mercoledì 21 maggio 2025

Robecchi

 

Spoon River. Morti sul lavoro, mille lapidi all’anno con la scritta “profitto”
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Più che un articolo bisognerebbe scrivere un blues, una specie di Spoon River per tutti quelli che vanno a lavorare alla mattina e non tornano più, che finiscono schiacciati, o cadono, o restano fulminati. O annegano come la diciassettenne Anna Chiti, caduta a Venezia durante una manovra d’attracco che non spettava a lei. Il blues è ipnotico e ripetitivo, diventa una specie di salmo.
E c’è molta ripetizione anche nelle cronache delle morti sul lavoro, più di mille all’anno, tre ogni giorno, quasi sempre le stesse parole. Non era in regola. Non aveva le protezioni richieste dalla legge. Le procedure non sono state rispettate. Bisognava fare in fretta per non rallentare la produzione. Lavorava per arrotondare lo stipendio o la pensione insufficiente. Era il primo giorno di lavoro. Le varianti sono sempre quelle, come gli accordi del blues. Cambiano le sfumature. Il primo giorno di lavoro è una beffa, naturalmente, ma spesso anche una scappatoia cinica e furba per cavarsi d’impiccio: non ti metto in regola, non ti proteggo, e se succede qualcosa – disdetta – era il primo giorno di lavoro. Anna Chiti, dicono, era al suo primo giorno. Era al suo primo giorno, dicono, anche Massimo Mirabelli, di Livorno, che a 76 anni lavorava come trasportatore per una lavanderia industriale: non gli bastava la pensione, l’ha ammazzato un malore, “nel suo primo giorno di lavoro”, dicono le cronache.
Il primo giorno di lavoro. A 76 anni. A 17 anni.
Basta cercare, ci vuole poco, le cronache sono piene, uno stillicidio, un’immensa Spoon River, appunto, più di mille lapidi all’anno con sopra scritto: “Profitto”. Come sempre l’informazione procede per fiammate, impennate dell’attenzione che durano lo spazio di voltare pagina. Qualche morto merita un titolo, sennò si scende al trafiletto in cronaca, più spesso è silenzio totale. Il disegno è chiaro: morire sul lavoro va considerato in qualche modo “normale”, cioè succede, capita, e anche quella definizione standard di “incidente” serve a coprire, troncare e sopire, nascondere che ci sono in questo Paese ampie sacche di lavoro schiavistico, non protetto, esposto a ogni sorta di rischi, che sia l’edile sull’impalcatura o il rider investito nella notte mentre trasporta cibo per 2 euro a consegna. Nella sua solita passerella video annuale del 1º Maggio – un siparietto trito e ritrito che serve a prendersi un pezzettino della scena nel giorno della festa dei lavoratori – la capa del governo ha fatto anche quest’anno le sue solite promesse, tra cui un premio per le aziende che riescono a non ammazzare nessuno. Chiacchiere e distintivo. La gente muore come e più di prima, e allo studio sono invece leggi che permettono di farli morire prima, più giovani, più freschi, più velocemente abituati al pensiero che morire di lavoro non è poi così anormale.
Nei primi tre mesi del 2025 sono stati più di 600 gli incidenti per gli studenti che svolgono la cosiddetta alternanza scuola-lavoro, cinque mortali. Alternanza scuola-ospedale, quando va bene, sennò scuola-cimitero. Ora una norma del decreto Pnrr-Scuola, all’esame della commissione Cultura del Senato, minaccia di anticipare l’età dell’alternanza scuola-lavoro al primo biennio degli istituti tecnici, cioè all’età di 15 anni, cioè bambini, cioè educarli da piccoli che la scuola non forma cittadini, ma braccia, e che le braccia rischiano ogni giorno, perché il profitto è più importante. Questo blues è inutile, sia chiaro, è un salmo alla memoria per i caduti passati. E – temo – per quelli futuri.

