Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 4 giugno 2026
Parla parla!
Per quasi vent'anni sono stato presente alle 20 al suo TG, perché allora lo ritenevo un giornalista.
Poi una sera, quasi impercettibilmente, dichiarò che a Gaza era in corso una guerra, sì una guerra, ovvero due eserciti che si scontrano. Una boiata stellare, visto che il popolo di Gaza era ed è alla fame, denutrito, costretto a vivere tra le macerie, mentre dall'altra parte schiera un esercito tra i migliori, per così dire, del globo.
Gli è andata sempre di traverso la parola genocidio. E allora come la definiamo? Aggressione, ecatombe, arrembaggio — no, quello il Boia lo fa con la Flotilla — sopraffazione?
Da allora lo evito, lo ignoro, cambio canale quando appare in video.
E oggi attacca la filosofia di La7, sostenendo che un elettore di centrodestra non si senta a suo agio guardando i terribili programmi sinistrorsi che, a suo dire, costellerebbero quella tv.
Si dimentica quindi che l'attuale centrodestra — ciao core! — possiede, proprio possiede, le tre reti del Biscione, che tra l'altro gestisce pure il partito di proprietà attraverso un bislacco Cameriere, e Rai 1 e Rai 2.
Come si dovrebbe sentire un elettore di centrosinistra ascoltando il TG1, il TG2, il TG4, il TG5, Studio Aperto?
Perché non discute di questo il signore in foto, lui che per parecchi lustri fu stipendiato dal grande architetto dell'Era del Puttanesimo?
Tempo sprecato: se a Gaza continua a credere che vi sia una guerra in atto, e non una barbarie, non si accorgerà neppure di quanto l'informazione sia in questo paese nefasta, ondivaga e volgarmente di parte.
L'Amaca
Le forbici del tempo
di Michele Serra
Wim Wenders è un uomo intelligente e dunque non ha liquidato con un'alzata di spalle il malessere di Nastassja Kinski, che non ama rivedere se stessa tredicenne in una scena di nudo di tanti anni fa. Correva l'anno 1974, e lo spirito dei tempi — ricorda lo stesso Wenders — era molto diverso da quello odierno.
Ma appunto perché è un uomo intelligente, il regista tedesco rilancia: io sono disposto a ritirare quel film e mi scuso, mezzo secolo dopo, con Kinski; ma se si deve ridiscutere il cinema del Novecento (per esteso, l'arte del Novecento) alla luce della sensibilità attuale, allora stabiliamo dei criteri. Apriamo il dibattito. Che è un modo molto efficace per dire: armiamoci pure di forbici e di bianchetto per tagliare e sbianchettare. Ma alla fine chi decide, e con quali regole? Chi impugna quelle forbici, chi adopera quel bianchetto? Basta dire «mi sento parte lesa» per dirimere la questione?
Come misurare il disagio, si immagina non infrequente, di attrici, e magari anche attori, che il copione ha costretto a parti sgradevoli da interpretare, e non solo le scene di sesso? Il bambino di Ladri di biciclette, che Vittorio De Sica riuscì a far piangere accusandolo di avere rubato, oppure i suoi eredi, hanno il diritto oppure no di chiedere la cancellazione di quella scena di un capolavoro, estorta con dolo a un bambino? Oppure esiste una prescrizione, fondata non solamente sulla quantità del tempo passato, ma anche sulla sua qualità, nel senso che cambiano le sensibilità, la morale, il calibro dei giudizi?
L'alzata di spalle, come già detto, non è un metodo intelligente di porsi la questione. Ma la cancel culture è così carica di misfatti che non può essere lasciata libera di decidere. Dei due errori (il lasciar perdere, l'accanimento moralista) personalmente temo di più il secondo.
Fobie
Gli editorialisti inquieti per la patrimoniale-tabù
È stata pronunciata la parola-tabù. Altro che bomba atomica, blocco del petrolio, droni killer. Elly Schlein, ospite ad Accordi e Disaccordi, ha detto di essere favorevole a una tassa europea sui grandi patrimoni, detta anche patrimoniale. Bum! Non bastava quel terrorista di Landini, che ha proposto di far pagare l’1,3% a chi ha una rendita superiore ai 2 milioni di euro (500mila persone, l’1% della popolazione), il che frutterebbe allo Stato 26 miliardi l’anno. Tu guarda se si spaventa la gente così.
