domenica 20 febbraio 2022

Chiarimento

 


Le notizie scomode

 


Mani pulite per Fini

 

Com’era mani pulite, tradita dai partiti
DI MASSIMO FINI
“Un giorno in pretura”, un programma che andava su Rai3, era nato nel 1988. Dava in diretta i processi di competenza pretorile, cioè per reati la cui pena massima non superasse i quattro anni. Insomma reati quasi bagatellari.
Fine febbraio 1992. Io lavoravo all’Indipendente di Feltri, ma in quei giorni ero in vacanza nella casa di proprietà dei genitori della mia fidanzata. Una sera il padre di lei, che come tutti gli anziani passava ore davanti al piccolo schermo, mi venne a cercare e mi disse: “Vieni a vedere la tv, c’è una trasmissione interessante, curiosa”. Andai e vidi qualcosa che allora aveva dell’incredibile. Un noto politico democristiano alla sbarra, messo sotto il torchio da un tipo massiccio, atticciato, dall’aria contadina, il Pubblico ministero. Era Antonio Di Pietro. Fu una trovata geniale quella di Francesco Saverio Borrelli, che dirigeva la Procura di Milano e il gruppo di magistrati che sarebbe stato poi chiamato “il Pool di Mani Pulite” – che allora comprendeva solo Gerardo D’Ambrosio, Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro (Ilda Boccassini, Davigo, Greco si aggiunsero dopo) –, di affidare gli interrogatori in aula, tutti quelli che potemmo vedere in tv, proprio a Di Pietro. Agli indagati che cercavano di difendersi col solito, fumoso, politichese, Di Pietro opponeva il suo buonsenso contadino e a quel politichese totalmente fuori dalla materia del contendere replicava col suo famoso: “che c’azzecca”? Vedemmo sfilare una serie di intoccabili con tutta la loro miseria. A me colpì molto l’interrogatorio di Claudio Martelli, uscito dalla casa di Carlo Sama con 500 milioni in contanti nascosti in un giornale. Claudio era stato mio compagno di banco al liceo classico Carducci. Ma come, dicevo fra me, noi siamo stati educati nei migliori licei di Milano per diventare classe dirigente e tu sgattaioli con 500 milioni in tasca come un malandrino qualunque. Ricordo lo sguardo di Martelli rivolto a Di Pietro. Era di ghiaccio. Se avesse potuto ucciderlo, almeno col pensiero, l’avrebbe fatto. Martelli aggravò la sua posizione affermando che pensava che quei 500 milioni non fossero della Montedison ma personali di Sama. Martelli ne uscirà con un “patteggiamento”, restituendo quei 500 milioni.
Mani Pulite ebbe all’inizio un grande consenso da parte della popolazione, stufa dell’arroganza impunita della classe dirigente, e anche della grande stampa che aveva la coda di paglia per aver taciuto e assecondato il regime. Ma ebbe anche un eco internazionale. Si plaudiva all’Italia che aveva il coraggio di ripulire in pubblico i propri panni sporchi.
Certamente ci furono degli eccessi in quei due anni. Ma non da parte della Magistratura. Bensì da parte di una popolazione inferocita presa dalla sindrome ben descritta da Buzzati in Non aspettavano altro (le monetine lanciate a Craxi davanti al Raphael, l’inseguimento del ministro degli Esteri Gianni De Michelis fra le calli di Venezia). Per accanimento forcaiolo si distinse proprio Feltri (diventerà “ipergarantista” quando passerà alla corte di Berlusconi): la foto di Enzo Carra in manette sbattuta in prima pagina, l’appellativo di “cinghialone” affibbiato a Bettino Craxi trasformando così una legittima inchiesta della magistratura in una “caccia sadica”, il coinvolgimento dei figli di Craxi. Toccò a me, sempre sull’Indipendente difendere loro (“Caro direttore, ti sbagli su Stefania Craxi” – L’Indipendente, 11-5-1992 ) e in qualche modo lo stesso Craxi nel momento della sua caduta, quando improvvisati fiocinatori, fra cui eccellevano alcuni suoi amici, si accanivano sulla balena ferita a sangue (“Vi racconto il lato buono di Bettino” – L’Indipendente, 17-12-1992).
