martedì 20 maggio 2025

L'Amaca

 


Un’associazione culturale?
di MICHELE SERRA
Del breve botta e risposta tra Alessandro Gassmann e il sindaco di Gallarate (il primo non ha gradito, e lo capiamo bene, che un raduno razzista si svolgesse in un teatro dedicato al padre) colpisce e quasi diverte la spiegazione che il sindaco (leghista, ovviamente) ha dato dell’accaduto.
Non si trattava di un’adunata di fascisti europei, ma di «una associazione culturale di ragazzi di destra» che ha «organizzato un summit».
Cioè: un’adunata di attivisti xenofobi arrivati da mezza Europa, che ha messo in allarme la Digos e per settimane ha acceso polemiche roventi in tutta Italia, dunque perfino al di là di Gallarate; che propone il rimpatrio forzato di qualche milione di persone, non si sa come, con che soldi, con quali leggi (esistono anche le utopie nere); al sindaco di Gallarate è sembrata una iniziativa culturale di tutto rispetto, non solo perché a organizzarla era un’associazione per l’appunto culturale, per giunta animata da «ragazzi», probabilmente gli stessi che ogni anno, non lontano da Gallarate, festeggiano il compleanno di Hitler; ma perché, come spiega lo stesso sindaco, «in democrazia c’è bisogno di tutti i contributi e di tutte le componenti rispetto a fenomeni così complessi».
Ai leghisti si riconosceva, fin qui, una certa rozzezza ma anche (rovescio della medaglia) una certa schiettezza. Ecco qui, invece, un leghista ipocrita, gesuitico, che ospita un raduno razzista, fondato sul concetto di purezza della razza da difendere dagli impuri, ma fa finta che fosse “un contributo al dibattito”. Fu un contributo al dibattito anche la notte dei cristalli? Anche la deportazione degli ebrei? Sindaco, ci pensi.
Lei ha due possibilità: o dice “sì, avrei fatto meglio a non concedere quel teatro a gente del genere”, oppure dice “sì, ho ospitato un raduno razzista e ne sono fiero”. Tutto quello che sta in mezzo è vile e patetico.

lunedì 19 maggio 2025

Pedro

 





Ribaldi alleati

 

