martedì 17 febbraio 2026

Sano sfottò

 



Inizia la campagna!

 



Giusto Pino!


Schlein e l’illusione della dissociazione


di Pino Corrias 

Ma quandola smetterà Elly Schlein di chiedere a Giorgia Meloni di dissociarsi dai suoi fedeli esecutori? Davvero crede che Carlo Nordio, ministro giustiziere della Giustizia, parli per sé e non a nome della sua mandante, la signora-in-capo del governo, nonché ponte dei sospiri tra la bella nazione che fu l’Italietta delle trame e i furori trumpiani della peggiore America di sempre?

Disse l’altro giorno Nordio, con ghiaccio o senza, che i magistrati navigatori di correnti si muovono in “modalità paramafiosa”, enormità che ha provato a ridimensionare attribuendo il sanguinoso giudizio a un pubblico ministero – Nino Di Matteo, palermitano – che in tutt’altro contesto e con altri intenti, disse nel 2020. Facendo intendere che la separazione delle carriere sarà l’antidoto miracoloso a quel cattivo navigare. Tacendo la prospettiva di naufragio dell’intera giustizia italiana, una volta regolati i conti con le insopportabili interferenze della magistratura.

Invece di criticare la scempiaggine del ministro, sventatamente offensiva per il ruolo istituzionale che ricopre e per i molti magistrati che in modalità assai mafiosa furono fucilati sulle strade della nostra storia, Elly invoca la solita richiesta infantile: “Giorgia dissociati!”, attribuendole una superiorità ideologica, una distanza morale, che le consentirebbe di correggere l’insulto e ripulire il latte versato. Di più: lasciando intendere che esista una Meloni migliore di quella che in quattro anni di governo ha ideato la riforma, l’ha fatta correre a testa bassa, l’ha imposta con il voto di fiducia, e oggi ne pretende la ratifica referendaria: una Meloni timida, moderata, pronta a dire: no, non era questo il senso.

Ma Nordio non è l’errore della frase. È l’esecutore della frase. Non è un lapsus del potere, ma la sua grammatica. Chiederne la dissociazione è patetico. Peggio ancora: ingenuo. Come se il potere fosse un malinteso linguistico da aggiustare. E non invece un progetto.

Senti senti!

 

Bollette, guerra di lobby per non far calare i prezzi


di Carlo Di Foggia 

Il decreto Bollette arriverà forse domani in Consiglio dei ministri, ben sei mesi dopo il suo annuncio. Un arco di tempo che però non è bastato a blindare il testo su cui ieri i leader di maggioranza hanno discusso in un vertice a Palazzo Chigi con la premier Giorgia Meloni. Il provvedimento ha infatti innescato un nuovo scontro in Confindustria con la rivolta dei produttori di energia, la premessa perfetta per una guerra di lobby che può portare a modifiche fino all’ultimo e a un percorso accidentato in Parlamento.

Premessa: l’Italia oggi ha il costo dell’energia più alto d’Europa (quello in bolletta è un po’ oltre la media). Secondo i dati annuali di Arera, l’Authority dell’energia, circa 70 euro al megawattora (una decina di euro al mese per utenza media domestica) una cinquantina per le imprese non energivore. Da tempo Confindustria chiede un provvedimento, ma si è spaccata al suo interno tra i produttori associati in “Elettricità Futura” – che beneficiano degli alti prezzi – e le imprese che l’energia la consumano. Il presidente, Emanuele Orsini, s’è schierato con le prime. Lo scontro pareva rientrato prima di Natale, ora s’è riacceso. Il motivo è che il decreto è cambiato. Le bozze confermano il bonus sociale ma dimezzandolo a 90 euro per famiglie a bassissimo reddito, più un contributo volontario dei venditori di energia rimborsato dallo Stato.

