Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 7 agosto 2026
La miglior risposta alle fregnacce!
L'Amaca
Uno spettro si aggira per l'America
di Michele Serra
Cento anni dopo la pubblicazione del famoso saggio di Sombart Perché negli Stati Uniti non c'è il socialismo?, il socialismo negli Stati Uniti invece c'è. O almeno così si fa chiamare, senza temere di usare quel nome-tabù, che suona come una profanazione nel tempio del capitale. I candidati socialisti vincono le primarie dem, diventano sindaco di New York, soprattutto attraggono i giovani. Sono in campo come mai prima. E non è la cosiddetta cultura woke, tutta diritti e niente economia, a motivare quelle truppe in marcia. Sono soprattutto gli argomenti sociali: welfare e lavoro.
Perché questo accada non è facile da capire. Si legge e ci si fanno domande. Ma è possibile che la risposta, o parte della risposta, non sia troppo difficile: perché non è più vero che il capitalismo dà una speranza a tutti, facoltà che Sombart metteva al primo posto tra le ragioni del mancato vigore del socialismo in America. Il mito del «tutti ce la possono fare» è offuscato dalle clamorose diseguaglianze e dall'altrettanto clamorosa concentrazione della ricchezza in pochissime mani. L'oligarchia non è alleata del capitalismo, non lo è per nulla. Assomiglia a una gara truccata, alla manomissione di regole (o illusioni) antiche, cancella il vecchio mito che tutti ce la possono fare, se si impegnano.
Da questo punto di vista siamo autorizzati a pensare che gli anni di Trump, Musk, Bezos e pochi altri siano gli anni più tristi e nocivi nella lunga storia del capitalismo americano. Così nocivi da fare riscoprire il socialismo, che è poi un modo per dire giustizia sociale e welfare, anche a milioni di giovani americani. Banale dirlo, ma è impossibile non sentirsi dalla loro: avranno vita durissima, ma almeno sanno di non essere più eterna minoranza.
Michele ci spiega Francesco
L'antidivo che cuciva parole: è sempre stato un classico fuori dal tempo e le mode
di Michele Serra
Il gigante era stanco. Gli ultimi anni gli erano pesati molto. I suoi anni, pieni di acciacchi, e gli anni del mondo, un mondo che lui non capiva più. Lo scrutava da lontano rintanato nella sua casa a Pavana, al confine tra Emilia e Toscana. Casa di generazioni, ogni stanza una storia, su ogni muro l'ombra di una persona.
Non so se sapesse — e fino a che punto lo consolasse — che ci sono ragazzi di vent'anni che sanno a memoria le sue canzoni. Nonni, genitori e nipoti che conoscono i suoi versi. Vecchi e ragazzi riuniti dalla stessa metrica. Ovvero: non so se fosse cosciente di avere trapassato il tempo, con la sua arte antica di narratore. Di essere lui il più forte: cantato, amato, riverito come i maestri quelli veri. Forte nonostante avesse imboccato, fin da ragazzo, la strada meno comoda, meno «alla moda», o magari proprio perché l'ha imboccata: adoperando un italiano ricco, letterario, a tratti ottocentesco (è il più carducciano dei nostri grandi cantautori). L'italiano dei libri, delle poesie del liceo, delle piccole librerie di paese nelle quali frugava da ragazzo, avido lettore. Viaggiatore, grazie ai libri, anche dal suo paesello e dalla città di provincia nella quale crebbe, Modena, prima di approdare nella «sua» Bologna. L'italiano che molti italiani non parlano più, ma molti, anche grazie a lui, cantano ancora.
Un italiano rotondo e sonoro come la sua mitica erre, la lingua come stratificazione di memoria e di cultura, la metrica e la rima come disciplina senza la quale il racconto è in disordine, come insegnano i padri classici. Era il contrario esatto di un ermetico: un affabulatore verboso, amico dei dettagli, che chiede tempo e attenzione a chi lo ascolta. Tempo e attenzione, i due elementi in teoria più in disuso: eppure i suoi ultimi concerti erano sempre pieni di ragazzi.
