Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 7 gennaio 2026
L’Amaca
L'impunità di gregge
di Michele Serra
Si immagina l’esitazione di Brigitte Macron prima di portare in tribunale i gaglioffi che hanno alimentato sui social la diceria, puramente inventata, sul suo essere un maschio che ha cambiato genere. Il dubbio è sempre che la querela dia una visibilità immeritata a chi diffonde il falso, e che sia meglio lasciar correre, come acqua di fogna, quel genere di frottole infette.
Brigitte Macron ha seguito la via opposta e ha preteso giustizia, ottenendola. Un buon esempio per chi dispera che nella comunicazione social sia possibile ristabilire un’etica anche minima, fondata per prima cosa su un altrettanto minimo dovere di verosimiglianza. Questo dovere civico — la verosimiglianza di quello che si dice pubblicamente — è poco rispettato non solo sui social: la lingua biforcuta di molti politici e la sciatteria di molti media sono una lesione della realtà altrettanto grave. Ma la capillarità dei social, la loro gratuità, l’idea (insensata) che in quella sterminata folla l’anonimato sia una condizione “normale”, e se non si è anonimi ci si sente comunque protetti da una sorta di impunità di gregge confusa con la libertà di parola, beh sono tutte novità di questa epoca con le quali stiamo finalmente cominciando, seppure con notevole ritardo, a fare i conti.
No, non si può dire ciò che vogliamo su chiunque, se le nostre parole alterano o sfigurano le vite degli altri. Il giudizio, anche il più duro e negativo, è un segno di libertà, il pregiudizio è un segno di oppressione. Chi non ama o non apprezza Brigitte Macron ha il pieno diritto di dirlo; non ha il diritto di farlo con la frode. Il complottismo non è solo e non è tanto un metodo paranoico di guardare il mondo. È un furto di verità, una compromissione grave del dibattito pubblico. Non va dimenticato che colpisce e danneggia non solo i suoi bersagli, ma anche i suoi fruitori, quasi sempre tra i meno istruiti, i meno informati, i più suggestionabili.
Okkio!
Attenti a Trump e al bene assoluto
Da mesi avvertivo, nel totale disinteresse, che la situazione venezuelana sarebbe precipitata con il coinvolgimento di altri Stati e di altre forze non direttamente collegate con Caracas.
Ma perché nessuno mi ascolta mai? Eppure nel mio lavoro di modesto Nostradamus ho sempre visto giusto. Per anni, in una serie infinita di articoli, avevo previsto che i talebani avrebbero ripreso Kabul e i talebani, sia pur mettendoci vent’anni, hanno ripreso Kabul. Nei primi anni Ottanta, in una lettera aperta a Claudio Martelli, allora vicesegretario del Psi, avevo previsto che quel partito sarebbe stato spazzato via, non tanto per la linea politica, ma per la inesausta attività di corruzione dei suoi principali protagonisti, Martelli compreso, che uscì dai guai per la mazzetta del Conto Protezione restituendo circa 800 milioni di lire, una cifra che forse io ho guadagnato nella mia intera vita. Poi arrivò Mani Pulite e il Psi fu spazzato via dalla faccia della terra. Non è colpa dei magistrati di Mani Pulite se le loro indagini si concentrarono soprattutto su Milano e dintorni, il fatto è che altre Procure furono neghittose o non altrettanto solerti. Prendiamo Venezia. Il pm era Carlo Nordio, l’attuale cosiddetto ministro della Giustizia. Nel periodo del suo mandato furono registrati pochissimi casi di corruzione o di concussione. Possibile che a Venezia fossero tutti onesti? E questo è uno dei motivi, di pura invidia, per cui Nordio ce l’ha a morte coi magistrati, con controriforme e ispezioni per ogni dove, perché lui il pm non lo seppe o non lo volle fare bene come molti altri.
Ma ripartiamo dal Venezuela. La donna che ha sostituito Maduro, l’avvocato Delcy Rodríguez, non piace agli americani, che stando alle minacce di Trump, le vorrebbero far fare la fine di Maduro e anche peggio. Trump, bontà sua, ma nemmeno questo è certo, ha escluso che il nuovo presidente del Venezuela sia un americano. Ha anche affermato che il petrolio venezuelano gli serve per la ricostruzione dello stesso Venezuela. Cioè, prima si distrugge un Paese, poi ci si appropria dei vantaggi della ricostruzione con i soldi di quel Paese.
