lunedì 2 febbraio 2026

Punto di vista

 

La sinistra consideri i violenti come le Br 

di Antonio Padellaro 

Dopo le selvagge martellate dei criminali di Torino contro l’agente Calista, Giorgia Meloni non ha perso tempo e ha rinfocolato la polemica contro le toghe, giusto a cinquanta giorni dal referendum sulla giustizia: “Mi aspetto che la magistratura valuti questi episodi per quello che sono, senza esitazioni, applicando le norme che già ci sono e consentono di rispondere in modo fermo, perché non si ripeta che alla denuncia dei responsabili non segua nulla, come purtroppo è accaduto troppe volte”. Possibile che la premier abbia capito al volo ciò che la sinistra pigolante solidarietà alle forze dell’ordine continua a non vedere, o a fare finta? Che una volta di più le cosiddette frange violente dei cortei Pro Pal o pro centri sociali, che nell’alveo della sinistra si nascondono, sono un gravissimo pericolo oltre che per i rappresentanti dello Stato in divisa per la stessa sinistra puntualmente processata per colpe che non ha, o che ha. Perché ai tempi del vecchio Pci c’era un rude servizio d’ordine addestrato militarmente che non permetteva neppure a uno spillo di infiltrarsi nelle manifestazioni. Perché ai tempi dell’inutilmente compianto Enrico Berlinguer non fu necessario l’assassinio di Guido Rossa perché il partito mobilitasse il popolo comunista contro i terroristi rossi.

Certo, il confronto tra le Br e i delinquenti di Torino farà storcere il nasino a qualcuno. Soprattutto a quelli che stentano a comprendere (o fanno finta di) che a orientare sempre più vasti settori dell’opinione pubblica non è tanto la potenza di fuoco quanto la sensazione di una piazza allo sbando, di una parte politica alla mercé di gente che massacra il prossimo a colpi di martello, e per miracolo non ci scappa il morto. Continuare a recitare la consolatoria filastrocca secondo cui i pochi a volto coperto non possono cancellare il valore un grande corteo pacifico significa non rendersi conto dello sgomento espresso dai tanti comuni cittadini intervistati dalle tv subito dopo gli scontri. Un campione ristretto ma significativo di una visione delle cose sempre di più improntata a paura e sfiducia. Quelli che la polizia li arresta e i magistrati li mettono fuori, proprio come fa intendere il coro della destra che prende a martellate il No. Ma invece di cambiare spartito e di mobilitarsi seriamente contro il nemico interno, a sinistra ci si balocca con l’affresco dell’angelo con il volto della premier. Terribile!

domenica 1 febbraio 2026

D’accordissimo



 Andrea Scanzi ci ricorda quest’intervista:


Questa intervista è del 2008. La fece Andrea Cangini, oggi parlamentare di Forza Italia, a Francesco Cossiga. Suscitò molte polemiche (e te credo). Leggetela bene.

- Presidente Cossiga, pensa che minacciando l'uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?

«Dipende, se ritiene d'essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l'Italia è uno Stato debole, e all'opposizione non c'è il granitico Pci ma l'evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».

Quali fatti dovrebbero seguire?

«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno».

Ossia?

“In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito...».

Gli universitari, invece?

«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che?

«Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Nel senso che...

«Nel senso che le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pieta e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano».

Anche i docenti?

«Soprattutto i docenti. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine si. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».

E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.

«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l'incendio».

Quale incendio?

«Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà ad insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate Rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale”.

Ecco: l’intervista era questa. Io me la ricordavo bene. E oggi chissà perché mi è tornata particolarmente in mente.

Inizia

 



Idioti!

 



M’inchino a Ricciardi!

 



Parte il neurone

 



Sale in cattedra

 

Affresco di un Paese ridicolo: Meloni come i Medici e Leone X…


di Tomaso Montanari 



Tira più un angelo (in realtà una Vittoria…) con la faccia di Giorgia Meloni che dieci bambini morti di freddo a Gaza. Non veniva nient’altro da pensare, ieri, vedendo i siti dei due maggiori giornali italiani aprire per ore con la farsa della pittura murale del sacrestano-militante di Fratelli d’Italia che umilia un muro di San Lorenzo in Lucina, a Roma. È lo strapaese italiano, che ciclicamente torna a galla a rincoglionire ulteriormente il popolo, contribuendo a farci apparire come un paese ridicolo.