La musica (molto forti le influenze giovanili del folk americano, poi la canzone francese, il Sudamerica, quel poco di jazz che i suoi sodali musicisti, gli stessi di Paolo Conte, gli avevano portato in dote) sempre al servizio della parola, per renderla sonora e fascinosa, ma senza mai metterla in ombra: le canzoni di Guccini si ascoltano riga dopo riga, così come si legge un libro. Così che le sue parole, le molte migliaia di parole che ha cucito assieme con la pazienza del sarto e forgiato con il vigore del fabbro, rimangono come impronte sulla soglia di casa. Qualcosa di solido, che resiste al tempo, che non dà retta all'andamento mutevole del linguaggio parlato. Se Guccini è già un classico è proprio perché scriveva da classico. Avesse dato retta ai suoni mutevoli dei tempi avrebbe perso ritmo e ispirazione. Ma era una roccia, artisticamente parlando: le mode gli scivolavano addosso come intemperie destinate a terminare.
Era un uomo semplice, un montanaro molto legato ai suoi Appennini anche da bolognese d'acquisto, pronto all'amicizia con chiunque gli garbasse e inamovibile nel suo evitare chiunque disturbasse i suoi ritmi, le sue abitudini e le sue pigrizie. Famosissimo, sì, molto amato, certo, ma mai una star. Al contrario, un antidivo naturale. Pochissimo in televisione, moltissimo al club Tenco e nelle tavolate che ne derivavano. Molto più facile sentirlo cantare con gli amici (di tutto: dai tanghi più strappacuore alle canzonacce goliardiche. Memorabile una sua disfida eruditissima con Umberto Eco a chi sapeva più canzoni del Ventennio) che vederlo prendere posto nei palinsesti, che gli riservavano poltrone quasi sempre rimaste vuote.
Si vestiva, nei concerti, esattamente come nella vita quotidiana, il suo abito di scena era lui stesso, jeans, camicia e Clarks, circondato da musicisti formidabili — quelli «storici» sono Flaco Biondini, Ellade Bandini, Antonio Marangolo, Vince Tempera — che sono stati la sua unica concessione all'alto profilo che si richiede a un cantante che riempie teatri e palazzetti. Rimasti amici fino all'ultimo, ben al di là del rapporto di lavoro, compagni di bicchiere, di chiacchiera e di cantata anche nei mesi difficili dell'immobilità e della vecchiaia. Si è meritato molti amici, Francesco, e Raffaella sua moglie, che lo ha accompagnato passo dopo passo come solo le donne sono capaci di fare, sapeva come tenerli vicini.
La sua morte fa lo stesso rumore di un grande albero quando cade. Uno schianto improvviso, la grande mole che atterra, il bosco che trema per un attimo. Si prova sgomento, lo si ricorda svettare. Ma grazie a quell'albero avremo legna per molti inverni, le sue canzoni da cantare, la sua voce inconfondibile che tiene insieme le generazioni. I montanari lo sanno, quanto lungo è il tempo della memoria. E gli artisti lo sanno, quanto la morte può essere scavalcata, quanto lontano è capace di volare la voce umana.
Radiografia di un mainstream
La guerra cambia, noi no
A furia di occultare l’esito della guerra sul campo perché contraddice tutte le loro previsioni, i giornaloni seguitano a parlarne come se fosse sempre uguale da 53 mesi. Invece è cambiata più volte, come i virus, che si adattano all’ambiente circostante. Putin invade l’Ucraina il 24.2.2022 per ottenere con la forza ciò che ha provato per anni a ottenere per via diplomatica: autonomia speciale del Donbass (accordi di Minsk del 2014-’15) e rinuncia di Kiev alla Nato (ritorno alla neutralità della Costituzione del 1996). La chiama “operazione militare speciale” perché una vera “guerra” è sempre preceduta da bombardamenti: la Russia non li fa in anticipo, usa poca aeronautica e impiega solo 175mila uomini (meno della metà degli ucraini). Dice di voler “denazificare e smilitarizzare l’Ucraina”, non occuparla tutta. La colonna di 60 km di carrarmati alle porte di Kiev pare una follia, perché li espone al tiro al bersaglio. Ma il 28.2 russi e ucraini già trattano, prima a Minsk poi a Istanbul. La Russia non chiede territori (è la nazione più vasta del mondo): offre di ritirarsi in cambio della rinuncia ucraina alla Nato, del Donbass autonomo e di un esercito ridotto a dimensioni difensive. 29.3.22: comunicato congiunto russo-ucraino sui tanti punti di intesa. I russi ritirano i tank dalle porte di Kiev, concentrandosi sul Sud-Est. A metà aprile gli ucraini abbandonano il tavolo: non si tratta più, guerra fino alla vittoria. Kiev, nella prima controffensiva, recupera territori e fa saltare i gasdotti NordStream. Putin vede che non c’è più spazio per trattare, annette le 4 regioni russofone e triplica le truppe.