Intervista ad un saggio

 

“Trump pensa ad altro. E la pace non interessa nemmeno agli europei”
DI SALVATORE CANNAVÒ
“Con Vladimir Donald parla di Artico e Cina. Invece il Papa ha una chance”
Con Lucio Caracciolo, direttore di Limes, un’autorità nel campo dell’analisi internazionale, commentiamo la situazione dopo la telefonata tra Donald Trump e Vladimir Putin.
Si tratta di un avanzamento, di un semplice pour parler o addirittura, come sostiene qualcuno, di un fallimento?
Ritengo che l’esito della telefonata confermi quello che già si sapeva: Trump non ha un interesse specifico per la guerra ucraina, che come ha ricordato il vicepresidente Usa, JD Vance, è la guerra di Biden e degli europei. Il messaggio cifrato è: risolvetevela da soli. L’idea di stilare un Memorandum a questo punto sembra inutile e il risultato è che Putin può accentuare la pressione militare e forse allargare il suo controllo sull’Ucraina, in Donetsk, in particolare, dove i russi stanno avanzando in maniera più rapida del solito.
Qual è l’obiettivo di Putin?
L’obiettivo russo, più immediato, è prendersi le quattro regioni occupate e costringere Zelensky ad ammetterne la perdita. Quello più strategico, e che dipende anche da Usa e Ue, è impedire l’accesso dell’Ucraina nella Nato che nemmeno gli Usa vogliono. Su questo ci sono posizioni diverse tra gli europei, ma è chiaro che per Putin l’obiettivo di fondo è impedire che forze militari straniere abbiano strutture e installazioni in territorio ucraino. È questa la ragione di fondo dell’intervento militare russo in Ucraina. Tutto ciò mette in seria difficoltà Zelensky, perché sul fronte militare le cose vanno male e al momento l’unica speranza è che gli Usa non tolgano l’aiuto finora garantito, almeno nel campo dell’intelligence.
Ieri è stato varato il 17° pacchetto di sanzioni Ue contro la Russia: come giudica la strategia europea?
I paesi europei rimangono in una posizione marginale perché non hanno né la voglia né la capacità di ingaggiare una guerra vera contro la Russia. Il 17° pacchetto non servirà a molto se non a colpire le nostre economie: dalle sanzioni già applicate, infatti, abbiamo pagato prezzi alti con risultati zero. Al contrario, nel medio periodo, stanno trascinando la Russia in una economia di guerra e questo è oggi un fattore fondamentale da cui non sarà semplice tornare indietro.
Sta cambiando cioè la struttura interna russa?
Per dirla con parole più semplici, gli oligarchi che hanno fatto grandi profitti grazie alla guerra in Ucraina ingrossano prepotentemente le file dei falchi. E questo mette pressione su Putin, che anche se avesse voglia di fare la pace, se la farebbe passare rapidamente. Solo che una situazione simile vale anche per noi europei: il riarmo sponsorizzato dalla Germania, che vuole diventare la prima potenza militare del continente arrivando al 5% del rapporto tra spese militari e Pil, è infatti soprattutto una questione di politica industriale e di riconversione delle nostre economie, a favore di un maggior peso dell’industria militare. Se un’azienda come Rheinmetall acquista impianti Volkswagen per costruire Panzer invece del Maggiolino, lo fa perché conviene a entrambe le aziende: le cifre di cui si parla fanno veramente gola a tutti.
Qual è quindi la strategia di Trump? Aveva detto che avrebbe fatto finire la guerra in 24 ore…
Nessuno poteva prendere sul serio quella battuta. Ma c’è una linea abbastanza chiara nella strategia trumpiana. Il primo elemento consiste nell’affermare che l’Ucraina non è un affare americano. Una volta che ha dimostrato che la Russia non è una minaccia strategica, Trump può legittimare la scelta di concentrarsi sulle due direttrici che più lo interessano: la fortificazione dello spazio nordamericano e artico e poi il contenimento della Russia e della Cina. E credo che con Putin parli soprattutto di questo.
Di Artico e di Cina?
Sono le questioni che più interessano entrambi strategicamente. Prima di tutto l’Artico, la regione del futuro per via delle risorse formidabili, e perché la fusione dei ghiacci può creare la rotta più importante al mondo in grado di unire il Nordamerica e l’Oriente senza passare per Suez. Poi ci sono le risorse minerarie e soprattutto l’acqua, una commodity ormai di grande fascino visto che il problema idrico diventerà decisivo non solo per bere o per l’agricoltura, ma per l’intelligenza artificiale che ha bisogno di acqua per il raffreddamento dei data center. Per quanto riguarda il rapporto con la Cina, poi, penso che sia centrale anche la questione nucleare, cioè il rischio che l’Iran o altri paesi si dotino della bomba atomica, cosa che non conviene a Usa e Russia e nemmeno alla Cina. Sono uniti su questo punto
Sarebbe possibile uno scenario di accordi globali?
Credo che si vada concretizzando in una prospettiva non troppo lontana, quella che a Limes chiamiamo la componenda tra Usa, Russia e Cina per riscrivere i loro rapporti che non saranno mai amichevoli, ma che non possono andare oltre una normale competizione pena la distruzione totale del pianeta. Questa dinamica la si vede in diversi atti e in ogni caso, nel rapporto tra una Cina che ha messo gli Usa in una posizione di dipendenza e Trump che intende liberarla, Putin spera di essere rilegittimato agli occhi dell’Occidente che resta in cima al suo particolare ordo amoris. La guerra in Ucraina si capisce solo da questo punto di vista.
Si parla infine di un possibile negoziato in Vaticano: è una battuta?
Non è una battuta. Leone XIV ne ha discusso con Vance. Trump e Prevost non hanno lo stesso background, ma da americani hanno una mentalità pragmatica. Ricordiamo che anche sotto Francesco il Vaticano si era mosso nella direzione del negoziato, ma non lo faceva vedere. E questa è una lezione che dovrebbe essere appresa da diplomazie che sembrano pensate solo per le comunicazioni ai media: vanno molto di moda, ma non servono affatto ad arrivare alla pace.

