mercoledì 25 febbraio 2026

Sfottò time!

 


Natangelo

 



Frame

 



L'Amaca

 


Senza regole non esiste ordine

di Michele Serra

Forse perché non sono affiliato a cosche mafiose, non rapino banche, non importo stupefacenti, ovviamente anche io sto con la Polizia (e con i Carabinieri, la Guardia di Finanza, la Polizia Ferroviaria, la Guardia Forestale, la Guardia Costiera, eccetera). E credo che nessuno si consideri nemico di queste donne e uomini in divisa, eccezion fatta per i nostri fratelli che sbagliano: i criminali.

Dunque, ogni dichiarazione enfatica favorevole alle forze dell’ordine, e contraria al crimine, è prima di tutto pleonastica. Come dire “io sono favorevole alla salute”, o “sono contrario agli incidenti stradali”. È una cosa che praticamente tutti pensano. Perché dirla, allora? Perché l’apparente ovvietà, però declamata con grande enfasi polemica, lascia intendere che “altri” siano invece contro la Polizia. Che tramino per indebolirla, lordarne l’immagine, colpirla.

La banale realtà è che la questione “ordine pubblico” è, nell’opinione comune, tra le più condivise. L’ordine piace alla stragrande maggioranza della popolazione: di ogni idea politica. E il suo mantenimento viene considerato un diritto e un dovere dello Stato. Ma entro regole, leggi e limiti che sono essi stessi costituenti dell’ordine (non esiste ordine senza regole: nessuno meglio della destra politica, per storia e convincimenti, dovrebbe saperlo).

E dunque dire che le forze dell’ordine non devono usare violenza se non costrette da evidenti emergenze, né abusare della loro divisa, non solo non significa essere “contro i poliziotti”. Al contrario, significa proteggerli: soprattutto da chi specula su di loro per confondere le idee e raggranellare qualche voto.

Eroi dimenticati

 


Senza più benzina né luce Cuba vive di espedienti

“Stavolta è la fine del film”

Un benzinaio deserto per il blocco petrolifero imposto da Trump. Bambini cubani camminano verso la scuola nel centro dell’Avana. Le ore di lezione sono dimezzate per risparmiare energia.

di Silvia Blanco

All’Avana, paralizzata dal blocco petrolifero e dalle minacce di Trump, l’attesa che qualcosa cambi. «Da dentro o da fuori»

Nell’Avana dell’asfissia petrolifera imposta dagli Stati Uniti la giornata inizia con l’odore della spazzatura che brucia per strada. Sul Malecón, affacciato su un mare senza navi, passano pochissime auto e la gente cammina in silenzio. Ogni giorno, la maggior parte dei cubani esce di casa per andare a inventar – cercare ogni mezzo per sopravvivere nelle condizioni estreme che sopportano da anni – e da tre settimane, da quando il presidente americano Donald Trump ha minacciato di imporre dazi su chiunque fornisca carburante a Cuba, anche per aspettare.

Prendere un taxi all’Avana oggi è un’impresa difficile, e si fa più complicata e più costosa man mano che i tassisti esauriscono la benzina, che riescono a ottenere soltanto razionata. Lo stesso vale per gli almendròn (vecchie autovetture adibite al trasporto collettivo), le gacela (i minibus gialli del governo), i cocotaxi (mototaxi con un guscio a forma di noce di cocco), i bicitaxi (risciò a pedali con tettuccio per due passeggeri), le moto, i veicoli elettrici a tre ruote e persino le carrozze trainate da cavalli. Prendere un mezzo che permetta di andare al lavoro, tornare a casa, andare dal medico o a un appuntamento significa camminare per chilometri o unirsi ai gruppi di persone che aspettano per un tempo indeterminato.

I cubani aspettano un mezzo di trasporto e qualcosa da mangiare ogni giorno, prigionieri in un groviglio di ostacoli che gli impediscono di trovare, per esempio, del pollo a un prezzo accettabile, perché i rincari sono sconsiderati. Ma aspettano anche che si arrivi da qualche parte, che succeda qualcosa, che ci sia un cambiamento – anche uno qualsiasi – perché inizia a farsi strada l’idea che questa crisi abbia qualcosa di irreversibile. «I vecchi dicono che una cosa così a Cuba non si era mai vista», dice una ragazza di vent’anni. «Se quello che viene è anche solo il cinque per cento migliore sarà già qualcosa».

