silenzio?"), pubblicato lo scorso marzo sulla rivista scientifica americana Perspectives on Psychological Science. Gli psicologi Valeria Pfeifer (University of Missouri-Kansas City) e Matthias Mehl (University of Arizona) hanno raccolto 22 studi esistenti, ovvero le registrazioni audio di 2.197 persone di età compresa tra i 10 e i 94 anni, effettuate tra il 2005 e il 2019 negli Stati Uniti, in Messico, in Australia e in Europa. I partecipanti indossavano un piccolo dispositivo di registrazione che si accendeva da solo, a intervalli casuali, per pochi secondi ogni dodici minuti. Ci si dimentica che è lì, si vive normalmente, e il contatore gira per conto suo. «All'inizio mi sono detto: non è possibile. Dobbiamo tornare indietro e ricontrollare i dati», racconta Matthias Mehl a Time, alla fine di aprile. Lui e la sua collega rifanno i calcoli, il dato regge. Eppure lo studio si ferma prima del lockdown; quante parole abbiamo perso da allora?
Tutte le fasce d'età sono interessate, ma il calo è più marcato tra i minori di 25 anni: 451 parole in meno al giorno, ogni anno, contro le 314 dei più anziani. Logico, sono cresciuti con il pollice sullo schermo, a whatsappare piuttosto che a telefonare. La voce è roba da vecchi. Anche i neonati ne risentono. Non sorprende che uno studio pubblicato nel 2024 sulla rivista Child Development abbia misurato cosa succede quando una madre consulta il telefono in presenza del suo bambino: gli rivolge il 16% di parole in meno.
Lo psicologo individua tre responsabili. Uno: le app di messaggistica (WhatsApp in testa) hanno soppiantato la telefonata. Due: il telelavoro e l'isolamento sociale hanno svuotato gli uffici e le conversazioni che ne derivavano. Tre, la sua ossessione personale: la morte silenziosa dello small talk, quell'arte di riempire un silenzio con il nulla — il risultato della partita di ieri sera, lo sciopero, il tempo, il cambio dell'ora… «Ora possiamo fare la spesa senza parlare con un cassiere, ordinare al ristorante e pagare senza mai parlare con un cameriere. Tutti questi modi di rendere più efficiente la nostra vita quotidiana hanno forse anche avuto come conseguenza quella di rendere la nostra vita sociale più sommaria», deplora.
Nel film Cast Away, il naufrago Chuck Noland (alias Tom Hanks) trova un pallone da basket finito sulla sua isola all'interno di un pacco FedEx. Ci disegna sopra un volto con il proprio sangue, lo battezza Wilson e… passerà quattro anni a parlargli. Il giorno in cui il pallone viene portato via dalle onde, urla il suo nome, in lacrime, come se avesse perso un fratello. I nostri Wilson di oggi si chiamano Siri, Alexa, Waze, ChatGPT, Tesla o Replika. Non abbiamo firmato con il nostro sangue, abbiamo solo cliccato su "accetta", ma l'esito è che parliamo a entità piuttosto che ai nostri vicini di tavolo.
A questo punto, si sentono le menti brillanti ridacchiare: buon viaggio, small talk. Spazio alle conversazioni profonde, agli scambi intensi, alle cene in cui si parla di Foucault — Michel, non Jean-Pierre — tra il sorbetto e il formaggio. Solo che, in questo caso, i ricercatori — altri ricercatori, cambiamo studio — sono tanto categorici quanto guastafeste: parlare di cose senza interesse è importantissimo. Un articolo pubblicato ad aprile sulla rivista Journal of Personality and Social Psychology, da un team franco-americano, ha riunito 1.800 cavie per costringerle a parlare di argomenti «palesemente noiosi». Gli scienziati hanno proposto: la Prima e la Seconda guerra mondiale (beh, complimenti), i libri di saggistica, la Borsa, i gatti, le diete vegane. Gli argomenti proposti dai partecipanti erano: la matematica, le cipolle, i Pokémon (la gente è strana, francamente, si potrebbe parlare per ore di gatti e Pokémon, no?). Tutti prevedevano una noia mortale. Tutti si sono lasciati prendere la mano. E questo, anche quando erano d'accordo nel dire che l'argomento, oggettivamente, era orribile.