E così ieri, puntualmente, sono stati scomodati i criptoritratti della grande storia dell’arte, cioè i brani di pittura, o scultura, nei quali gli artisti del passato hanno dato a personaggi storici il volto di potenti del loro tempo, senza dichiararlo ma contando sul fatto che sarebbero stati riconosciuti. In alcuni casi si trattava di una sincera celebrazione, come nel caso del Dante messo nel paradiso giottesco affrescato nella cappella del Bargello a Firenze, o come per la Verità del sepolcro di Alessandro VII in San Pietro, cui Bernini conferisce il volto di Cristina di Svezia. Giorgia Meloni ha commentato ieri dicendo che non somiglia a un angelo: figuriamoci quanto somiglierebbe alla verità…

In altri casi, era una parte essenziale del programma fornito dal committente all’artista: così per il sublime Ghirlandaio che ritrae tutta la famiglia Medici e mezza Firenze di allora nelle storie di san Francesco sui muri della Cappella Sassetti in Santa Trìnita a Firenze, o per il san Leone Magno che – nelle Stanze vaticane di Raffaello – va incontro ad Attila con il volto pingue e imberbe del regnante Leone X. Più o meno come ritrarre oggi un grande maestro del diritto, come Piero Calamandrei, col volto di Antonio Tajani, quello del diritto internazionale che vale fino a un certo punto. Meno grottesco era il Bronzino che metteva il volto del grande ammiraglio Andrea Doria sul corpo nudo e atletico di Nettuno: ma vengono i brividi a pensare una cosa analoga per i signori della guerra di oggi, da Trump a Putin…

Era una tecnica reversibile, in cui all’encomio poteva sostituirsi facilmente la denigrazione. È ben noto come Michelangelo, insofferente alle critiche dell’insopportabile cerimoniere del papa, Biagio da Cesena, “volendosi vendicare, subito che fu partito lo ritrasse di naturale senza averlo altrimenti innanzi, nello inferno nella figura di Minòs con una gran serpe avvolta alle gambe, fra un monte di diavoli” (così Giorgio Vasari). È questa la tradizione ancora viva nell’arte di oggi: pensate alla street art che sui muri di tutto il mondo dà oggi alla figura di Adolf Hitler il volto di Benjamin Netanyahu. In altri quadri il movente era la fede (come per il bigotto Cosimo III di Toscana che si faceva ritrarre come san Giuseppe); o l’amicizia (come per Beato Angelico che metteva in paradiso i suoi amici e colleghi, o per Tiziano che dà il volto di Pietro Aretino a un Pilato umanissimo); o un amore sfrontato (come quando Caravaggio dette alla Madonna dei Pellegrini il volto di una prostituta che esercitava poco lontano dalla chiesa), o ancora una profonda disperazione: come è per il Caravaggio ultimo e nero, che dà il suo proprio volto alla testa di Golia spaccata da David con un colpo di spada.

Precipitiamo giù dalle vette vertiginose della storia dell’arte fino al fango dell’Italietta meloniana, dove la qualità della pittura comparsa a San Lorenzo è pari a quella media della politica o del giornalismo. Sarà la soprintendenza, spero, a cancellare quel murale da sala colazioni di hotel a tre stelle: e non certo perché rappresenta Giorgia Meloni, ovviamente, ma perché in una delle più antiche basiliche romane, dove sono esposti capolavori di Guido Reni e Bernini, e dove è sepolto Nicolas Poussin, non è pensabile che il signor Bruno Valentinetti si metta a decorare una cappella come più gli aggrada. La cappella (e il patrimonio culturale) delle libertà, avrebbe detto Corrado Guzzanti: dove ciascuno fa un po’ il cazzo che gli pare. Vero è che in quella povera cappella romana è tutto un disastro, a partire dal busto di Umberto II e dalla lapide monarchica piazzati lì nel 1985 da un prete nostalgico, in barba a ogni tutela dei monumenti. Ed è vero pure che l’immagine della Vittoria Meloni con l’Italia in mano che svolazza intorno alla memoria di Casa Savoia, dice più verità di molti degli editoriali dei sullodati giornaloni. Ma, santiddio, c’è un limite a tutto.