Ci sono pochissime informazioni su quanto accade. Non c’è conferma ufficiale di trattative in corso con gli Stati Uniti, e, se ci sono, nessuno sa quali condizioni stanno negoziando. E non sa, nel caso in cui il petrolio non arrivi, se Cuba dovrà affrontare una crisi umanitaria, un cambio di regime, una transizione graduale o un intervento straniero.

Molti tra coloro che lavorano nei settori che hanno subito per primi i contraccolpi di questa situazione, insolita persino per gli standard cubani, oltre a una rabbia enorme nei confronti del governo hanno una parola sulle labbra: cambiamento. Non è un’idea come un’altra in un regime che è al potere da 67 anni, e pronunciarla comporta rischi. È la ragione per cui in questo reportage non compaiono i veri nomi delle persone intervistate.

«Deve esserci un cambiamento», dice un venditore nel capannone industriale che ospita il Mercato dell’artigianato, una struttura pensata per accogliere i passeggeri delle crociere, non per avere più bancarelle che compratori come è successo questa settimana. «Sento che siamo arrivati alla fine del film: il Paese è fermo, non possiamo andare avanti così», dice un autista in affanno perché deve razionare i venti litri di benzina assegnati.

Da anni i cubani affrontano una crisi dopo l’altra. È una traiettoria in caduta costante, l’impoverimento viene normalizzato. Cuba è un posto in cui se entri in una farmacia del centro dell’Avana chiedendo dell’ibuprofene vedi gli scaffali vuoti: non c’è niente, nemmeno i cerotti, solo erbe per le tisane. Un posto in cui si fanno ore di coda per prelevare contante dagli sportelli bancari, colpiti dai blackout, dalla sfiducia e dalla carenza di banconote.

Al paesaggio della capitale in questi giorni non manca solo il traffico. I turisti sono pochissimi, e questo li rende molto più visibili, quasi esotici, in un Paese che su di loro, e sui loro dollari, ha puntato buona parte delle sue aspettative e della sua infrastruttura economica. La sensazione di incertezza e i blackout restano fuori soltanto dal grande Hotel Nacional de Cuba, cinque stelle, un imponente edificio costruito nel 1930. Sette enormi lampadari ne ornano l’atrio, aperto su un maestoso giardino con palme e vista mare, affacciato sul Malecón, nel quale passeggiano galli, galline e pavoni. All’ingresso, una coppia di americani si fa fotografare accanto a una macchina d’epoca rosa. Camerieri in divisa servono cocktail ai tavoli e ogni pomeriggio c’è un concerto dal vivo di mambo, salsa e ritmi cubani.

In questo hotel, che ha ospitato stelle di Hollywood, boss della mafia degli anni Quaranta e membri di famiglie reali, le autorità cubane stanno trasferendo all’ultimo momento i turisti che avevano prenotato in altri alberghi, chiusi per mancanza di carburante. «Non le so dire la ragione precisa, ma stanno cercando di ottimizzare le risorse: non ci sono entrate sufficienti», dice affranta la receptionist di un hotel vicino. «Il Nacional è un simbolo e sarà l’ultimo a chiudere», dice un’impiegata. Qui ci si sente come in una specie di enclave per stranieri e cubani benestanti in cui tutto va bene – o così si vuol far credere – anche se fuori il Paese è quasi paralizzato.

A cena, una cantante esegue El manisero accompagnata dal pianoforte a coda, in una sala in cui mangiano solo due coppie. In un’altra zona, Miramar, i saloni del Meliá, albergo a cinque stelle, sono deserti. Vi alloggiano a malapena gli equipaggi dei pochi aerei che atterrano quotidianamente.

In una piccola scuola i bambini cominciano ad arrivare dalle sette e mezza. María, 27 anni, ha appena lasciato la figlia a scuola e torna in fretta a casa per poi andare al lavoro in una mipyme (piccola o media impresa privata) di ristorazione: un esempio di attività che il regime consente all’iniziativa privata. «Andiamo a dormire senza corrente e ci svegliamo senza corrente», spiega. «Stamattina non ho potuto dare latte alla bambina. Qui a scuola mangiano, ma cerco di fare in modo che la sera a casa trovi almeno un ovetto».