Intanto Trump procede imperterrito, minaccia di far fare alla Colombia la stessa fine del Venezuela, questo dopo aver già attaccato, con un pretesto risibile, la Nigeria. Poi c’è l’Iran e c’è, naturalmente, Cuba che non può essere attaccata direttamente, ma che Trump pensa di poter strangolare perché non le arriverà più il petrolio venezuelano.
I Paesi latino-americani, a cominciare dal Brasile di Lula, sono in allarme perché il progetto di Trump è molto più ampio ed è di estirpare il cosiddetto “socialismo bolivariano”. Infine c’è la Groenlandia, di cui Trump vuole impossessarsi o su cui vuole comunque mettere il cappello per motivi “di sicurezza nazionale”, la sua e degli Stati Uniti, naturalmente.
Trump sembra essere preso da quello che, in termini medici, si chiama “marasma senile”. Ricorda l’Hitler del film di Chaplin che gioca a palla con un mappamondo. Solo che il mappamondo di Hitler era limitato ai Paesi di cultura tedesca europei (Austria, Sudeti, Cechia), mentre il mappamondo di Trump contiene il mondo intero.
Mentre Russia, Cina, Spagna hanno condannato senza mezzi termini le operazioni americane in Venezuela e dintorni, Giorgia Meloni ha affermato che l’aggressione americana è “legittima”. Riusciamo sempre a essere, fra i servi, i più servi.
Non escluderei nemmeno che, in questo grande gioco di scacchi, rientri anche il linciaggio mediatico cui sono sottoposto io in questi giorni. L’accusa è che sarei un “nazista”. A parer mio i nazisti, oggi, sono altri. Particolarmente preoccupante è che a queste palabras, che coinvolgono anche Travaglio, dia spazio e voce un giornale come Open, fondato e diretto da un giornalista prestigioso come Enrico Mentana, di cultura ebraica. Ma su questo argomento tornerò nei prossimi giorni, se mi sarà dato.
Contro questa strapotenza yankee alcune cose si possono fare. Le indico non in ordine di importanza. 1)Il Comitato Internazionale Olimpico (Cio) dovrebbe interdire i Giochi olimpici agli Stati Uniti, come è stato fatto per la Russia di Putin. 2) La Corte Penale Internazionale per i “crimini di guerra” (Cpi) dovrebbe mettere sotto accusa Trump, come già ha fatto con Putin e Netanyahu. È vero che la Russia, l’Ucraina, lo stesso Israele non riconoscono questo Tribunale, per non dire degli americani (loro, si sa, crimini non ne commettono mai). Però un’incriminazione della Cpi impedirebbe a Trump di svolazzare impunemente tra Mar-a-Lago e l’Europa, come già è per Putin e Netanyahu. Questo almeno in teoria perché, per quanto riguarda l’Italia, Matteo Salvini ha dichiarato che accoglierebbe Netanyahu a braccia aperte. 3) Via le basi americane, alcune nucleari, sparse un po’ per tutta l’Europa, in particolare in Germania ma anche in Italia. Si potrebbe fare? Secondo me sì, con un’azione di forza, togliendo l’impunità di fatto di cui godono i militari americani che vivono in un regime di extraterritorialità. Sarebbe uno scontro di terra e quindi gli americani non potrebbero far uso della Bomba perché se la getterebbero sui piedi. Qualcuno ricorderà, forse, il pilota rambo yankee che, volendo fare il fenomeno, tagliò le funi della funivia del Cermis (20 morti). È ritornato in America e non risulta che sia stato condannato. Idem per le ragazze napoletane stuprate da militari americani di base nel capoluogo campano. 4) Fogli di via per le aziende americane basate in Italia con conseguente ritiro delle aziende italiane che operano negli Stati Uniti (Cottarelli ci dirà se è per l’Italia un’operazione in pura perdita ma anche no). 5) Espulsione immediata di tutti i cittadini americani che si trovano attualmente in Italia, sia che ne abbiano la residenza sia che siano qui per turismo. Gli americani sono più pericolosi dei libici o dei marocchini o dei tunisini che intendono entrare clandestinamente in Italia e la cui strada viene regolarmente sbarrata dai niet di Salvini e di tutti gli antropologicamente razzisti nostrani, Feltri docet.