Zelensky vieta per decreto i negoziati e annuncia la controffensiva del 2023 per riprendersi tutto. Ma si schianta contro la linea Surovikin, perdendo più territori di quanti ne recupera. 6.8.23: Kiev occupa mille kmq nella regione russa di Kursk. I russi la liberano e dal 2024 non fanno che avanzare. La guerra ri-cambia: gli ucraini colpiscono in profondità la Russia coi missili Nato; Putin occupa zone cuscinetto al confine per ridurne la gittata. 14.8.25: Trump in Alaska riapre il dialogo con Putin, che offre di fermarsi se Kiev gli cede il 15% di Donetsk mancante in cambio di altri territori occupati altrove. Kiev e Ue respingono il piano. Ora i russi si prendono pure quel fazzoletto di terra con le ultime roccaforti ucraine. Fanno ciò che avrebbe già fatto chiunque in una “guerra” vera: distruggono i ponti per tagliare i rifornimenti al nemico e i porti per bloccargli l’export. E puntano Odessa (Putin parla di “Novorossia”): un altro bluff per negoziare o il prossimo boccone? Anziché domandarselo, i geni dell’Ue sono ancora fermi al 2022: “aggressore e aggredito”. Sempre gli ultimi a sapere le cose, come i cornuti.
giovedì 6 agosto 2026
Ciao Maestrone!
Maestrone, ora che sei partito è il tempo dei ringraziamenti per come ci hai accompagnato nella vita con la tua poesia musicata. Ci hai spronato ad essere vivi, a lasciar perdere i sentimenti da ricchi, anche quando si lascia la “porta verde”, a portare addosso sempre un eskimo, a guardare fisso la fiaccola dell’anarchia; ci hai trasportato sulle ali della Musa, col vino sempre compagno di strada, sfanculando i miti odierni, cercando refrigerio nella lettura, la saldezza nei buoni ragionamenti, la beltà nella poesia. Anni fa per diletto confrontavo i tuoi testi con quelli dei vari Sanremo e il confronto era schoccante!
Ora sei libero di volare alto, perché il tempo scorre e qui sotto, al solito, fu da te spiegato magnificamente.
Ciao Maestrone, ti sia lieve la terra!
Lettera di Francesco Guccini
In giardino il ciliegio è fiorito agli scoppi del nuovo sole,
il quartiere si è presto riempito di neve di pioppi e di parole.
All' una in punto si sente il suono acciottolante che fanno i piatti,
le TV son un rombo di tuono per l' indifferenza scostante dei gatti;
come vedi tutto è normale in questa inutile sarabanda,
ma nell' intreccio di vita uguale soffia il libeccio di una domanda,
punge il rovaio d' un dubbio eterno, un formicaio di cose andate,
di chi aspetta sempre l' inverno per desiderare una nuova estate...
Son tornate a sbocciare le strade, ideali ricami del mondo,
ci girano tronfie la figlia e la madre nel viso uguali e nel culo tondo,
in testa identiche, senza storia, sfidando tutto, senza confini,
frantumano un attimo quella boria grida di rondini e ragazzini;
come vedi tutto è consueto in questo ingorgo di vita e morte,
ma mi rattristo, io sono lieto di questa pista di voglia e sorte,
di questa rete troppo smagliata, di queste mete lì da sognare,
di questa sete mai appagata, di chi starnazza e non vuol volare...
Appassiscono piano le rose, spuntano a grappi i frutti del melo,
le nuvole in alto van silenziose negli strappi cobalto del cielo.
Io sdraiato sull' erba verde fantastico piano sul mio passato,
ma l' età all' improvviso disperde quel che credevo e non sono stato;
come senti tutto va liscio in questo mondo senza patemi,
in questa vista presa di striscio, di svolgimento corretto ai temi,
dei miei entusiasmi durati poco, dei tanti chiasmi filosofanti,
di storie tragiche nate per gioco, troppo vicine o troppo distanti...
Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti,
l' arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?
Come vedi tutto è usuale, solo che il tempo stringe la borsa
e c'è il sospetto che sia triviale l' affanno e l' ansimo dopo una corsa,
l' ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita,
il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa...che chiami...vita...


