sabato 11 luglio 2026

La vitola

 

I casi della vitola 


di Marco Travaglio 

Prima di commentare il “caso Ranucci-Lavitola” abbiamo atteso di capirci qualcosa. Ma più passano i giorni e meno si capisce. Intanto si è già perso di vista il focus: chi ha piazzato la bomba sotto casa Ranucci il 16 ottobre 2025 e perché. Dal polverone politico-mediatico, si direbbe che non si volesse eliminarlo fisicamente, ma sputtanarlo, minando la credibilità sua e di Report. Che ha sempre dato noia a tutti (politici, apparati, affaristi) e quasi tutti han provato a silenziarlo (dalle destre al Pd ai renziani). Missione compiuta: il movente (o uno dei) è già chiaro ancor prima di scoprire il vero mandante. Infatti la Rai sospende le repliche di Report. Poi certo, Sigfrido ci ha messo del suo diventando amicone del faccendiere pregiudicato, uomo di mano di B. in alcune delle sue imprese più losche: dall’acquisto di senatori al dossier anti-Fini sulla casa a Montecarlo. Ma i giornalisti non sono politici, tenuti a doveri di trasparenza, disciplina e onore. E neppure dame della carità: per procacciarsi notizie devono calarsi pure nei bassifondi. Il rapporto con le fonti è vischioso e rischioso: l’importante è non perderne il controllo, non rendersene ricattabili e non diventarne strumenti per tradire la verità. Solo questo deve interessare al pubblico e alla Rai: Report ha diffuso notizie false o taciuto notizie vere per compiacere Lavitola? Per ora non risulta. Lavitola preparava sondaggi farlocchi (con l’aiuto di note firme del Corriere e di Rep, che gli davano incredibilmente retta) per testare Ranucci come leader del centrosinistra anche se l’interessato non era interessato? Questo può rientrare nella mitomania di “Valterino”, o nella sua ansia di accreditarsi con chissà chi, o nell’Operazione Discredito (la sola voce di una candidatura di Ranucci avrebbe squalificato il lavoro di Report passate, presenti, future e offerto alla Rai un ottimo pretesto per silurarlo nell’anno elettorale).

Ora il bello è che a chiedere la testa di Ranucci “amico del pregiudicato Lavitola” sono partiti e “giornalisti” di destra che hanno passato la vita alle dipendenze o al seguito di pregiudicati. Ferrara e Sallusti moraleggiano sulle frequentazioni di Ranucci dopo aver servito, riverito e/o santificato il fior fiore del pregiudicati d’Italia (che però infestavano le istituzioni, non un’osteria): Silvio B., Paolo B., Craxi, Previti, Dell’Utri, Cosentino, Contrada, Verdini, Formigoni, Cuffaro, giù giù fino alla Minetti. Per non farsi mancare nulla, Ferrara era pure una spia della Cia. Sedici anni fa la stampa di destra si abbeverava alla purissima fonte di Lavitola per killerare Fini per conto di B.. E ora chiede a Ranucci di “ritirarsi” o alla Rai di cacciarlo perché è amico del pregiudicato sbagliato. O di quello giusto nel momento sbagliato.

venerdì 10 luglio 2026

Primo ascolto


 

Ad un primo ascolto sorgono quesiti: avranno voluto dire “noi siam noi e voi non siete un…” oppure han cercato di adeguarsi alla mentalità di questo tempo musicale infausto? Perché se è vero che al tempo di Emotional Rescue si gridò allo scandalo per la disco dance profusa, e rivelatasi successivamente uno dei più bei pezzi della categoria, oggi, e lo dico oggi, Mr Charm avrei evitato di proporlo. Altri brani scorrono senza, al momento lasciare segni in sinapsi. Vien da pensare che i pezzi anticipati siano stati immessi quasi a dire “sappiamo fare rock ma dobbiamo aprirci ad altro”. Molto bello il classico di Keith e soprattutto Beatiful Delilah ci pone davanti al mistero degli Stones, sempre sull’onda, sempre a surfare. Al momento quindi un buon album che difficilmente credo entrerà nella Hall.

Natangelo

 




L'Amaca

 


Il comfort della menzogna

di Michele Serra


Leggendo sullo schermo della tivù di Stato «il servizio pubblico non dovrebbe mentire. Ci scusiamo per averlo fatto così a lungo», che cosa avrà pensato un sostenitore di Orbán? Che quel messaggio, così esplicito, così insolito, dipende dall'effettiva restituzione della tivù pubblica ungherese alle sue funzioni, e dunque dalla fine della menzogna come arma di propaganda? O piuttosto avrà pensato: ecco, i nostri nemici hanno preso il potere e vogliono farci tacere, cominciando a mentire a loro favore?