In Italia, a onta di Giorgia Meloni, sono nate organizzazioni e comitati “pro Maduro”. Manifestazioni organizzate, in genere, dai disprezzatissimi “maranza” e “pro Pal”. Ma non saremo certamente noi europei, divisi su tutto tranne che sul tappo alle bottigliette d’acqua, a bloccare l’egemonia americana nel mondo. Sarà la Cina. O, forse, anche l’Isis (e sono proprio queste mie dichiarazioni pro Isis quelle che più hanno scandalizzato le “anime belle”). Se l’Isis – cosa che ovviamente non auspichiamo – cominciasse a colpire a New York i locali del divertimento, come fece in Europa nel 2015, forse il cittadino medio americano, che di quei posti è il frequentatore, comincerebbe a pensare che la politica di Trump non è proprio l’ideale.
L’Isis è una sorta di contro-specchio dell’Occidente: come l’Occidente vuole imporre a tutto il mondo i propri valori, l’Isis vuole imporre i suoi. Ma, dirà il lettore, l’Isis è un’organizzazione terroristica e agli occhi dell’Occidente rappresenta il Male di tutti i mali. Ma io preferirò sempre un Male che si presenta come tale a un Bene Assoluto che fa le stesse cose del Male, mascherandosi però dietro le sacre parole di libertà, democrazia, dignità. Gli Isis mettono in gioco il loro corpo e la loro vita, non droni, non strangolamenti economici, non sotterfugi di ogni genere per nascondere, direbbe Nietzsche, la propria “volontà di potenza”.
Come vorrei che la mia rabbia e il mio disgusto fossero anche di tutte le brave e oneste persone che lavorano sodo in un sistema che le stritola. Forse la loro rivolta basterebbe per rovesciare il tavolo. Senza bisogno dell’Isis.
Robecchi
Solidarietà. Ursula è vicina al popolo venezuelano: infatti adora il guacamole
I venezuelani sono 30 milioni, seduti sul 17 per cento delle riserve petrolifere mondiali. L’Iraq, per dire, di abitanti ne ha più di 47 milioni e le sue riserve petrolifere sono l’8 e mezzo. Per Baghdad si mise in piedi una bella commediola, con una boccetta di borotalco sventolata all’Onu, l’antrace, le armi di distruzione di massa, eccetera eccetera. Per Caracas sono bastati tre barchini bombardati in mezzo al mare e l’accusa di narcoterrorismo. Spoiler: quelli che oggi dicono “Eh, però, Maduro cattivo!”, sono gli stessi che ieri dicevano “Eh, però Saddam, con quell’antrace!”.
Ma lasciando stare il passato, e anche un po’ il presente, portiamoci avanti col lavoro. È probabile che Donald Trump non si fermerà a Caracas. Vorrà andare all’Avana, prima o poi, e ha già fatto un po’ di territorial pissing su Colombia e Messico, nel senso che ha detto che si occuperà di loro, bisognerà fare qualcosa, insomma, sia chiaro che è roba sua. Non sarà una cosa facilissima: la Colombia è uno Stato molto geloso della sua indipendenza, e i messicani guardano gli yankee più o meno come i liguri guardano i milanesi: prepotencia y dolares. Quel che possiamo ipotizzare è la reazione della granitica Europa. Già ci vediamo le illuminanti dichiarazioni di Von der Leyen: “Siamo vicini al popolo messicano, io adoro il guacamole!”. Variante: “Siamo vicini al popolo cubano, ma basta con le malinconie, amici! Balliamo! Un mojito!”. A ruota tutti gli altri, atlantisti un po’ per forza e un po’ per passione, per tradizionale servilismo, per convenienza, o perché sei sovranista e sai bene che il tuo sovrano abita alla Casa Bianca. L’immane sforzo dei tifosi ultras dell’Occidente è sempre stato quello di far coincidere gli interessi americani con quelli europei, anche contro ogni evidenza, e adesso viene al pettine un nodo grosso come la Groenlandia. Donald ha detto che gli serve, che la vuole, che la prenderà in un modo o nell’altro, quindi la faccenda si complica.