Ecco l’Eldorado del nichel: morti, veleni e affari tra Parigi e Pechino
DI ALEXANDRE BRUTELLE (EIF), AQWAM FIAZMI HANIFAN (NARASI) ET LINDA OSUSKY (DER FREITAG)
L’oro per le batterie dell’auto elettrica. I colossali profitti della Weda Bay Nickel (azionisti Francia e Cina) sulla pelle di lavoratori e ambiente. “Valori di sostanze nocive 12 volte superiori a quelli dichiarati”
Mentre Emmanuel Macron si prepara a partire per l’Indonesia, con l’intenzione di costruire “l’economia del futuro” nel settore dei “metalli critici”, un’inchiesta di Mediapart, realizzata insieme al giornale indonesiano Narasi e al settimanale tedesco Der Freitag, rivela che la direzione della miniera indonesiana di Weda Bay Nickel (WBN), di cui è co-proprietario il gruppo minerario francese Eramet, insabbia da anni incidenti gravi, anche mortali, mai dichiarati, e contaminazioni dei corsi d’acqua, e falsifica i dati ambientali legati alla sua attività. Uno scandalo che ora viene a galla grazie ad alcuni dipendenti della WBN che hanno lanciato l’allerta.
Tsingshan (57%) ed Eramet (43%)
Nel 2017, il colosso dell’acciaio cinese Tsingshan (57%) ed Eramet (43%) sono diventati azionisti di Strand Minerals Indonesia, che possiede il 90% di Weda Bay Nickel, la società responsabile della gestione della miniera. Il restante 10% è detenuto da una società statale indonesiana. L’entrata di Tsingshan nel capitale ha portato alla rapida espansione della concessione mineraria di WBN, di 45.000 ettari, e alla creazione di una zona industriale per la raffinazione del nichel, il parco IWIP, interamente di proprietà del gruppo cinese. L’arrivo sull’isola di circa 50.000 nuovi lavoratori del settore, ha praticamente raddoppiato la popolazione locale, rendendo irriconoscibile la regione. Nel giro di pochi anni, l’Indonesia è diventata il primo produttore mondiale di nichel, indispensabile per la produzione di veicoli elettrici, con il 55% della produzione globale nel 2023. Dalle loro partecipazioni in WBN, Eramet e Tsingshan hanno generato nel 2024 un reddito netto rispettivo di 166 milioni di euro e 220 milioni di euro. Ma questa corsa al nichel, un’opportunità economica per alcuni, ha un impatto distruttivo per altri. Tra questi c’è Adlun Fikri, un abitante del villaggio di Sagea: “Qui, se non usi una mascherina protettiva a due strati, i polmoni si riempiono di polvere in cinque minuti”, dice. Abdallah, di Lelilef, un villaggio vicino alla miniera WBN sull’isola di Halmahera, fa notare: “Prima il fiume diventava torbido solo dopo le forti piogge. Da quando la produzione mineraria è stata intensificata, lo è sempre”. Secondo le informazioni che abbiamo potuto raccogliere, i colossali profitti della WBN sono stati realizzati a spese delle popolazioni locali e degli ecosistemi da cui dipendono. Il tutto tramite un vasto sistema di “frodi” organizzato dalla direzione della miniera”. Eramet viene presa per i fondelli dai cinesi”, osserva Maï (nome di fantasia), che ha lavorato in subappalto per WBN. Secondo Maï, la politica dirigenziale è orientata esclusivamente a fare gli interessi dei cinesi, ai danni dell’azionista francese. Al punto che dei dirigenti di WBN sono inviati a lavorare in miniere esterne al portafoglio di Eramet, come la miniera cinese “Position”. “Qui le condizioni di lavoro e di sicurezza per i lavoratori cinesi e indonesiani sono deplorevoli. Alcuni vivono in più di dieci in una capanna dormendo nella stessa stanza. In caso di incidente, si rivolgono alle autorità indossando una divisa diversa per non fare incriminare la WBN”. Su questo sito, “gli incidenti gravi vengono sistematicamente nascosti al gruppo Eramet”, aggiunge. Diversi decessi e incidenti non sono mai stati segnalati. All’inizio dell’anno, la morte di un lavoratore è stata taciuta non solo dal gruppo, ma anche dagli stessi dipendenti: “Una persona è stata investita da un camion. Quando il personale lo ha scoperto, è stato rispettato un minuto di silenzio. Ma la direzione non ha dato nessuna spiegazione sulle modalità dell’incidente né sono state discusse nuove misure di sicurezza”. Il fatto è stato confermato a Mediapart da altri due dipendenti. La direzione della miniera ha dichiarato che il decesso è avvenuto ​ al di fuori della concessione, per evitare di doverlo denunciare. Secondo Maï, le cose sono andate peggiorando dall’arrivo di Tsingshan: “Alcuni dipendenti cinesi lavorano ventiquattro settimane di fila con solo due settimane di riposo”.