Nella zona monumentale della città vecchia, due donne «vestite da mulatte libere dell’epoca coloniale» — con turbante, fiori e grandi ventagli — si fanno fotografare in cambio di qualche peso assieme ai pochi turisti di passaggio. Una delle opzioni per mangiare in questa zona sono i paladares (piccoli ristoranti a gestione familiare). Da uno di essi esce il profumo del soffritto. Come specialità locale il cameriere propone l’aragosta alla griglia a diciotto euro, un terzo del salario medio mensile dei cubani. Le aragoste sono a chilometro zero: non più distanti di quanto il carburante consenta alla barca dei pescatori. Nel corso dell’ora che dura il pranzo non entra nessun altro cliente. In sala ci sono solo un cameriere e un musicista. Alla fine nasce una conversazione sulla necessità di un cambiamento. Il modello è la Cina: «Il popolo vuole stare tranquillo, non vuole lotte, guerre o invasioni. Vuole che si negozi e che ci sia prosperità, vuole essere pagato e non ingannato», dice il musicista.

La sensazione che dopo questa asfissia energetica qualcosa si trasformerà porta alcuni a pensare che qualsiasi cosa sarebbe meglio di un governo che la maggioranza percepisce come eterno, corrotto, incompetente e aggrappato al potere a spese dell’impoverimento e della sofferenza della popolazione. Per i meno pessimisti, le opzioni includono un’ancora di salvezza improbabile come Donald Trump. «Speriamo che vengano gli americani e facciano qualcosa, non so a vantaggio di chi né cosa. Ma che avvenga subito, che si portino via tutti i Castro, come hanno fatto con Maduro», dice un operaio edile di ventotto anni emigrato all’Avana da una zona rurale vicina a Santiago de Cuba, dove «non c’è niente».

Roberto è nato un anno prima della Rivoluzione. Ha 68 anni e da sette ore fa la fila in due banche diverse, per ritirare la pensione e prelevare contante. «Vivo alla giornata, non ho nessuna aspettativa», dice seduto all’ombra di un albero. La sua generazione e quelle precedenti rappresentano il 25 per cento della popolazione cubana, che conta circa 8,5 milioni di abitanti. «Difendo le origini della Rivoluzione, ma non si è evoluta: stiamo andando indietro», riflette, denunciando al tempo stesso la repressione del regime. Ricorda gli anni Ottanta come «un bel periodo, c’era equilibrio sociale, si viveva bene. Non c’era tutto, non si poteva viaggiare… ma insomma. È una situazione grave, sì, ma cerchiamo sempre alternative. Non si può perdere la dolcezza, il sorriso… è quello che ci sostiene, e non è rassegnazione, è spirito di adattamento», dice.

Crede che la gente voglia un cambiamento che viene dall’interno perché «nessuno ha il diritto di imporci qualcosa», dice a proposito di Trump. Ma pensa che la pressione che sta esercitando su Cuba «può portare a un cambiamento, ma non deve essere brusco, perché sarebbe pericoloso». E intanto aspetta.

(Traduzione di Alessandra Neve)

Dimenticavo

 

