Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 14 aprile 2026
Avanti i boiardi!
La crisi del calcio, la barzelletta del rinnovo. Per la Federazione in corsa Malagò e Abete
Il nuovo che avanza nel calcio ha le sembianze di Giovanni Malagò, 67 anni, l’uomo che per un decennio ha incarnato l’establishment dello sport italiano, e ora vuole passare al pallone. Oppure di Giancarlo Abete, anni addirittura 75, già presidente della Figc dal 2007 al 2014, quando si dimise per il fallimento della Nazionale ai Mondiali. Suona familiare.
Comincia la partita per la successione di Gabriele Gravina alla guida della FederCalcio. E ci sono tutti i presupposti per cui non cambi nulla. Il primo a farsi avanti è Malagò, indicato dalla Serie A quasi all’unanimità: 18 club su 20, tranne la Lazio di Lotito e il Verona. Sembra incredibile pensando che solo pochi anni fa, da commissario in Lega, finiva indagato per l’alterazione di un verbale, e intercettato definiva i presidenti dei club “delinquenti veri”. In Italia abbiamo la memoria corta. Il primo a fare il suo nome è stato Aurelio De Laurentiis, ma come raccontato dal Fatto il vero regista dell’operazione è Beppe Marotta: il presidente dell’Inter ha mosso mari e monti per convincere i colleghi a firmare per Malagò, che conterebbe anche su un’intesa col presidente uscente Gravina. La notizia però è stata accolta in maniera tiepida (per usare un eufemismo) dal governo, dove Malagò ha tanti nemici, a partire dai ministri Abodi e Giorgetti. Difficile immaginare che il pallone, che chiede riforme e aiuti allo Stato, possa permettersi di inimicarsi l’esecutivo. La reazione immediata è arrivata dal vecchio Abete, per anni alleato di Gravina. Ma oggi il rapporto fra i due è un po’ incrinato, e nel calcio, dove vale tutto e il contrario di tutto, potrebbe ora catalizzare i consensi dei contrari a Malagò. Ha subito chiesto alla sua Lega Dilettanti di “investirlo” dello stesso ruolo (con la differenza che i Dilettanti contano il doppio della Serie A in termini di voti). Abete potrebbe anche puntare a fare da regista per un altro nome, magari un ex calciatore proposto dalle componenti tecniche (il sindaco di Verona, Damiano Tommasi, o Demetrio Albertini). Intanto però occupa il campo lui.
Il punto è che nessuna delle candidature che stanno nascendo ha i contorni dell’alternativa. Malagò ha bisogno dei voti di Gravina, considerando che la Serie A vale solo il 18%. Abete (o il candidato che deciderà di sostenere) è comunque uomo di apparato. In un caso o nell’altro, vincerà il sistema, con la conservazione dello status quo e della cricca di incapaci che hanno governato in questi anni.
L’unica soluzione è il commissariamento, per cui però non ci sono i presupposti tecnici. Spazzare via le cariatidi che popolano la Federazione, rimettendo mano alle norme. È a questo che punta Lotito (ma la sua figura di guastatore non agevola la causa). Ed è ormai l’obiettivo dichiarato anche del governo, come ha spiegato Paolo Marcheschi di Fratelli d’Italia: “Non è un problema di nomi: le riforme vere richiedono i poteri che solo un commissario può avere”. Oggi il ministro Abodi sarà in audizione sulle prospettive di riforma del calcio italiano promossa proprio dal senatore FdI. Sicuramente avrà tanto da dire. Riuscirà anche a fare qualcosa?
Lo dissi già e concordo
Orbi et Orbán
Ora che Orbán ha perso le elezioni in Ungheria e le ha vinte il suo ex fan e pupillo Magyar, che è di destra come lui, solo più giovane, più magro e più asservito alle politiche guerrafondaie di Ue e Nato, possiamo tirare parecchi sospiri di sollievo. Il primo perché l’Ungheria non sarà una democrazia, ma non è neppure una dittatura, sennò il dittatore non avrebbe perso le elezioni e ammesso la sconfitta ancor prima dei dati definitivi. Il secondo perché perché, priva del Grande Alibi Magiaro, l’Ue potrà continuare a fare schifo anche senza di lui. Il quarto perché forse in Italia, finito di dare lezioni di liberaldemocrazia agli ungheresi, si comincerà a notare una sconcezza tutta nostra: un’azienda privata nata e ingrassata per 50 anni violando mezzo Codice penale, corrompendo giudici, politici, finanzieri e testimoni, finanziando la mafia, falsificando i bilanci e frodando il fisco, controlla tuttora la cassa di un partito al governo e dunque ne decide il segretario, la linea politica, i candidati e persino i capigruppo parlamentari. Con una novità rispetto al trentennio infestato dal fondatore: B., portatore di un monumentale conflitto d’interessi mediatico, penale, finanziario e sportivo, ebbe almeno il buon gusto di chiedere i voti dei cittadini e farsi eleggere in Parlamento; ora invece i suoi primi due figli spadroneggiano dai piani alti del primo gruppo editorial-televisivo nazionale (costruito con leggi ad personam e una sentenza comprata per rubare la Mondadori al legittimo titolare).