Nella vecchia versione del decreto la misura più forte prevedeva di spalmare su più anni gli oneri di sistema (oggi pagati dalle bollette) con un meccanismo finanziario che è stato accantonato per i dubbi del Tesoro (avrebbe impattato sul debito pubblico) ma che andava bene a tutti. Viene sostituito da un altro intricato meccanismo che, in estrema sintesi, permette ai produttori di elettricità da gas di risparmiare sia sulla componente “trasporto” del metano sia sulle quote Ets da pagare. L’Ets è una tassa europea sull’emissione di Co2 che impatta molto sul prezzo finale, anche fino a 30 euro al Mwh. Questi costi verrebbero scontati alle centrali elettriche e trasferiti nelle bollette. Sembra una partita di giro a carico dei consumatori, ma può avere un impatto netto sui prezzi per via di come funziona il mercato elettrico, dove la fonte più costosa utile a coprire quel che manca del consumo energetico dà il prezzo a tutte le altre, ed è quasi sempre il gas. Questo alza il prezzo di tutta l’energia, anche quella prodotta da fonti rinnovabili, meno costose e spesso sussidiate con incentivi.

La norma Ets potrebbe avere un impatto discreto sui prezzi, ma – chiarisce il decreto – serve l’ok di Bruxelles ed è molto difficile ottenerlo perché aprirebbe una breccia in cui si inserirebbero i Paesi con problemi simili, specie dell’Est Europa. Il governo da tempo chiede una revisione del meccanismo Ets, appoggiata da altri Stati, Germania in testa, ma servono tempi lunghi. Se Bruxelles boccia la norma, invece, il decreto si sgonfia brutalmente. Rimarrebbero misure con impatti limitati o incerti, tipo incentivi volontari ai produttori di rinnovabili con sussidi in scadenza per spingerli a cedere energia a prezzi calmierati (per gli altri scatterebbe un obbligo).

A differenza della cartolarizzazione degli oneri, la norma Ets fa vincitori (le imprese consumatrici) e vinti (le produttrici), da qui lo scontro. La guerra di lobby nasce però soprattutto da un altro aspetto, assai tecnico, ma dall’impatto dirompente. Il testo infatti affida all’Arera il compito di vigilare che i produttori di energia trasferiscano lo sconto sull’Ets ai prezzi appoggiandosi al regolamento Ue detto “Remit”. Lo stesso regolamento che secondo una indagine esplosiva di Arera sarebbe stato sistematicamente violato dai produttori che avrebbero manipolato i prezzi gonfiando le bollette di oltre 5 miliardi nel 2023-24. Al momento sono ipotesi, servono approfondimenti per partire con le sanzioni ai produttori, ma l’indagine è sparita dai radar dopo le proteste di Elettricità Futura. Il decreto invece ne ribadisce l’importanza, arrivando perfino a prevedere una norma che impone all’Authority di “ribadire” che il regolamento Remit va rispettato. Serve a rafforzare i controlli per il futuro, ma c’è anche chi sospetta che, proprio perché superflua, possa essere usata dai produttori per ottenere un colpo di spugna sul passato. In ballo ci sono miliardi di euro. Se ne vedranno delle belle.

Che trio!

 

Nordio, Delmastro, Bartolozzi
Il triangolo nero di via Arenula

di Francesco Bei

La “zarina” ha preso il comando del palazzo, il guardasigilli riceve ordini e il sottosegretario fa il guastafeste.


Al tempo dei Papi i romani a via Arenula ci andavano a fare il bagno, vista l’abbondanza di sabbia (la renula, appunto) portata dal fiume, e forse era meglio così. Perché da quando al ministero si è insediata la coppia Nordio-Bartolozzi — con il sottosegretario Delmastro di rinforzo — il palazzo di Piacentini è diventato la Lubjanka della giustizia, il triangolo delle Bermude dove scompaiono le speranze di un’amministrazione non faziosa degli affari penali.

Se la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi fa e disfa, accentra e scavalca, il titolare Carlo Nordio sembra il suo portavoce. Lei opera in silenzio, lui parla, lei decide, lui bullizza i magistrati ogni volta che si trova un microfono davanti. Lei si comporta come un vero “ministro ombra” e lascia volentieri il titolare a crogiolarsi nelle polemiche quotidiane, per le quali ha una vera passione.

Ci sarebbe, appunto, anche il terzo incomodo, il sottosegretario Andrea Delmastro delle Vedove, che in teoria dovrebbe giocare nella stessa squadra, ma in realtà è apprezzato dalla coppia al vertice del ministero come una spina di riccio infilata sotto il piede. Il problema è che Delmastro ha una carta che gli altri due non possono giocare: Giorgia Meloni lo considera uno dei suoi, è un camerata, uno che non viene dalla carriera giudiziaria come gli altri due. E se ne fida.