Rogoredo, la “botta di culo” diventa uno spot per il No 


di Daniela Ranieri 

Insomma: temevamo azioni violente da parte degli sparatori dell’Ice, la milizia di esaltati armati da Trump, soggiornanti tra Milano e Cortina al seguito delle squadre statunitensi in gara alle Olimpiadi, e invece a sparare alla tempia a un pusher 28enne disarmato in un boschetto di Rogoredo, come ha scoperto un pm facendo ciò che secondo le voci più autorevoli del governo era del tutto inutile fare, cioè indagare, è stato un nostro tutore dell’ordine. Un figlio del popolo, stando alla ormai abusata definizione di quel povero Pasolini la cui salma viene riesumata dalla destra ogni volta che c’è da difendere a prescindere un poliziotto, vuoi quando manganella studenti che manifestano per la Palestina, vuoi quando abbatte a sangue freddo un extracomunitario. La realtà non poteva inventare uno spot più efficace a favore del No al referendum e a sfavore delle altre riforme repressive in cantiere: per fortuna le forze dell’ordine ancora non hanno nessuno scudo penale, per fortuna i pm ancora non danno retta al governo su chi e come indagare (Meloni, Salvini e l’avvocato Bignami avevano già chiuso il caso prima che il cadavere fosse chiuso nel sacco dell’obitorio), per fortuna la messinscena della finta pistola-giocattolo accanto al corpo esanime del giovane è stata smentita dai colleghi del killer, quando ormai mentire per difendere un violento, uno che a quanto risulta chiedeva il pizzo agli spacciatori e veniva chiamato “Thor” perché girava con un martello, sarebbe stato oltremodo stupido e autolesionista. Cioè, i 4 poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso sono stati più saggi dei nostri governanti, che non hanno esitato a “metterci la faccia” pur di cavalcare quella che deve essergli sembrata una gran botta di culo: uno straniero di pelle scura che spaccia e punta la pistola contro un poliziotto, il quale si difende e viene pure indagato dai pm zecche rosse e anti-governative.

Ora Giorgia, la figlia del popolo, si duole molto perché “se quanto ipotizzato trovasse conferma nel seguito delle indagini” (perché può sempre darsi che le indagini parallele di un Galeazzo Bignami rivelino che il pusher aveva una bomba a mano nel marsupio), ci ritroveremmo davanti a un fatto gravissimo, un tradimento nei confronti della Nazione, della dignità e onorabilità delle nostre forze dell’ordine”, parole altisonanti e robustamente fasce che non lasciano spazio a un briciolo di rincrescimento per la vita di 28enne giustiziato fra le sterpaglie. Viene da chiederle: scusa Giorgia, ma il morto? Una parola per la famiglia? Niente: Meloni – che giorni fa è andata al capezzale di un poliziotto colpito alla manifestazione di Torino a tenergli la mano perché orrendamente sfigurato da un collarino – prova “profonda rabbia all’idea che l’operato di chi tradisce la divisa possa sporcare il lavoro di tantissimi uomini e donne che ogni giorno ci proteggono e difendono la nostra sicurezza, con abnegazione sacrificio e senso delle Istituzioni”, quello che non hanno avuto lei i suoi colleghi di governo commentando a caldo un fatto di cronaca nera per trasformarlo in un fatto politico a loro favore. E il morto ammazzato in fondo era un migrante, cioè niente; anzi, è ora di far finire la pacchia per questi immigrati che vengono a farsi sparare dai nostri poliziotti.

Come tutti i politici con un talento per la cialtroneria, adesso Salvini chiede per l’agente il doppio della pena (dallo scudo penale alla legge marziale), sempre perché ha leso l’onore, la dignità, la divisa e le altre figure astratte del codice autoritario-machista, mica perché non si sopprimono gli immigrati per strada. Basterebbe applicare le leggi e la Costituzione, ciò che infatti costoro vogliono impedire alla Magistratura di fare.


Triste anniversario

 

