sabato 8 novembre 2025

Come dargli torto?

 



Prima Pagina

 



La sveglia di Elena

 

Ma dove sono le prove che mosca minacci l’Ue?
DI ELENA BASILE
“Il fatto che un’opinione sia ampiamente condivisa non è affatto una prova che non sia completamente assurda…”. Bertrand Russell è colpevole di avermi dato sin da quando lo leggevo da ragazza una sfiducia sconfinata nelle credenze della maggioranza e una fiducia, forse mal riposta, nelle proprietà salvifiche della razionalità. Per questo mi ostino a varcare la soglia dei mondi paralleli, a rivolgermi ai cantori del pensiero unico, ponendo loro domande a cui non riesco a trovare una risposta razionale. Recentemente ci sono continui grida di allarme per le minacce russe. A Bruxelles hanno chiuso l’aeroporto, annullato diversi voli. Si grida come sempre al lupo cattivo, Putin, senza uno straccio di prova. Eppure basterebbe mettere in moto il cervello per comprendere che non è nell’interesse di Mosca, che vince sul campo di battaglia, minacciare apertamente i Paesi Nato. È invece essenziale per l’Ucraina e per gli europei agitare il casus belli per costringere Washington a impegnarsi massicciamente nella guerra.
Naturalmente nessuno risponde alla domanda seguente: se anche gli Usa avessero la forza di capovolgere le sorti sul campo di battaglia, quale conseguenza vi potrebbe essere dato che combattiamo una potenza nucleare, la Russia, per la quale la vittoria contro un disegno di dominio imperialista in grado di utilizzare l’Ucraina come piattaforma di attacco costituisce una questione esistenziale per la sicurezza dello Stato? Il rischio di un conflitto nucleare viene tenuto in conto? Tattiche senza strategia e visione caratterizzano la politica europea.
Un altro esempio recente è costituito dalle dichiarazioni della portavoce Maria Zakharova, che scegliendo un momento inopportuno quale il crollo della Torre de’ Conti, con ancora vite umane in pericolo, ha affermato che i fondi dati all’Ucraina, 2,5 miliardi, sono sottratti a investimenti nei beni comuni e nella manutenzione del Patrimonio culturale e architettonico. Come potremmo mai essere oltraggiati da una dichiarazione, in fondo logica, che non ha paragoni con i veri e propri insulti quotidianamente lanciati contro Mosca nel nostro Paese? “Come il Terzo Reich”, “Russi maledetti”, “Putin zar, dittatore, killer, macellaio”. Come si può pretendere rispetto da un Paese che continuiamo a demonizzare?
Quel che sconforta maggiormente è la mancanza di analisi razionale delle relazioni internazionali, che a volte è tipica di alcuni analisti stimati e amici, i quali continuano a dipingere la Russia come uno Stato imperialista e alla ricerca di nuovi territori in Ucraina, se non addirittura in Europa, senza fornire un solo fattore serio per l’analisi geopolitica che possa avvalorare questa tesi, smentita da tasso demografico, estensione dei territori, materie prime e Pil del Paese. E cosa dire di coloro che credono sia conciliabile il disarmo di Hamas con un progetto neocoloniale e tecnocratico a Gaza senza alcuna prospettiva politica per lo Stato palestinese? Il principio di non contraddizione è messo in un angolo e si ritorna allo script demenziale di un film hollywoodiano. Rispetto all’Unione europea il ragionamento ha uguali pecche. Gli europeisti alla Draghi pensano che il voto a maggioranza, accentrando i poteri nell’élite burocratica di Bruxelles senza legittimità democratica e senza una zona economica omogenea, senza un vero compromesso tra creditori e debitori, potrebbe arrecare benefici. I detrattori storici dell’Ue come Lucio Caracciolo (di cui sono fan da tempi insospettabili, da quando andavo ad ascoltarlo da consigliere di legazione, mentre era osteggiato dalla Farnesina a tal punto che trovai in ambasciata a Lisbona una pila di riviste Limes, sotto sigillo e mai aperte) non spiegano mai perché l’Ue sia fallita, la considerano tale e basta, una realtà ontologicamente negativa. Di fatto l’Ue è tale perché si è seguito l’approccio di Monet, partendo dai settori specialistici e non dall’unione politica, perché i creditori sono stati premiati da una Unione monetaria senza solidarietà e compensazioni, perché ai debitori è stato imposto il neoliberismo tedesco, perché si è scelto l’allargamento senza approfondimento, creando un ibrido e si è costruita un’architettura istituzionale priva di democrazia e separazione dei poteri. Credo ci sia bisogno di conoscere le cause di una sconfitta per poter modificare la direzione. Allo stesso modo coloro che auspicano l’uscita dalla Nato dovrebbero riflettere su come l’Italia, seminata di basi, potrebbe raggiungere questo obiettivo senza l’incubo berlingueriano di fare la fine del Cile di Allende. Sarei felice se uscissimo dal film di Barbie e riprendessimo a discutere senza paraocchi e accanite difese di false identità, ad analizzare razionalmente le opzioni in campo. Per questo ho scritto Approdo per noi naufraghi: perché, per tornare a Russell, solo sulla base di un’inflessibile disperazione si può costruire l’edificio dell’anima.