Ma nemmeno l’alta protezione delle sorelle Meloni ha potuto proteggerlo dalla sua stessa lingua. Non bastava la condanna a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio in relazione al caso dell’anarchico Alfredo Cospito. L’anno scorso Delmastro, aprendosi con un giornalista del Foglio, si era lasciato sfuggire cosa pensava veramente della riforma Nordio della giustizia. Il giudizio, come quello di Fantozzi sulla corazzata Kotiomkin, era di una brutale sincerità: «Dare ai pm un proprio Csm è un errore strategico che ci si rivolterà contro. I pm andranno a divorare i giudici. O si va a fondo, e si porta il pm sotto l’esecutivo, oppure gli si toglie il potere di impulso sulle indagini».

Apriti cielo, Bartolozzi chiamò infuriata Nordio: «Ora ti devi far sentire!». Nordio pigolò con Meloni e alla fine il povero Delmastro finì in punizione. A nulla servì smentire, perché il giornalista aveva registrato tutto. Da allora, sulla riforma e sul referendum, Delmastro si è defilato.

Lo fanno giocare con le carceri, gli fanno credere di avere la sua Ice penitenziaria, per la quale nutre una vera passione. Quando presentò un nuovo blindato per trasportare i detenuti gli scappò la frizione: «Per il sottoscritto è un’intima gioia l’idea di non lasciare respirare chi sta dietro quel vetro». A parte questa gaffe, Delmastro è ritornato nel suo, lasciando campo libero alla “zarina” e al suo ministro.

Che pacchia per Bartolozzi, senza più Delmastro tra i piedi, finalmente libera di governare a piacimento, nonostante sia ancora indagata per false informazioni al pm sulla liberazione di Almasri. I primi a subire la sua pressione sono i funzionari, tanto che l’esodo è impressionante: chiedono il trasferimento l’ex capo di gabinetto Rizzo, la direttrice dell’ispettorato generale, il capo del Dap Russo, il capo del dipartimento affari di giustizia Birritteri.

Stava per prendere il cappotto anche il capo ufficio stampa Francesco Specchia, un professionista arrivato da Libero, perché la ministra-ombra pretendeva di leggere i suoi comunicati prima che venissero inviati. Beati i dimissionari, loro almeno potevano andarsene, lo stipendio non glielo toglieva nessuno.

Chi invece non può scappare è il povero viceministro di Forza Italia Francesco Paolo Sisto, persona mite che subisce il mobbing continuo della zarina. Gliene fa di tutti i colori, ha persino diramato una circolare per non farlo parcheggiare nel cortile del ministero, ma le hanno dovuto spiegare che per ragioni di sicurezza Sisto aveva diritto a entrare con l’auto di servizio.

Bartolozzi si è subito vendicata e, per far capire chi comanda, a ottobre scorso è andata a un convegno a Capri (insieme al marito Gaetano Armao, consulente del siciliano Schifani) con una motovedetta della Guardia di finanza. Al convegno era previsto anche l’intervento di Sisto che, mollato da Bartolozzi sulla banchina di Napoli, ha dovuto aspettare l’aliscafo Snav.

Nella repubblica della burocrazia, anche gli uffici contano, misurano la potenza di chi li occupa. L’ultima della Bartolozzi è stata aumentarsi lo staff di venti persone, impiegati di alto livello sottratti all’ispettorato generale, una mossa che ha provocato imbarazzi nella sua stessa maggioranza. Adesso Nordio e la sua musa ispiratrice aspettano il referendum, convinti che nessuno riuscirà a fermarli.

L'Amaca

 

Il ministro è chi il ministro fa 

di Michele Serra 

Ci si avvia al referendum sulla riforma della magistratura in un clima pessimo (per altro: c’è qualche passaggio politico degli ultimi tempi che abbia potuto giovarsi di un clima ottimo?).