Stefano Folli su Repubblica lancia un grido: “Come ha commentato Matteo Renzi (che per Folli è un riferimento autorevole, ndr), inutile fare dell’autolesionismo e regalare alla destra qualche altro argomento per spaventare i ceti medi. Ma perché i ceti medi?”. Già, perché? “Il preannuncio… riguarda… l’uno o il due per cento della popolazione, titolare di vasti patrimoni, a cui si chiederebbe un sacrificio per aiutare la parte più debole del popolo italiano”. Ma allora tutto bene, no? No. “Qui si comincia a navigare nella nebbia. Perché un’altra versione dell’imposta fa riferimento a patrimoni tassabili non inferiori ai 5 milioni di euro. Gente benestante, certo, ma non più solo super-miliardari”. Vero: chi non ha 3 o 4 case da un milione di euro ciascuna che farebbero scattare ingiustamente la quota patrimoniale? “Come si calcolano le ricchezze individuali per arrivare, poniamo, ai cinque milioni?”. Sono problemi davanti ai quali non ci vorremmo mai trovare. La conclusione è drastica: “Sentir parlare di patrimoniale suscita inquietudine diffusa”.
“L’inquietudine diffusa” è in realtà quella dei commentatori dell’establishment, dove si accetta placidamente che ci sia chi fa gli interessi dei milionari (al governo e all’opposizione), ma si rabbrividisce di orrore se ogni tanto qualcuno dice di voler fare gli interessi dei cittadini comuni, se non proprio, absit iniuria verbis, dei poveri. Così fu per il Rdc, “voto di scambio” (Renzi) e “metadone” (Meloni) col consenso dei media padronali.
Sul Corriere, De Bortoli scrive l’editoriale “Tutti i pericoli di una patrimoniale” (che evidentemente non si esauriscono nel fatto che gli ultra-ricchi pagherebbero un po’ più di adesso): “Insistere sull’idea di una patrimoniale è il modo migliore per perdere le elezioni”. “La ragione principale”, dice, “è che i grandi capitali, quelli che si vorrebbero colpire, se ne vanno all’istante”; ma proprio per questo sia Schlein che Conte parlano di una tassa “a livello europeo”, di modo che chi scappa in Lussemburgo troverebbe ad attenderlo la stessa tassa che pagherebbe qui. Altri pericoli? Che i detentori di patrimoni “più piccoli, anche se non toccati dall’eventuale provvedimento, si sentirebbero subito minacciati”. Vabbè: in quel caso basta che si rechino in qualsiasi Caf d’Italia per essere rassicurati dall’impiegato, calcolatrice alla mano; altrimenti ci sono sempre le benzodiazepine, che purtroppo non sono mutuabili e sarebbero a carico del detentore di piccolo patrimonio, pazienza.
Il Foglio arruola Cottarelli (“Idea inutile e dannosa, i dem andrebbero oltre Mamdani”: non sia mai) e irride “la linea del M5S di Conte, che invece la patrimoniale la vuole ‘a livello globale o quantomeno europeo’, se proprio non si può imporre a livello intergalattico”. L’idea di una patrimoniale globale è di Inácio Lula, presidente del Brasile: un’imposta annuale del 2% sui patrimoni dei 3.000 super-miliardari del pianeta; poveracci: colpiti da una misura sadica solo per sfamare 673 milioni di persone colpite da fame cronica (Report Sofi dell’Onu). In Spagna, dove il Pil è cresciuto del 3,2% nel ’24 e del 2,9% nel ’25, e dove si prevede per il ‘26 il +2% (da noi il +0,5%), esiste dal 2023 un’aliquota progressiva dall’1,7% su patrimoni netti da 3 milioni e del 3,5% oltre i 10 milioni. Il problema dell’Italia, peraltro, non è la fuga dei ricconi, ma di disoccupati e precari ultra-scolarizzati. Il Financial Times ha rivelato che Milano attrae i super-ricchi mentre espelle il ceto medio. Il motivo? La flat tax, che tanto piace ai liberisti di destra e asserita sinistra, quindi a Salvini, a Meloni e naturalmente all’accoppiata perdente Calenda-Renzi, il quale ultimo introdusse per i ricconi trasferitisi in Italia una tassa fissa di 100mila euro, diventati 200mila con l’attuale governo di finta destra sociale (per Meloni le tasse sono “pizzo di Stato”; la patrimoniale sarebbe una strage). Si tenga conto che un operaio o un dipendente pubblico pagano in tasse più di un terzo del salario tra trattenute e imposte. Il movimento Tax the rich chiede alla Commissione di adottare la misura elaborata dagli economisti Saez, Zucman e Landais, che prevede aliquote dell’1% tra 2 e 8 milioni, del 2% per chi possiede da 8 milioni a 1 miliardo e del 3% oltre 1 miliardo di euro. La maggior parte di noi può stare tranquilla; forse anche gli editorialisti italiani.