Analisi

 

Nei panni degli altri
DI MARCO TRAVAGLIO
L’unico premier europeo che non ci fa quasi mai vergognare di essere europei è lo spagnolo Pedro Sánchez: ieri ha puntato il dito contro lo spudorato doppio standard dell’Occidente sui crimini degli amici (tipo Israele) e dei nemici (tipo la Russia). Purtroppo ha scelto l’esempio sbagliato, chiedendo che Tel Aviv, come tre anni fa Mosca, venga radiata dalle kermesse artistiche e sportive internazionali e ha citato l’Eurovision. Noi pensiamo che cultura, ricerca, arte e sport debbano restare fuori da sanzioni, embarghi e boicottaggi, per non fare pagare a cittadini innocenti le colpe di chi li governa. Se Israele fosse stato escluso dall’Eurovision, a pagare sarebbe stata la cantante Yuval Raphael, 24 anni, sopravvissuta alla mattanza di Hamas del 7 ottobre 2023 fingendosi morta per otto ore sotto una catasta di cadaveri dei suoi amici. Per dire quanto possa somigliare al suo governo, da ragazza ha studiato lingua araba e teatro. Poi, dopo quell’esperienza scioccante, si è data definitivamente alla musica, mentre presta il servizio militare obbligatorio. A Lugano è stata fischiata per le colpe del suo governo, poi si è piazzata seconda. Noi all’Eurofestival avremmo voluto anche la sua omologa russa. E alle Olimpiadi e Paralimpiadi degli ultimi tre anni gli atleti russi e bielorussi. E alla Scala il grande direttore d’orchestra russo Valery Gergiev, escluso per non aver condannato il suo governo da politici regionali e comunali indecenti.
Ciò detto, Sánchez ha il merito di rompere il sudario di omertà della cosiddetta Europa sui crimini d’Israele con parole ben più nette dei pigolii degli altri governi, che cominciano a balbettare qualcosa solo ora che persino Trump li scavalca scaricando Netanyahu. Denunciare i doppi standard è il primo passo per uscire da quel suprematismo strisciante da Impero del Bene (noi) contro Impero del Male (gli altri) che affligge l’Occidente ed è la prima causa del suo tramonto e dell’odio che suscita in chiunque lo circondi. Il primo passo per iniziare a capire gli altri popoli mettendosi nei loro panni e nelle loro teste. Cosa penserà di noi un arabo, dopo averci visti tacere o cavillare o divagare per 19 mesi sui 50 mila palestinesi sterminati da Israele con le nostre armi e poi fremere di sdegno per le guerre dei nostri “nemici” con molte meno vittime civili? Che per noi ogni vita umana non vale uno, ma dieci se è occidentale e un decimo se non lo è. E cosa penserà di noi un russo dopo aver subìto ogni sorta di sanzioni, scomuniche, ostracismi, lezioni di bon ton e diritto internazionale da chi ha fatto lo stesso o peggio contro il suo Paese e i suoi alleati e per giunta è rimasto impunito? Anche se detesta Putin, penserà che Putin abbia ragione. Quando lo capiremo, sarà sempre troppo tardi.