L’altro giorno Antonio Tajani, segretario di FI, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, con tutto quel che accade nel mondo, è stato convocato nella sede di Mediaset a Cologno Monzese e lì tenuto in ostaggio quattro ore per ricevere ordini da Marina e Pier Silvio B. e da altri due tizi mai eletti da alcuno per assumere decisioni politiche: Gianni Letta e tal Danilo Pellegrino, amministratore delegato di Fininvest. Questi noti frequentatori di se stessi hanno intimato all’ostaggio di scordarsi i congressi, di cambiare il capogruppo al Senato (quello alla Camera l’avevano già fatto saltare con un golpetto) e di tenersi a disposizione per l’eventuale licenziamento con gli otto giorni. Al termine, mentre il Tajani veniva rilasciato dopo aver dismesso la crestina di pizzo e il grembiulino, il fantozziano sinedrio dettava a FI un comunicato da diramare a una stampa che trova sempre tutto normalissimo: “Clima di grande amicizia e cordialità”, “ampia panoramica sulla situazione politica, economica e internazionale”, “rinnovata fiducia nel segretario” (dal sinedrio), ”attenzione concentrata sul futuro di FI” e ovviamente “visione unitaria e condivisa” (dal sinedrio). Ma dove siamo, in Ungheria? Anzi, in Corea del Nord?
lunedì 13 aprile 2026
Levatevelo dalle palle!
Il conflitto è stato un boomerang per Trump: negli States crolla tutto
Sabato sera, mentre i negoziati di pace con l’Iran fallivano in Pakistan, Donald Trump faceva il suo ingresso trionfale al Kaseya Center di Miami per un match di arti marziali. Sangue, sudore, botte virili, il suo elettorato che lo accoglie come un sovrano erano ciò che il presidente mostrava all’America e al mondo nel momento più difficile della sua carriera politica. Non si sa quanto lo show gli sia davvero servito. Le prospettive per lui sono tutt’altro che buone. La guerra in Iran doveva essere l’occasione per risollevare le sue incerte sorti politiche. Si è rivelata la tempesta perfetta che ne segna, forse per sempre, il declino. Il 28 febbraio, il giorno dell’inizio dell’operazione militare in Iran, la media dei sondaggi compilata da Real Clear Politics mostrava che il 43,5% degli americani approvava il lavoro di Trump. Il 12 aprile, la percentuale è scesa al 41,5%. In poco più di un mese di guerra, il consenso per un presidente già molto impopolare si è ulteriormente ridotto. Quello che Trump aveva promesso – un’offensiva rapida, facile, vincente sin dal primo giorno – non si è del resto realizzato. L’Iran si è mostrato un osso molto più duro del previsto. L’illusione di un blitz in stile Venezuela si è presto dissolta. E mentre a Washington continuavano a strombazzare successi e trionfi, la realtà quotidiana per gli americani si faceva sempre più grigia. Inflazione in salita. Prezzo della benzina alle stelle. Il presidente ha reagito come suo solito. Negando le difficoltà. Minacciando di “distruzione totale” il nemico. Attaccando gli alleati europei che non si sono allineati. Il risultato è davanti agli occhi di tutti. Il fallimento, almeno temporaneo, dei negoziati di Islamabad mette Trump di fronte a una serie di alternative pochissimo esaltanti. Un negoziato lungo, faticoso, dagli esiti imprevedibili, con Teheran. Un’operazione militare particolarmente difficile per riaprire lo Stretto di Hormuz. Una ripresa della guerra che rischia di affossare ancora di più il gradimento per il presidente.
A Washington il clima è intanto sempre più agitato. Decine di democratici chiedono la sua uscita di scena anticipata: o attraverso l’impeachment o mediante il 25° emendamento. C’è bisogno di una “valutazione complessiva delle capacità cognitive” di Trump da parte del suo medico, spiega Jamie Raskin, deputato dem del Maryland. Non sono di grande aiuto nemmeno i repubblicani. I moderati del partito tacciono. I “falchi” – gente come l’ex candidata alla presidenza, Nikki Haley o il senatore del Wisconsin Ron Johnson – gli chiedono invece di andare avanti e di “finire il lavoro”. Su tutt’altre posizioni sono le voci più ascoltate del mondo Maga – Tucker Carlson, Megyn Kelly, Alex Jones, Candance Owens – che ormai quotidianamente criticano e insultano e accusano di tradimento il loro antico beniamino. “Sono stufa di questa m… di guerra. Trump può comportarsi come un essere umano normale?” ha detto Kelly, che conduce uno show seguito da oltre quattro milioni di conservatori duri e puri. Tra sondaggi in picchiata e incognite di guerra, il presidente cerca di resistere. Sabato, in viaggio per la Florida, ha spiegato che a lui in fondo non interessa l’esito dei negoziati, perché “vinceremo comunque”. Anzi, “li abbiamo già sconfitti militarmente” ha spiegato, prima di assistere in prima fila, combattente tra i combattenti, al match. Sangue, sudore e botte non sembrano però in grado di cancellare la forza della realtà.