Disboscamento selvaggio
Maï è tuttavia convinta che a Eramet venga “nascosta la verità”. Quando i responsabili del gruppo visitano il sito sono “raramente accompagnati da un traduttore”. “I fatti descritti sono estremamente gravi”, ha dichiarato Eramet a Mediapart, precisando di non essere a conoscenza del recente incidente mortale e assicurando che verranno rafforzate le misure di controllo. Secondo Henrik (anche questo è un nome di fantasia), ex dipendente di Eramet, WBN nasconde anche l’impatto della miniera sull’ambiente: “Le misure della qualità dell’aria e dell’acqua vengono falsificate. WBN sta disboscando ben al di là della concessione assegnata per legge – ha osservato Henrik -. Sei dipendenti di Eramet hanno denunciato la situazione alla sede centrale di Parigi”. Eramet ha confermato di aver ricevuto diverse segnalazioni e di aver avviato “un’indagine interna”. La multinazionale assicura di essere trasparente sui rischi ambientali: “Siamo pienamente consapevoli che la lavorazione delle risorse minerarie ha un impatto sull’ambiente e deve quindi essere fatta in modo responsabile”, assicura. Durante un’operazione di estrazione mineraria, gli elementi tossici naturalmente presenti nel sottosuolo tornano in superficie con i sedimenti estratti, noti come roccia di scarto. Se non vengono gestiti correttamente, diversi metalli pesanti, gas e particelle fini contenute in questa roccia di scarto possono contaminare i fiumi circostanti. Nel 2021 un rapporto delle autorità indonesiane ha del resto constatato il problema. Ma Eramet sostiene di aver implementato un “sistema di gestione” per “limitare i solidi sospesi nelle acque di deflusso”, in linea con gli standard indonesiani. Uno studio del settembre 2024, portato avanti dall’Università di Khairun, ha concluso tuttavia che WBN dovrebbe sviluppare nuovi “bacini di sedimenti” e isolare i suoi siti di rifiuti B3, classificati come pericolosi e tossici. Lo studio ha rilevato che quindici fiumi erano contaminati da metalli pesanti (cromo 6, piombo e mercurio) e cianuro, a causa delle attività minerarie. Per Henrik, la persistenza di questi problemi è dovuta alle “continue bugie” di WBN: “Tutto viene falsificato o insabbiato”. Sulla base di dati forniti da un ex subappaltatore di WBN, Mediapart ha potuto rilevare valori di solidi sospesi nei sedimenti fino a 12,6 volte superiori a quelli dichiarati dalla miniera nei rapporti settimanali inviati al gruppo Eramet. Tre ex dipendenti di WBN hanno confermato l’esistenza di una vera e propria “logica di dissimulazione” nella miniera. Le segnalazioni alla sede centrale di Eramet hanno scatenato il panico alla WBN: “I server sono diventati inaccessibili e i nostri computer di lavoro e personali sono stati temporaneamente sequestrati”. Due dirigenti, il direttore e la vicedirettore della miniera, che era stata promossa di recente a questa funzione, sono incriminati nello scandalo.
Pagano i pesci piccoli
Di recente Eramet ha dichiarato a Mediapart di essere solo un “azionista di minoranza”, senza alcun “ruolo decisionale” nella gestione della miniera. L’argomento non convince. Un ex dipendente di Eramet conferma che due manager chiamati in causa nello scandalo hanno lavorato per diverse filiali di Eramet dal 2018. Per Klervi Le Guenic, dell’associazione francese Canopée, che da anni mette in guardia sulla deforestazione causata da WBN, Eramet “si rifugia costantemente dietro questo argomento. Ma poi, nelle sue comunicazioni, si presenta con orgoglio come co-azionista, spiegando che questa miniera è un pilastro della sua strategia”. Callum Russell, della ONG Survival International, denuncia anche “il rischio di genocidio delle tribù indigene isolate”.
Pochi giorni prima della pubblicazione di questa inchiesta, Eramet ci ha informato che i due dirigenti di ​ WBN sono stati licenziati: “Un’indagine interna ha rivelato che le procedure implementate e gestite dall’azienda non garantivano al 100% la trasparenza e l’integrità di alcuni dati consolidati da PT Weda Bay Nickel”, afferma Eramet. Il gruppo precisa che “è previsto un audit indipendente a partire dal 2026”.