Uno dei tanti errori di Craxi fu definire Mario Chiesa, il presidente del Pio Albergo Trivulzio, colto in flagrante il 17 febbraio 1992 mentre buttava una mazzetta nel cesso, un “mariuolo”, come se si trattasse di una mela bacata in un cesto di mele immacolate. Se avesse fatto in quel momento la chiamata di correità di tutti i partiti avrebbe avuto un valore, farla in Parlamento cinque mesi dopo nel luglio del 1992, quando era stato pescato lui stesso con le mani sul tagliere, era troppo comodo. Passata la prima buriana, la classe politica cercò di reagire, col famoso decreto “salvaladri” del ministro della Giustizia Biondi (primo governo Berlusconi) che metteva in libertà numerosi detenuti di Tangentopoli. Ma era troppo presto. Il decreto fu ritirato per la reazione popolare e perché i quattro magistrati Di Pietro, Davigo, Colombo, Greco si presentarono in tv affermando che se le cose stavano così avrebbero chiesto di essere assegnati ad altro incarico.
Il più astuto a cercare di approfittare della situazione fu Berlusconi. Prima cercò di lisciare il pelo ai magistrati offrendo a Di Pietro, che la rifiutò, la carica di ministro degli Interni nel suo governo (Di Pietro diverrà poi nel linguaggio berlusconiano “un uomo che mi fa orrore”) poi, inquisito a sua volta, innescherà la reazione attaccando senza soste i magistrati di Mani Pulite e la Magistratura in generale, suonando la grancassa dell’anticomunismo perché a essere spazzati via dalle inchieste furono la Dc, il Psi, il Pli, il Pri, mentre il Pci si era in qualche modo salvato, perché il compagno Primo Greganti arrestato si rifiutò, in perfetto e coerente stile vecchio Pci, di fare qualsiasi nome, di imprenditori e tantomeno di uomini del suo partito. Durante gli anni della reazione berlusconiana il fuoco di fila si concentrò soprattutto su Antonio Di Pietro, messo sette volte sotto processo e sette volte assolto.
Perché fu possibile Mani Pulite? I suoi presupposti vengono da lontano. Col collasso dell’Urss era venuta meno la paura dell’“orso russo” e quindi anche il detto di Montanelli secondo il quale era necessario votare la Dc (“turatevi il naso”). Nel frattempo era nata la Lega di Umberto Bossi, il primo, vero, partito d’opposizione dopo anni di consociativismo, perché il Pci era stato appunto associato al potere. Se quindi prima era possibile innocuizzare i magistrati che cercavano di ficcare il naso nella corruzione politico-imprenditoriale senza che nessuno osasse alzare una voce, adesso questa voce c’era e si chiamava Lega. E al Nord, che era particolarmente colpito dalla corruzione, la Lega prendeva il 40 per cento dei consensi, non solo provenienti dalla Dc, e non si poteva ignorarla. Prima della nascita della Lega, il sistema per paralizzare le inchieste era quello di farle finire alla Procura di Roma, non a caso chiamata “il porto delle nebbie”, che regolarmente le insabbiava.
Oggi, a trent’anni di distanza, si cerca di capovolgere completamente la storia di Mani Pulite. S’inventano tesi molto fantasiose come quella che vede dietro Mani Pulite gli americani. Non si vede proprio perché mai gli americani volessero la distruzione di partiti atlantisti a favore dell’unico partito che atlantista non era, il Pci-Pds. E ci fermiamo qui perché le fake in materia sono innumerevoli. È vero invece che Mani Pulite non ha cambiato l’Italia in meglio, ma in peggio. Ma questa non è responsabilità dei magistrati di Mani Pulite, ma della politica. Mani Pulite, che richiamava anche la classe dirigente al rispetto di quella legge che noi tutti siamo tenuti ad osservare, avrebbe potuto essere una lezione e un’occasione per questa stessa classe dirigente per emendarsi dalla propria corruzione. E invece nel giro di pochi anni, per la politica ma anche per i grandi giornali, i veri colpevoli divennero i magistrati e i ladri le vittime e spesso giudici dei loro giudici. Non c’è quindi da stupirsi se, con simili esempi, la corruzione discendendo giù per li rami abbia finito per coinvolgere quasi tutti, anche cittadini che per loro natura sarebbero onesti ma che non vogliono passare per “i più cretini del bigoncio”, e insinuarsi in ogni ambito della nostra vita istituzionale e sociale, compresa la stessa Magistratura. E così il cerchio si chiude.