Ma perfino in un clima pessimo, funestato da parole grevi e polemiche fuori misura su entrambi i fronti, fa spicco la goffaggine e l’assurdità della richiesta del Ministero – dunque di Nordio – di conoscere l’elenco dei finanziatori del Comitato del No, per ragioni di “pubblica trasparenza” e perché si tratterebbe di una “forma di finanziamento indiretto all’Associazione Nazionale Magistrati”.

Qualcuno ha mai pensato, specularmente, che ogni finanziamento al Comitato del Sì sia una “forma di finanziamento indiretto” al governo, o al Ministero di Grazia e Giustizia, bizzarramente contrapposto, in questa fase storica, alla magistratura? Lo avesse mai pensato, ha avuto il buon gusto di non dirlo: perché dubitare dei propri pregiudizi è una forma di intelligenza, e passare per poco intelligenti non è nelle ambizioni di alcuno.

E dunque: perché il ministro Nordio si espone al sospetto di non pensare abbastanza a quello che dice, e nemmeno a quello che fa? O chiede che sia reso pubblico, insieme all’elenco dei finanziatori del “no”, anche quello dei finanziatori del “sì”, rendendo un poco più equa una palese violazione della privacy; oppure, perché non si trincera, fino al 22 marzo, non dico in una elegante neutralità (è parte in causa come latore della contestata riforma), ma almeno in una cortese cautela?

Suvvia, ministro: lei, dopotutto, è un ministro.

HIC!

 

Nordio in playback


di Marco Travaglio 

Dopo aver dato dei “paramafiosi” a Falcone (fondatore di una corrente), a Borsellino (esponente di un’altra) e agli altri 24 magistrati ammazzati dai terroristi e dai mafiosi (quasi tutti iscritti all’Anm e/o alle sue correnti), ma anche a Mattarella (presidente del Csm correntizio e dunque “paramafioso”), il cosiddetto ministro della Giustizia Carlo Nordio dice di aver citato una vecchia frase del pm Nino Di Matteo (che non parlava solo delle correnti togate, ma anche dei maneggi dei laici, cioè dei politici, che la schiforma continua a far scegliere dai partiti col sorteggio-truffa). E minaccia: “Ho altre frasi anche peggiori. Ogni giorno ne tirerò fuori una. Possiamo andare avanti fino al referendum”. Quindi, ora che per fortuna è passato da Gelli a Di Matteo, ne declamerà a puntate la requisitoria sulla trattativa Stato-mafia e chiederà di condannare Mori, De Donno, Dell’Utri&C., inopinatamente assolti in appello e in Cassazione. Chi canta in playback è perché non ha voce: chi parla in playback è perché non ha pensieri e deve farsi doppiare da altri. Oppure il neurone che gli ronza in testa si sente solo e secerne pensieri che è meglio lasciare lì dentro.

Immaginate che guaio per Nordio se, anziché Di Matteo, citasse se stesso. Lui che era così contrario a separare le carriere da fare prima il giudice di tribunale, poi il giudice istruttore, infine pm e ora vuole vietarlo agli altri. Nel 1992 e nel ’94 firmò due volte un appello con centinaia di pm dell’Anm paramafiosa “contrari alla divisione delle carriere dei magistrati requirenti e giudicanti” perché “l’indipendenza del pm dall’esecutivo e l’unicità della magistratura ha rappresentato in concreto una garanzia per l’affermazione della legalità e la tutela dell’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge” e “la possibilità di passare dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa è… un’occasione di arricchimento professionale e ha consentito al pm italiano di mantenersi radicato nella cultura della giurisdizione”, dunque “il nostro impegno potrà continuare nelle attuali funzioni solo se sarà ancora riconosciuta… al pm la funzione di effettiva difesa della legalità”. Ancora nel 2010 Carletto Mezzolitro, in un libro scritto con l’avvocato Giuliano Pisapia, In attesa di giustizia (ed. Guerini), ridicolizzò la separazione delle carriere come “un problema secondario che non merita di invelenire ulteriormente i rapporti tra Parlamento, avvocati e magistrati” perché “l’urgenza più immediata è ridare alla giustizia un minimo di efficienza… e la separazione delle carriere non ha nulla, ma proprio nulla a che vedere con il funzionamento celere e incisivo della macchina giudiziaria”. Sfido io che si fa scrivere i testi da Di Matteo. Il quale, fra l’altro, è praticamente astemio.