Piccolo monello

 

La parabola di Renato, il castiga-fannulloni che è finito castigato
Di Francesco Merlo — Roma
L’ex ministro era diventato lo spauracchio della pubblica amministrazione. Ora ha messo tutti d’accordo contro di lui.
Brunetta è un genio. Ha reso utile il più inutile degli enti alzandosi lo stipendio da solo, come Elon Musk, e poi revocandosi l’aumento come un gerarca colto sul fatto, come un pentito italiano qualunque, un monello beccato con le mani nella marmellata, un Pierino costretto a promettere: «Non lo faccio più».
Brunetta ha persino unito destra e sinistra italiane — Meloni e Schlein, Renzi e Conte, Bonelli e Donzelli, Calenda e Fratoianni — reificando la terza via che cercava da giovane, nell’era Lib-Lab. Ora ha messo tutti d’accordo contro di lui e ha fatto rialzare la testa anche al populismo nazionale, che non è più il vaffa a tutti, ma il vaffa di tutti a lui, solo a lui: all’ingordo, allo sprecone.
Soprattutto, Brunetta ha trasformato sé stesso nel mostro della pubblica amministrazione, nel perdigiorno strapagato contro il quale da ministro sbraitava. È diventato lui il fannullone, il flâneur dei “misteri dei ministeri” — il libro che lo ispirava quando i tornelli e i rubinetti erano la sua ossessione, quando voleva abolire il ricorso, l’esposto, il promemoria all’autorità competente, le sentenze delle corti e dei tribunali che proteggono le anime morte della ministerialità: i mandarini, il dirigente che è sempre fuori stanza.
Adesso che la Corte ha abolito il tetto degli stipendi, Brunetta si era aumentato il suo, come Napoleone che si incoronò da solo. Da giovane diceva di puntare al Nobel, voleva «passare alla storia»; ora, come commentava Pippo Baudo, «è passato alla cassa».
I tornelli erano i suoi strumenti da Stato Etico — sia pure nell’ortodossia di strettissima obbedienza berlusconiana — per mettere sotto chiave i fannulloni, appunto. E i rubinetti bisognava chiuderli per limitare gli sprechi dello Stato, i finanziamenti a pioggia, gli stipendi. Adesso tornelli e rubinetti girano all’incontrario, perché nessuno sa cosa fa Brunetta, entrato appieno nel mistero dei ministeri.
Il Cnel di Brunetta tiene convegni — lo so, i temi sembrano inventati — sulla salute, sul terzo settore e sulle pari opportunità, sulla storia stravolta, sul futuro da ricostruire. Ho sentito, su Radio Radicale — che registra del Palazzo anche ciò che non accade — dottissime conferenze di Brunetta sulla qualità della vita nei locali pubblici di Roma, sul lavoro buono e sul lavoro cattivo...
Insomma, è il presidente del più opaco dei Rotary o del più ozioso dei circoli canottieri. È il dottor Balanzone di un parastato che fa venir voglia di chiedere scusa a Renzi, il quale voleva abolire questo benedetto Cnel con il referendum che ha perso e che lo ha perso.
Brunetta presidente del Cnel è tornato l’iperdinamico che, ai tempi in cui era ministro della Funzione Pubblica, fu ribattezzato da D’Alema — che conosce bene la materia — «l’energumeno».
E non perché, professore di economia e socialista di formazione, pretendesse di risolvere i problemi del lavoro italiano con metodi da secondino e da chiavistello, bullizzando i dipendenti pubblici, ma perché ogni giorno se ne inventava una: contro i sindacati che difendono i privilegi, contro i salari degli uscieri (sempre troppo alti), contro la spesa pubblica per il cinema, i libri, il teatro.
Risparmiare, ridurre, contenere: questi erano i suoi mantra.
Lo battezzammo allora il fantuttone — che non è il contrario del fannullone, ma la sua perfezione evolutiva — il fannullone indaffarato.
E infatti, in un solo giorno, il fantuttone si è premiato e poi castigato da solo: perché alla fine non c’è nulla che Brunetta non affronti e sfidi, tranne l’ira del padrone.
Giorgia Meloni si è arrabbiata, e il genio è andato a cuccia.

Han perso ma non lo sanno!