Temo che sia più probabile la seconda ipotesi. L'idea che le notizie gradite siano quelle vere, le notizie sgradite siano false, ha fatto molta strada. Anche grazie alla selezione algoritmica dei consumi, ognuno di noi (compreso chi scrive) viene raggiunto soprattutto dalle notizie e dai commenti che gli sono omologhi. È la famosa bolla informativa, che ha una sostanziale funzione difensiva. L'urto che quella scritta può produrre su un elettore di Orbán è insostenibile, perché gli dice: il tuo capo era un mentitore, e ha costretto questa emittente a mentire. E ben pochi sono disposti ad ammettere che con il loro voto hanno consegnato il Paese a un demagogo bugiardo.

Come se ne esce? La via è una sola. Provare tenacemente a credere che può esistere, anzi deve esistere un racconto del mondo che sia, almeno in parte, condiviso. Accettato da tutti. Una televisione, appunto, «pubblica» non ha altra giustificazione né altra funzione: se non lo fa, è come un coltello che non taglia o una ruota che non gira.

Non mentire, dunque raccontare le cose come stanno, è una strada faticosa. Direi controvento. Ma se la tivù ungherese dovesse riuscire a restituire una qualche oggettività al suo lavoro di informazione, forse alla lunga anche qualche elettore di Orbán penserà: mah, non è poi così male, questa idea che la realtà sia una sola, uguale per tutti.

Punti di vista

 

Un’Europa sana dovrebbe ricucire con Russia e Iran 


di Elena Basile 

Credo sia essenziale oggi distinguere tra la teatralità della politica contingente e le tendenze di fondo che guidano le relazioni internazionali. Purtroppo la stampa occidentale, che risponde a quattro agenzie e alle veline dell’intelligence ed è un aggregato di potere dominato dalle lobby oligarchiche, ama soffermarsi sullo spettacolo in corso i cui attori sono chiamati per nome – Giorgia, Bibi, Donald – quasi fossero gli amici che vediamo a cena e di cui sappiamo tutto, anche l’ultimo lifting. Purtroppo la realtà, come accade nel mondo orwelliano, è l’opposto di quel che appare. La politica ha perso la sua autonomia in Occidente e gli esecutori materiali, i leader marionetta del “blob” statunitense, sono a distanza siderale dai bisogni delle classi lavoratrici, anche di quel ceto medio, dei proprietari di risparmio, senza il cui voto non potrebbero occupare le loro comode poltrone.

Sono lontani dai beni comuni che lo Stato dovrebbe proteggere (dalla sanità all’istruzione, dall’ambiente ai trasporti, dalla ricerca scientifica alla pace) e servono interessi privati, dei potentati che hanno permesso loro di occupare quei ruoli. La fine dei corpi intermedi, dei partiti radicati sul territorio, ha facilitato il nascere della realtà inventata dai media, una sorta di Truman Show nel quale siamo intrappolati. Se abbandoniamo il flirt Donald-Giorgia e leggiamo i documenti dei vertici europei e Nato, scopriamo che dietro l’invenzione del nemico Russia, o Islam, c’è il keynesismo militare, l’esigenza di massicci interventi statali a favore di un’accumulazione capitalistica inceppata che, se lasciata al suo naturale sviluppo, si trasferirebbe in Asia. La garanzia principale affinché nessuna coalizione di volenterosi europei rimpiazzi la Nato è costituita proprio dal riarmo tedesco. Vi immaginate che ne sarebbe dell’Europa se gli americani ci abbandonassero e dovessimo competere, nell’Europa delle patrie, con la Germania unificata, quarto Stato più armato del mondo mentre la Polonia già si vanta di avere il più efficace esercito? Qualcuno dovrebbe avvertire i think tank nostrani e la classe politico-diplomatica che in articoli ilari descrivono il prossimo ritiro statunitense. La difesa europea sarà possibile nell’ambito di una nuova Europa federale, unione politica, monetaria, fiscale, democratica e sociale che individui il proprio interesse comune e ritorni alla politica a favore dei beni comuni. Per ora abbiamo soltanto una Nato europea che difende interessi neoconservatori statunitensi, rafforza la difesa americana e si accolla il conflitto con la Russia, senza l’autorizzazione dei popoli europei.

La Turchia è in auge (ma Erdogan non era un dittatore? Draghi dixit) perché ha un ruolo strategico irrinunciabile nel contenimento della Russia attraverso il Caucaso e come Stato sunnita rivale dell’Iran. In Medio Oriente Hamas come l’Iran hanno impartito una dura lezione alla coalizione israelo-americana. Hamas, nonostante Gaza sia rasa al suolo (l’evidenza è negata da chi dopo ogni attacco russo con venti morti, per carità sono anche quelli atroci, chiama il presidente della Federazione “criminale di guerra”), esiste e deve concedere o meno il proprio disarmo. L’Iran col Memorandum d’intesa ha potuto esibire al mondo la capitolazione israelo-americana. Il Board of peace ha limitato la tragedia palestinese (già solo mille palestinesi uccisi dopo la sua creazione), ma ha lasciato immutati i nodi: Israele (protetto da una potentissima lobby internazionale e, ironia della storia, dai fascisti come da liberali, socialisti e intellettuali molto preoccupati dallo stigma di Stato genocida che potrebbe macchiare il popolo ebraico, come se l’Olocausto non fosse stato riconosciuto dai tedeschi come colpa storica) rinuncerà al progetto di Grande Israele e alla colonizzazione e pulizia etnica del popolo palestinese? L’Iran ha resistito alla potenza maggiore del mondo, ma il dominio imperialista del Medio Oriente attraverso la criminalizzazione degli sciiti è stato veramente riposto nel cassetto? Lecito dubitarne. Gli attacchi statunitensi sono ripresi e l’obiettivo della lobby di Israele, l’annientamento dell’Iran, è vivo tanto che Trump sculaccia la Meloni e gli europei che non si sono uniti nella guerra.