Concludendo, 338 parole che svaniscono ogni giorno, ogni anno. Peccato che non si possano scegliere, di molte si sentirebbe la mancanza. Deadline, asap, mindset. Isterico, femminuccia, checca. Colonscopia, recidiva, metastasi. «Buona degustazione» o «mi farò sentire». E «dobbiamo vederci»: a che serve, visto quello che ci diciamo?
L'Amaca
Arrivano i comunisti
DI MICHELE SERRA
Secondo il repubblicano Mike Johnson, speaker del Congresso degli Stati Uniti, l'America sta correndo un rischio mortale: il comunismo. Johnson è letteralmente atterrito dalle politiche sociali più energiche, alla Mamdani, che molti giovani esponenti dem dicono di volere adottare. Ha affidato a quell'illuminato medium che è Fox News le seguenti parole: «Professano apertamente un'ideologia socialista marxista. È qualcosa che non abbiamo mai visto prima nella storia americana. Si tratta di allontanarsi da una repubblica costituzionale verso un'ideologia utopica comunista, ed è una cosa pericolosa per il futuro del Paese».
La storia è spesso tragica, ma per fortuna anche ridicola: e si devono ringraziare le persone come Mike Johnson per la capacità di mettere in scena il ridicolo in tutta la sua potenza. La «repubblica costituzionale», secondo questo signore, non è messa a repentaglio dall'assalto dei trumpiani al Campidoglio, o dagli infiniti colpi inferti da Trump alle regole di convivenza e all'equilibrio tra i poteri, o dal diretto insediamento alla Casa Bianca, con tanto di foto ricordo, di un ristretto manipolo di oligarchi che la Repubblica e la Costituzione, all'occorrenza, se le comperano ordinandole su Amazon.
No, il vero pericolo per l'integrità della Nazione e delle sue istituzioni sono le provvigioni per gli invalidi, l'assistenza sanitaria per i poveri, le nuove misure di welfare e la tassazione dei grandi patrimoni, chieste da quella parte dei dem finalmente uscita dal letargo; e rese urgenti, per altro, proprio dalla scandalosa sperequazione tra ricchi e poveri che l'amministrazione in carica incarna come meglio non si potrebbe.
Peggiore dell'ottusità reazionaria c'è una cosa soltanto: l'ottusità reazionaria di un americano.
Paragoni
FI e i “valori” del caimano Da Eluana a Marina B.
Quando c’è in gioco Berlusconi, l’Italia mentale soffre di una psicosi a due teste: da una parte non riusciamo a disfarcene, e la sua eredità politica e morale grava su tutti noi (mentre quella finanziaria ricade solo sui due eredi e sulle sorti del governo che costoro occupano per un terzo), vedi tentativo di separazione delle carriere e scempi vari sulla Giustizia; dall’altra parte, vige una specie di amnesia collettiva, che – più che profilattica e pneumatica – è assolutoria (vedi funerali di Stato, francobolli, strade e aeroporti a lui dedicati).
Adesso Marina Berlusconi, pare, vuole fare un partito liberale, con dentro gente come Calenda eccetera, tutto basato sui diritti civili e molto aperto su temi caldi della bioetica come l’aborto e il suicidio assistito. Tutti applaudono, ovviamente: ormai sono pochi i beghini rimasti in Parlamento, e ce li ha quasi tutti il Pd. Del resto, Berlusconi era l’uomo col sorriso bianco come la vetroresina dei suoi yacht, il capo del Partito dell’amore e del Popolo della Libertà. Evidentemente solo noi ricordiamo quando, nel 2009, da capo del governo, il frequentatore dei Family Day e sottoscrittore della Carta dei Pro Vita contro l’aborto si oppose strenuamente con un decreto legge (che il presidente Napolitano respinse per palese incostituzionalità, perché interveniva su una decisione della magistratura) alla decisione autorizzata dalla Cassazione che venissero interrotte l’idratazione e l’alimentazione forzata a Eluana Englaro, costretta a letto in stato vegetativo dal 1992 in seguito a un incidente, come chiedeva da tempo suo padre Beppino. Allora Berlusconi si produsse in una delle sue più ributtanti uscite: “Eluana è una persona che respira, che potrebbe anche in ipotesi generare un figlio”. C’è il video su YouTube: lo vedano, quelli che oggi vogliono tutelare i diritti civili e la libertà dell’individuo con Marina in nome dei “valori” trasmessi da suo padre.