L'Amaca

 

Europea, italiana sudtirolese
di MICHELE SERRA
Tendo a credere a quanto dice la nuova sindaca di Merano, Katharina Zeller, intervistata da Giampaolo Visetti su questo giornale, per spiegare perché ha deposto accanto a sé la fascia tricolore che il suo predecessore, il sindaco uscente di centrodestra, le voleva imporre. Zeller lo ha inteso come «un gesto provocatorio teso a presentarmi come una bambina obbligata a ubbidire a un esperto uomo maturo. Non ho rifiutato il tricolore, ma una prepotenza muscolare esibita per riaprire i conflitti e i rancori di cui le destre estreme hanno bisogno per non diventare irrilevanti».
Coperta di insulti e minacce dagli energumeni attivi sui social, Zeller, che si definisce, nell’ordine, «europea, italiana e sudtirolese», conosce bene la stupida e violenta ottusità con la quale non la Repubblica italiana, ma i nazionalisti italiani hanno sempre cercato di cancellare l’identità dei sudtirolesi e delle valli in cui vivono da secoli; e conosce bene anche i danni e i lutti provocati specularmente dall’integralismo etnico anti-italiano.
Leggere quello che hanno detto in proposito altoatesini come Alex Langer e Reinhold Messner aiuta a capire che non esistono soluzioni “etniche” a quella annosa questione, nata nel 1920 con l’annessione all’Italia. Solo soluzioni politiche, di concittadinanza, di convivenza e di “sguardo largo”, dunque europeo. Gli altoatesini di lingua italiana non diffidino di lei: passato l’uragano social (dura poco, giusto il tempo di trovare nuovi bersagli) Zeller, a giudicare da come parla e da quello che pensa, sarà un’ottima sindaca di Merano, in tedesco Meran, in ladino Maran.

martedì 20 maggio 2025

Alla ricerca della dea



 

E' surreale ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi in questi laidi frangenti politici internazionali: da un lato un assetato aggressore fermo convinto che il suo paese dovrà ritornare a ciò che era un tempo, un impero, dall'altro un'accozzaglia di figure meschine capitanate da uno psicopatico, in preda a raptus di anonimato, terrorizzati dall'idea dell'oblio e pronti, infoiati, a deporre ai piedi della dea Visibilità ogni residuo e parvenza di dignità, sconfessandosi, invaghendosi di linee d'intento un tempo reiette dalla certezza che un comico avrebbe vinto sull'Orso kgb. Presi da infatuazione da ramoscello d'olivo, questi nani inconcludenti smaniano di apparire, evitando l'odiato angolo allontanate le loro meschine figure dagli altari dorati della loro dea di riferimento, Visibilità appunto. 