I groenlandesi sono 57 mila, più o meno due grossi condomini di Città del Messico, e si ritrovano seduti su un immenso giacimento di tutto quanto (dalle terre rare al gas), perdipiù in un posto strategico perché ora che i ghiacci sono meno cattivi, le rotte artiche diventano importanti. Sono una colonia europea che lavora per l’indipendenza dai colonizzatori danesi – e fanno bene, perché i danesi li hanno trattati come sudditi e angariati in vari modi – ma non hanno nessuna intenzione di diventare americani. In pratica, essendo la Groenlandia della Danimarca e la Danimarca della Nato, davanti a un’azione ostile dovrebbero alzarsi in volo gli F-35, dovremmo mobilitare gli eserciti e scatenare l’inferno, combattendo l’invasore. Dettaglio: andremmo a combattere un invasore che tiene le chiavi di centinaia di ordigni nucleari, basi, soldati, attrezzature, radar e tutto il resto sul nostro territorio. Altro dettaglio: potremmo fare come in Ucraina, cioè spedire ai groenlandesi miliardi e miliardi di armi che però continueremmo a comprare dall’invasore, e intanto aumentare le spese militari per 27 paesi, cioè 27 burocrazie e 27 caste militari. Il tutto, lo dico per agevolare l’ottimismo, con la classe dirigente europea più ridicolmente inetta che si sia mai vista, quella che ha pure sostenuto un genocidio in Palestina e si è fatta ricevere dall’imperatore su un campo da golf. Dichiarazione di Von del Leyen: “Sono vicina al popolo groenlandese, ho tutti i dischi di Björk”.
Traguardo
Siamo i peggiori
di Marco Travaglio
Dài e dài, ce l’abbiamo fatta. La Befana di Giorgia Meloni, con il suo plauso a Trump per l’“intervento difensivo e legittimo” in Venezuela, ci regala la maglia nera in Europa e forse nel mondo, ex aequo con i governi canaglia di Milei e Netanyahu. E persino peggio di Trump, abbastanza spudorato per evitare barzellette tipo la legittima difesa da Maduro il Terribile. Pure Marine Le Pen dà alla nostra premier una lezione di sovranismo e dignità: “Ci sono mille ragioni per condannare il regime di Maduro, ma esiste una ragione fondamentale per opporsi al cambio di regime che gli Usa hanno provocato. La sovranità degli Stati non è mai negoziabile, a prescindere dalla dimensione, dalla potenza, dal continente. È inviolabile e sacra” e chi oggi vi rinuncia “accetta domani la sua propria servitù”.
A nessuno venga in mente di dire che l’Italietta è sempre stata serva degli Usa. Nel 2019, quando tutto l’Occidente riconobbe il golpista Juan Guaidó che Trump voleva insediare al posto di Maduro, un solo governo europeo (insieme a papa Francesco) oppose il gran rifiuto: il Conte-1 M5S-Lega. Guaidó, il presidente del Parlamento che pretendeva di farsi capo dello Stato senza passare per le urne, si appellò a Conte sulla Stampa. E Conte gli rispose: “Il mio governo non l’ha riconosciuta quale Presidente ad interim non solo per ragioni di ordine giuridico-formale”, ma anche per non “contribuire alla radicalizzazione delle rispettive posizioni, favorendo la spirale di violenza col risultato di rendere ancora più drammatica la condizione della popolazione. Questo anche nella prevedibile prospettiva di un confronto internazionale ‘per procura’, che avrebbe reso ancor più conflittuale la contrapposizione”. Disse che l’Italia era impegnata a “promuovere una soluzione pacifica, attraverso un dialogo politico finalizzato a libere elezioni presidenziali” e aveva sempre “condannato fermamente qualsiasi escalation di violenze, abusi e limitazioni delle prerogative dei deputati venezuelani”, due dei quali avevano “ottenuto rifugio presso la nostra ambasciata”. Ricordò di aver “inviato a Caracas il mio consigliere diplomatico Benassi, che col Nunzio apostolico ha incontrato lei, alcuni membri dell’Assemblea nazionale e il ministro degli Esteri” per “favorire ogni strumento di dialogo utile a comporre il conflitto” con una “transizione democratica”; e di aver “stanziato fondi per fornire beni di prima necessità, medicinali e varie forme di sostegno ai più indigenti” con la S. Sede, l’Onu e la Croce Rossa. Ma ribadì che per l’Italia “le crisi politiche e sociali possono trovare soluzione solo attraverso il dialogo politico, mai con l’opzione militare, considerato che la violenza genera sempre altra violenza”. Un’altra Italia.