Una sana leadership europea potrebbe lavorare a una mediazione con la Russia che salvi il salvabile dell’Ucraina, ristabilisca la cooperazione energetica col grande vicino, base della possibile autonomia da Washington. Nel Mediterraneo dovrebbe sanzionare Israele, puntando sulla riunificazione della leadership palestinese che preveda il disarmo di Hamas, permettendo magari il rilascio di un leader federatore come, Barghouti, prigioniero e torturato. Solo una conferenza internazionale con sunniti e sciiti, con Usa, Russia e Cina potrebbe stabilizzare una regione tormentata nella quale gli interessi alla sicurezza di Tel Aviv siano protetti nel quadro onusiano e non siano più alibi per la sopraffazione.

No armi!

 

L’ultima piazza 


di Marco Travaglio 

Si spera che la prima “piazza unitaria” della cosiddetta coalizione progressista a Napoli, fra spazi vuoti e strilli di Potere al Popolo, sia anche l’ultima. Vedere i leader “insieme” è un’ossessione dei commentatori da talk più saccenti e annoiati, ma non frega nulla alle persone normali ansiose di liberarsi dell’Armata Brancameloni. Anzi, le irrita. Da vent’anni lo spartiacque non è più l’asse destra/sinistra, ma la postura nei confronti dell’establishment nazionale e internazionale: élite/popolo. L’antica distinzione ideologica è stata annullata dal tradimento del centrosinistra mondiale appecoronato alle élite su politiche antisociali e dal camuffamento della destra globale, che parla la lingua dei poveri e ne prende i voti per poi fare gli interessi dei ricchi. Oggi il discrimine è il riarmo: si investe sulle guerre, che devono moltiplicarsi e durare il più possibile per giustificarlo. E su questo la presunta coalizione progressista, come quella di destra, è spaccata: 5Stelle e Avs contro; Pd, Iv e altre frattaglie centriste pro. Non c’è mediazione possibile. Pd e centrini, come FdI e FI, sono per armare e finanziare Kiev perché combatta fino all’ultimo ucraino, a prescindere dagli ultimi rovesci sul campo in quel poco che resta del Donbass; M5S, Avs, Lega e Vannacci, per ragioni molto diverse, sono contrari.

La guerra in Ucraina prima o poi finirà, forse in tempo per le elezioni del 2027, per esaurimento del fronte. Ma non finirà il piano di riarmo Ue da 800 miliardi a debito entro il 2030 (i famigerati prestiti agevolati Safe), votato dal grosso delle destre e da Pd&centro; ma contrastato sempre da M5S e Avs (che in Europa siedono nel gruppo Left), ogni tanto dalla Lega e ora forse pure da Fn. Il Pd i fondi Safe per comprare più armi vuole prenderli, anzi rimprovera la Meloni di non averli ancora presi, scavalcando in bellicismo persino il governo. Conte, Bonelli e Fratoianni non li vogliono, anzi annunciano che stracceranno la cambiale di 19 miliardi di spesa militare in più che Crosetto ha gentilmente stanziato per i prossimi due anni: cioè per quando, sperabilmente, non sarà più ministro. Ma se il premier sarà la Schlein e alla Difesa andrà uno qualunque del Pd (su questo Guerini, Fassino, Quartapelle e lo schleiniano Taruffi la pensano allo stesso modo), non cambierà nulla. Se invece il premier sarà Conte e alla Difesa andrà un nemico del riarmo, cambierà almeno qualcosa. Se non si scioglie questo nodo, “il” nodo, è inutile farsi i selfie in trattoria o i comizi “unitari” parlando d’altro o spargendo retorica “mai più divisi”: le foto puzzano di fasullo almeno quanto le parole. Chi è contro il riarmo chieda voti contro il riarmo, chi è pro chieda voti pro. Poi, dopo le elezioni, faranno i conti.

giovedì 9 luglio 2026

Miglioramento

 


Beh ad essere onesti un miglioramento c’è stato: prima avevano i bagni separati, i posti sui bus dove si dovevano sedere. Ora dai, una multa da 200 euro inflitta dai solerti vigili perché giocavano a carte sulle aiuole cosa volete che sia? Non dimentichiamoci che la nostra città è all’avanguardia: miglio blu, paesi galleggianti per i suffumigi, e fiere di armi mascherate da convegni sul mare. Direi che tutto funziona alla grande.