Con rancore e metodi scolareschi hanno escluso dal loro club la poveretta nostrana, assatanata pure lei dall'idea di non contare una beatissima mazza, e piagnucolante al telefono col suo vate biondastro, il quale tra un oblio e l'altro pare l'abbia rassicurata sulla centralità della sua figura internazionale, magari mentre sorseggiava un beverone vestito da Napoleone, chissà! 

Questi volonterosi della malora, impegnati per la pace stanno tutt'ora cogitando di armarsi come se non vi fosse domani, e hanno pure ragione in merito visto che dilapidare 800 miliardi in armi è preludio alla fine certa di ogni speranza, mentre attorno un Genocida continua ad affamare un popolo tra l'indifferenza di questi mocciosi impegnati a convincerci che contino qualcosa nel panorama mondiale, afflitto e sofferente come non mai. 

Natangelo

 


Pino sul libro Ranieri - Bomba

 

Le bugie pirotecniche del Renzi non-pensiero
DI PINO CORRIAS
A ogni nuovo incarico ha svuotato il discorso politico di ogni riflessione e ideale per piazzare un non-concetto erratico, solubile, che dura il tempo di un tweet, uno slogan, un salto della quaglia
Il radar e l’inchiostro: Daniela Ranieri impiega 729 pagine per circumnavigare il narcisismo di Matteo Renzi che da una ventina d’anni ingombra le correnti della politica italiana, con ciurma di guastatori al seguito e un progetto destinato per metà al naufragio della sinistra, per l’altra alla spettacolare risacca della farsa. Un eroe del nostro tempo garrulo, ambizioso, colonizzato da Drive in e dalla Ruota della fortuna, cresciuto nella piccola provincia toscana con il profumo della ribollita in cucina, le furbizie contabili del babbo, la dopamina della Playstation in cameretta, una giovinezza pastorizzata Boy scout.
Letta per intero la mappa disegnata da Ranieri intorno al “Rottamato”, fa molta rabbia, ma fa anche molto ridere. A cominciare dalla camminata del nostro protagonista che già racconta il suo carattere e il soprannome, il Bomba, che avanza spavaldo con le mani in tasca, arrogante, ultimativo con la sinistra che detesta: “Loro scelgono il fango, noi la prateria”.
Per tre anni è diventato il più giovane presidente del Consiglio italiano. Che ripensandoci oggi sembra fantascienza tascabile, invece è stato tutto vero, referente del jet set riccastro, quello che si sente di gran lunga il più spregiudicato. Ammirato per come pascola a sinistra della destra, assaltando lo Stato sociale, facendo la guerra agli ultimi e ai magistrati. Con i giornali impegnati a issarne un monumento, fingendo di non accorgersi che da quell’apogeo – il triennio 2014-2016 passato dentro le stanze di Palazzo Chigi – “andava rimpicciolendosi” di promessa in promessa, di sconfitta in sconfitta. Fino al buco nero del referendum perso con tutta la bigiotteria al seguito. E da quel momento, bravissimo nei panni della vittima, appena dismessi quelli del fenomeno.
Il nostro “saltatore di quaglie” compare al mondo nei panni di sindaco di Firenze, dopo un passaggio alla Provincia. A Palazzo Vecchio opera con pragmatismo aziendale, eloquio da convention, un tocco di ecologismo da scuola dell’obbligo. Ha l’appartamentino di fronte all’ufficio che gli ha prestato l’amico ricco, Marco Carrai, per il dopolavoro con relax. Ha la fedelissima Maria Elena Boschi al suo fianco, detta Meb, la Giaguara, che sarà la sua futura ministra delle Riforme, un’altra specializzata in vittimismo: “Voglio essere giudicata dalle riforme e non dalle forme”.