Meditativo

 


sabato 19 febbraio 2022

Riapertura (si scherza!)

 


L'Amaca

 

Il podio dei malmostosi
di Michele Serra
Dalle cronache della spedizione azzurra a Pechino emerge un tasso di litigiosità mai visto prima. Atlete contro atlete, atleti che si dichiarano vittime di regolamenti-truffa, allenatori ripudiati, dirigenti indignati, accorati interventi di madri, annunci di ritiro per incompatibilità ambientale.
Se ne possono trarre due conclusioni. La prima è che, rispetto al passato, siano peggiorate le condizioni di vita e di convivenza di chi scia e pattina, e siano aumentate, di conseguenza, le ragioni di attrito e di malcontento. La seconda (che mi sembra più in linea con i tempi) è che le ragioni di attrito e di malcontento siano più o meno quelle di sempre, come accade in ogni comunità promiscua; e che sia invece enormemente diminuita la capacità di sopportazione e di mediazione dei conflitti. Il tasso di suscettibilità è ai massimi storici, la capacità di incassare le offese, vere o presunte, ai minimi storici. Ciò che una volta sbolliva in mezza giornata oggi trova immediato sbocco sui social, ideali per fare di ogni pagliuzza una trave, e di ogni “io” una patria assediata.
Qualche atleta, forse più pensosa di altre e altri, non per caso attribuisce la ritrovata serenità, e la raggiunta concentrazione agonistica, all’astinenza dai social, sostituiti con un buon audiolibro. Pochi anni fa l’allenatore del Liverpool Jurgen Klopp disse, in chiave sportiva e forse non solo, che «la migliore decisione della mia vita è stata non essere sui social». Certo dispiace vedere persone che dovrebbero essere contente della propria vita (sono emerse tra mille e mille, fanno quello che amano fare) mostrarsi, come si dice a Milano, così malmostose. Hanno (quasi) tutto, tranne il tempo per accorgersene.

Il Pensiero di Eugenio

 

Che cosa è la vita piena
Interrogarci sull’anima significa pensare a un mondo senza di noi. E alla nostra idea di Dio Una riflessione del fondatore di Repubblica

di Eugenio Scalfari

Hai vissuto una vita piena se hai potuto realizzare te stesso al meglio delle tue capacità ed hai conosciuto amore e dolore accettando i tuoi limiti.
Naturalmente questa vita piena è tutt’altro che facile e semplice. Perché anche l’esistenza più ricca non può aggirare la presenza incombente della morte.
L’anima, cioè quella parte di noi che sente dentro di sé la capacità di esistere, nel rapporto con la morte ha davanti un problema di difficile soluzione, che è quello di Dio. Una questione che può provocare sofferenza, può generare dilemmi, ma che non possiamo aggirare. Perché sono proprio questi due elementi — la morte, il rapporto con il divino — a costituire il limite della nostra umanità. Si tratta insomma di spunti di riflessione imprescindibili, profondamente studiati dai pensatori di ogni tempo.
Un itinerario filosofico da cui è possibile approdare a diverse conclusioni. La prima è quella cartesiana del Cogito ergo sum, che abbraccia però anche l’idea di Dio. La seconda è considerare la vita come un elemento che accomuna tutte le creature viventi: persone, animali, piante. La terza è credere che Dio, cioè un’entità suprema e unica, sia artefice della propria e dell’altrui esistenza.
Arrivati fin qui, non possiamo sottrarci a una riflessione su un concetto anch’esso di importanza estrema: l’esistenza di Dio. L’uomo esiste senza Dio? In teoria potremmo affermare di sì ma c’è un’ulteriore domanda da porci: l’uomo può esistere senza la propria coscienza? La risposta, in entrambi i casi, è negativa: senza Dio non si esiste. E nemmeno senza la propria coscienza, cioè senza se stessi.
Abbiamo ipotizzato, dunque, sia l’esistenza di Dio che l’esistenza dell’uomo. E tuttavia questi due soggetti non hanno il medesimo valore: il mondo senza Dio è privo di qualunque possibilità; il mondo senza l’uomo può vivere lo stesso, così come può vivere con o senza animali, senza gli elementi fisici, geografici, climatici. Con l’assenza di questi elementi la vita è comunque possibile: senza Dio, invece, no.
Ma il nostro rapporto con il divino stimola anche ulteriori riflessioni. Come scrivevo ad esempio nel mio libro Incontro con Io , «potrebbe Dio sopprimere, nell’infinita onnipotenza della quale il nostro pensiero lo ha dotato, un qualsiasi atto accaduto nel corso del tempo? Può cioè Dio cambiare la storia avvenuta e rendere reversibili i processi temporali e il pensiero che li contiene?
Questa facoltà è negata al Dio che noi abbiamo pensato e creato. Egli può sospendere il tempo, privandoci della memoria; può espellerci dal flusso del tempo e lo fa infatti ogni volta che ci falcia con la morte; ma non può ordinare che un fatto avvenuto non sia avvenuto. Neppure il tempo — dice Pindaro — che ogni cosa genera / può fare che non siano più le opere / compiute, giuste o ingiuste, / se furono...
Dio è fuori dal tempo perché così abbiamo voluto che fosse non trovando noi altro attributo più confacente a definire la sua divinità; ma noi, sue creature, siamo interamente immersi in quel flusso inarrestabile che con noi è nato e con noi si dissolverà ».
Su questo, così come sul nostro ruolo nell’universo in rapporto alla divinità e alle altre forme di vita, dobbiamo continuare a riflettere.