 

O la faccia o la vita
DI MARCO TRAVAGLIO
Tutti sanno come finirà l’assedio russo a Pokrovsk: con la resa o con lo sterminio degli ucraini circondati e minoritari (uno contro otto). Come le battaglie di Mariupol, Bakhmut, Avdiivka e il blitz della regione russa di Kursk. Tutti conoscono pure il finale della guerra: la Russia si terrà i territori che voleva (quelli filorussi di Lugansk, Donetsk, Zaporizhzhia e Kherson, più un cuscinetto di confine tra Sumy e Kharkiv) in cambio di quelli occupati in sovrappiù. Che Kiev non avrebbe riavuto i territori perduti lo disse il generale Usa Milley nel novembre 2022, dopo la prima e unica vera controffensiva ucraina. Lo ammisero gli 007 ucraini due anni fa, dopo il tragico flop della seconda. Lo confessò Zelensky 11 mesi fa. Ma nessuno, a Kiev come nell’Ue nella Nato, voleva perdere la faccia: quindi si continuò ad armare e finanziare l’Ucraina senza spiegare ai poveri soldati rimasti vivi che non erano fuggiti dal fronte e dalla leva perché dovessero ancora combattere e morire. La panzana di Putin che vuole l’intera Ucraina è incompatibile con gli appena 180 mila soldati inviati nel 2022 contro un esercito grande il triplo, con le aperture fatte un mese dopo ai negoziati di Istanbul e con la logica (il centro-ovest russofobo, anche se lo avesse occupato, avrebbe faticato a mantenerlo, pieni com’è di armi, mercenari e terroristi neonazisti). Ma fa comodo a chi ha perso la guerra per fingere di averla vinta e giustificare le centinaia di migliaia di vite e di miliardi sacrificati per difendere una causa persa, anziché negoziare e salvare il salvabile.
La propaganda occidentale, come le sanzioni, danneggia chi la fa e crede alle balle che racconta. Tanto a morire sono solo gli ucraini. L’unico a dire la verità (“Zelensky non ha più carte”) è Trump, il più grande bugiardo del mondo che però è l’unico in Occidente a non rischiare la faccia: la guerra non l’ha mica voluta lui. Tutti gli altri fischiettano, raccontando coi loro trombettieri che Pokrovsk resiste (come Mariupol, Bakhmut, Avdiivka). Ma già si preparano a minimizzarne la caduta come la volpe con l’uva: “Tanto è solo un cumulo di macerie”. Fingono di non sapere che i russi non assediano Pokrovsk da 14 mesi perché attratti dalle bellezze del luogo: ma perché la città è l’ultimo avamposto della Maginot a ferro di cavallo che la Nato dal 2014 ha creato in Donbass per evitare che gli indipendentisti e poi i russi dilagassero nelle grandi steppe indifese dell’Ucraina centrale. Oltre quella linea non ci sono più ostacoli verso Dnipro e la Capitale. Questo Zelensky e i vertici di Nato e Ue lo sanno benissimo. Se si decidessero a dirlo e ad agire di conseguenza salverebbero migliaia di vite. Ma la loro priorità è un’altra, quella di sempre: salvare la faccia e la poltrona.

L'Amaca

 

L’uomo che danza con i robot
di Michele Serra
Verrà un tempo (non può non venire) in cui l’osceno giubilo di Elon Musk per i suoi miliardi, ormai incalcolabile somma dentro la quale nessuno sa più leggere, saranno visti non come il trionfo dell’innovazione, ma come il culmine della decadenza.
L’uomo che balla con i robot, quasi sempre solo sul palco mentre una piccola folla di clientes lo applaude sperando nelle briciole, mette malessere solo a guardarlo. Raffigura un capitalismo da ansiolitici, squilibrato e finale, coinvolgente solo per i pochi disposti a quella lugubre estasi, indifferente alla normalità, alla vita quotidiana degli umani, alla semplicità delle cose che rendono sicuri e felici. C’è un patologico surplus di vanità e di ambizione, in quelli come Musk, che surclassa la normale vitalità del capitalismo “classico”, disperde per sempre la dimensione paternalistica eppure sociale del vecchio padronato industriale. Lo dicono prima di tutto i numeri: per ogni miliardo contemporaneo, meno di un decimo dei posti di lavoro rispetto al miliardo novecentesco.
È un capitalismo che genera poche star e una platea smisurata di applauditori invidiosi e frustrati. Di esclusi travestiti da followers, digitatori febbrili alla ricerca di un varco nel jackpot finanziario, che niente ha più a che fare con il lavoro e con il merito. Il contagio economico del boom della seconda metà del Novecento, i padroni che generavano padroncini (fu il modello del boom italiano), il potere d’acquisto che lievitava, i diritti che si rafforzavano, non ha più niente a che fare con la danza impazzita di un’oligarchia che vede e sente solo se stessa. Musk, almeno, è fascista: non simula empatia con alcuno. È il suo solo elemento di lucidità.

So dove!

 

Abbiamo lasciato degenerare il capitalismo in una dittatura tecno-rapto-pluto-finanziaria. E questo è il risultato. Elon se mi dai un chiamo ti dico dove ti dovresti mettere quei mille miliardi!