Dopo 4 anni di guerra la stessa propaganda


di Elena Basile 

Il 24 febbraio 2026, la data ricorda, a coloro in grado di restare persone morali, le vittime di quattro anni di guerra insensata. Eppure non cambia nulla. I tifosi della squadra ucraina contro quella russa non sembrano essere sazi di sangue. La retorica militarista trionfa. Analisti sobri e preteschi, giovani donne, con visi gentili, mamme cristiane, che dirigono centri di ricerca in grado di strombazzare il verbo dei dem statunitensi, ritornano alla carica. La Russia imperiale si è svegliata un giorno e ha deciso di marciare contro l’Ucraina, paese vicino, debole, aggredito e difeso dalle democrazie occidentali. Lo scopo del dittatore Putin sarebbe la riconquista dei territori del vecchio impero. I baltici quindi? La Polonia e i Paesi dell’Est? Costoro che pur si definiscono esperti di politica internazionale conoscono i parametri oggettivi di un’espansione imperiale? Perché di fronte a questa manipolazione delle coscienze la generazione Z scesa in piazza contro il genocidio non insorge? Come abbiamo ripetuto fino alla nausea, Mosca ha un Pil non consono a un’avventura espansionistica, ha un tasso demografico discendente, immensa superficie e ingenti materie prime, risorse minerarie, ha una potenza militare non paragonabile a quella della Nato, dovrebbe essere suicida e folle per accarezzare sogni di dominio imperialistico. Un approccio storico, un’analisi condotta sulla base di una documentazione abbondante, prova che l’utilizzo dell’Ucraina, di cui si è pompato il nazionalismo dell’ovest fino a provocare una guerra civile, è un vecchio progetto neocon statunitense, teorizzato dal grande stratega Brzezinski e riproposto dalla Rand Corporation nel 2019, osteggiato fino al 2008 dall’Europa continentale e mediterranea. La guerra di Mosca è una guerra esistenziale non contro un vicino debole ma contro una leadership, che ha svenduto gli interessi del popolo ucraino, utilizzata politicamente e militarmente dagli anglosassoni e poi dall’intera classe dirigente occidentale come piattaforma di assalto per un tentativo di regime change, tramutato in guerra a bassa intensità per indebolire la Russia.

La propaganda dopo la distruzione di un Paese, ormai fallito e nelle mani di rapaci corrotti predatori, dopo la morte di centinaia di migliaia di giovani, non si arrende. Vuole ulteriore distruzione, condanna altri giovani, osa affermare che la mediazione a marzo del 2022 sarebbe fallita sui crimini di Bucha (su cui attendiamo ancora un’inchiesta indipendente), alimenta l’odio per il paese demonizzato, la Russia, inneggia al sabotaggio della mediazione. Vampiri che si fanno chiamare filoucraini. Le domande poste da Ipazia all’inizio di questa guerra, restano valide e senza risposta: perché un’Ucraina neutrale, federale, vicina economicamente all’Ue, in grado di salvaguardare anche gli interessi economici russi nelle regioni dell’Est, non sarebbe stata un bene per il popolo ucraino ed europeo? Questa l’opzione caldeggiata dal presidente Yanukovich e dai russi, respinta da Washington. Non si può ragionare. La sottocultura menzognera domina ormai non solo nella classe dirigente europea ma persino nella borghesia progressista. L’élite di Epstein, lo stato profondo statunitense che trova nei dem Usa la sua migliore espressione, è nella sostanza complice del genocidio di Gaza ma finge di criticare Trump e Netanyahu. La Cnn e la Bbc sono più sofisticate di Fox news ma l’orizzonte geopolitico è lo stesso. Sono impegnati politici, media di destra, e del centrosinistra, a demonizzare senza prove, con menzogne vergognose l’Iran, al fine di giustificare il regime change, mentre assediano e fanno morire di fame il popolo cubano. Possibile che i moderati colti, i benpensanti di destra come di sinistra, ma soprattutto i giovani, che non avranno una pensione, sono privati dello Stato sociale e rischiano persino di andare in guerra, non si rendano conto che è la stessa classe dirigente, complice del genocidio di Gaza, a volere la libertà dei popoli iraniano, cubano, venezuelano e ucraino? Come cadere in questa manipolazione da film hollywoodiano scadente? Il soft power celebrato dalla Clinton, finanzia Ong e media, la sottocultura di massa premia soap opere, scrittori allineati, l’autoritarismo delle oligarchie stabilisce ogni giorno una linea rossa del pensiero e discrimina gli eretici, il neoliberismo toglie dignità alle classi lavoratrici, scompaiono i corpi intermedi, la rivoluzione digitale ci inchioda di fronte agli stessi slogan, allo stesso odio. Un nuovo fascismo, camaleontico e inafferrabile, si fa strada grazie ai suoi molteplici cantori. E noi osserviamo impotenti, frammentati, ciascuno nel proprio orticello, pronti a cedere, per un minimo di accettazione, alla retorica su Israele, Hamas, Iran, Russia, Cuba, Venezuela, giochiamo sulla difensiva perché la verità “ non è sempre rivoluzionaria”. Ci sentiamo bravi e più furbi e così facendo gliel’abbiamo già data vinta.