Ma Firenze gli sta stretta. Punta al partito con eloquio contundente: “Bisogna rottamare i vecchi, gli zombi buoni a nulla”. Diventa il sicario dei lungodegenti del Pd, che si sono affannati da anni a fare la finta opposizione a un Cavaliere che in realtà ammirano e al suo regno foderato di leggi ad personam, avvocati e ragazzine a tassametro. Vince il secondo giro di primarie, 8 dicembre 2013, imbracciando la lotta alla corruzione, alla evasione fiscale, alla burocrazia, raccontandosi come il lieto fine di una favola: “L’Italia non è un Paese finito, ma infinito”.
Diventa segretario. A suo uso inaugura il raduno neo carismatico della Leopolda, dove sfilano lo scrittore Baricco (“Renzi è riassuntivo”), il cuoco Bottura, e Oscar Farinetti, il filosofo della gazzosa Lurisia. Li manda sul palco circondati dalle sue parole d’ordine: “La svolta buona”, “Ci divertiremo insieme”, “Avanti tutta”. “Il futuro è una cosa bellissima”. Quelli che Landini chiama “I suoi slogan del cazzo”.
Intanto sgomma ai Box. Promette: “Non andrò mai al governo senza passare dal voto”. Poi il tempo di scrivere in Rete “Enrico-stai-sereno”, fa fuori il bimbo Letta e va al governo senza passare dal voto. Evolve dall’abbigliamento Tecnocasa al grigio Mediolanum. Promette “tagli alle poltrone e agli stipendi”. Ma dopo essersi assicurato il proprio, diventa “il Paganini della cazzata”: mille asili in mille giorni; le “tre P” pensioni, periferie, povertà; il dipartimento mamme; l’abolizione del Cnel; fuori i partiti dalla Rai; il concorso “vinci un pranzo con Matteo Renzi”. Palleggia con parole come amore, famiglia, speranza. Promette il Green Act, la riforma della legge elettorale, del fisco, della giustizia civile e del lavoro. Il tutto nel tempo di una slide. Che brilla per i gonzi mentre i suoi uffici tagliano i fondi alla Sanità e i diritti dei lavoratori con il Jobs Act. Con gli 80 euro regalati agli italiani, vince le Europee. Scala il 40 per cento dei voti. Dice: “Siamo alla svolta buona”, che vuol dire scavare la fossa alla sinistra con il Patto del Nazareno in compagnia dei suoi tre mentori: Berlusconi, il sovrano, Gianni Letta, il ciambellano, Denis Verdini, il macellaio.
Cavalca il suo Referendum costituzionale, intitolato “Se perdo me ne vado”, sostenuto da giornali e Quirinale: “Se vince il no, vince la casta”, “Sale lo Spread”, “Trionfa la burocrazia”, ”L’Italia esce dall’euro”, “A rischio le banche”, “Crollerà il Pil”.
Invece crolla lui, 6 dicembre 2016, 16 milioni di italiani che dicono vai a casa, come hai promesso. Ma niente: scherzava, imbrogliava. Un’ora dopo era già a fare il bullo dentro la tv del nulla, prima da Maria De Filippi, poi davanti agli occhioni di Barbara D’Urso che lo ascolta “inclinata in avanti, come fosse sul water”.
Dieci anni dopo è ancora qui. Con Calenda, senza Calenda. Galoppino di Draghi. Fiancheggiatore di Meloni. Molestatore di Schlein. Insonne tra una conferenza a pagamento e un inchino al Rinascimento saudita che sgocciola sangue e petrodollari. Un tempo si vantava della sua vocazione disinteressata, esibiva il suo estratto conto di 15 mila euro, dicendo: “Se volete fare i soldi non fate politica”. Ma da bugiardo pirotecnico – oggi che è titolare di un reddito da 3 milioni di euro – voleva dire il contrario. Scrive Ranieri: “Ha eroso ogni riflessione, per non dire ogni ideale, dal discorso politico per installare al suo posto un non-pensiero erratico, solubile, che dura il tempo di un tweet, di uno slogan”. Imperdibile la mappa per starne alla larga.