Guarda guarda

 

La storia segreta di “Mago Merlino”, il criptomiliardario socio della Juve
DI NICOLA BORZI
Lo slalom tra processi, cartelli colombiani e politici Usa. Ora è il terzo più ricco d’Italia: patrimonio 22,4 miliardi
Come si fa in dieci anni ad accumulare un patrimonio (stimato) da 22,4 miliardi di dollari e a diventare il terzo uomo più ricco d’Italia, comprando il 10% della Juventus per circa 135 milioni e il 30,4% del gruppo media Chora-Will per qualche altra decina? Il tutto partendo da Casale Monferrato (Alessandria) con una laurea in medicina? Facile (a dirsi): si fonda una società che emette la stablecoin Usdt, nota come Tether, una criptovaluta il cui valore è agganciato a quello di monete ufficiali come il dollaro Usa. Poi, grazie all’esplosione del settore, la si trasforma in un impero che a fine marzo affermava di avere in pancia depositi di clienti per 149,27 miliardi di dollari, a fronte di un capitale di 5,59. Che nel 2024 ha realizzato un utile netto di 13,7 miliardi e nel primo trimestre 2025 ha distribuito dividendi per 2,35 miliardi.
Secondo la vulgata ufficiale, è questa la storia di Giancarlo Devasini, nato nel 1964, soprannominatosi “Mago Merlino”, tra i fondatori, dirigenti e oggi primo azionista del gruppo Tether-Bitfinex. Tifoso bianconero come l’ad di Tether, l’altro italiano Paolo Ardoino, ora quinto uomo più ricco d’Italia (9,5 miliardi di dollari). Dopo una campagna acquisti da quasi 3 miliardi, Tether è tra i maggiori azionisti di Northern Data, società tedesca di infrastrutture cripto e Ai, Rumble, piattaforma canadese di video, web hosting e cloud che ospita il social Truth di Trump, Adecoagro, società agroindustriale quotata a Wall Street con enormi interessi in Brasile, Argentina e Uruguay, Blackrock Neurotech, azienda Usa di protesi neurali, e Bitdeer, tra i leader mondiali nella blockchain. La corsa a reinvestire i profitti degli anni buoni ha privilegiato aziende nelle quali hanno interessi personali alti papaveri di Washington.
Devasini gira in flip flap e maglietta, vive tra Londra, la Costa Azzurra e Lugano. Non ha mai rilasciato interviste. Ma la sua storia ne racconta ambizione e scalata. Si è sposato e ha divorziato con l’erede di un impero del cemento. Ha lasciato la professione di chirurgo estetico dopo solo un paio di anni. Poi ha avviato imprese di hardware e software. Che però lo hanno messo nei guai con la legge: nel 1996 Devasini ha pagato 100 milioni di lire al termine di un procedimento penale nei confronti suoi e di altre 43 persone accusate di associazione a delinquere, contraffazione digitale e ricettazione. Il tutto con il sequestro di decine di migliaia di prodotti hardware e software a marchio Microsoft, contraffatti o rubati, e di beni per 5,1 miliardi di lire.
Nella sua biografia sul sito di Bitfinex, Devasini racconta che nel 2008 ha ceduto le sue imprese, arrivate a fatturare 113 milioni di euro l’anno. Ma nel 2007 il fatturato era di 12 milioni e la capogruppo ne perdeva 7,5, con debiti per 7,4 milioni e patrimonio netto negativo per 3,4. Poi, nella notte del 14 febbraio 2008, l’edificio che ospitava le aziende alla periferia di Milano è andato a fuoco distruggendo tutto. Le società sono state svalutate a 1 euro e finite in liquidazione.
Nel frattempo però Devasini era finito in rapporti con le imprese di hardware guidate in Asia dalla Perpetual Action Group dell’olandese Jean Louis van der Velde, che poi seguirà “Merlino” in Tether/Bitfinex. Devasini gestiva a Montecarlo la filiale europea del gruppo di van der Velde. Ma la sua azienda era in contatto con le imprese di un altro italolandese: Gennaro “Rino” Platone, re europeo delle frodi carosello sull’Iva di prodotti informatici. Un business che faceva levitare il valore di merci, poi rivendute al pubblico, tramite catene di società tutte collegate a Platone, che venivano chiuse senza versare l’Iva. Così “Rino” era diventato uno dei 10 uomini più ricchi d’Olanda. Prima che le polizie di mezza Europa portassero lui e i suoi complici a processo in Spagna, Germania, Regno Unito, Olanda. Van der Velde, tra l’altro, aveva aperto e poi chiuso in California un’altra azienda collegata al business di Platone nel fotovoltaico.
Alla fine Devasini tenta di ripartire da Delitzia, società dell’alimentare bio. Ma senza successo. Poi nel 2012 scopre il bitcoin, si butta nel mondo cripto ed entra nell’exchange Bitfinex, appena fondato. Nel 2014 fonda Tether, con sedi sparse in diversi paradisi fiscali. Quando gli Usa gli vietano di far passare i fondi dalle banche americane, li affida a una società di Panama che però, nel 2018, gli sottrae 850 milioni e il cui manager viene poi arrestato per aver “lavato” centinaia di milioni dei cartelli colombiani. Seguono sanzioni per decine di milioni di dollari irrogate dalle autorità Usa. Intanto però Tether diventa la “porta d’ingresso” per chi vuol comprare cripto: si depositano dollari, si ricevono Usdt-Tether che si scambiano con bitcoin, ether e altre cripto. I 150 miliardi di depositi però non sono remunerati ai clienti: gli interessi sui titoli in cui sono investiti, grazie al boom delle Borse e al taglio dei tassi, vanno in tasca a Devasini e ai suoi soci con profitti stratosferici. Ora poi Trump ha invertito di 180 gradi la rotta e gli Usa sono diventati crypto-friendly. Howard Lutnick, segretario al Commercio, è tra l’altro il boss della Cantor Fitzgerald, società finanziaria dove Tether ha depositato gran parte delle sue riserve tramite la Deltec, un intermediario delle Bahamas. E mentre alcune aziende del gruppo Tether-Bitfinex si spostano in Salvador, i bilanci restano un mistero. Nessuna revisione legale, solo un’“attestazione” delle riserve fatta ogni 3 mesi da Bdo Italia, società di audit multata molte volte negli ultimi anni da Consob per la revisione di bilanci come quelli di The Rock Trading, exchange cripto finito in bancarotta con un buco da 66 milioni (il processo è all’inizio), e di Visibilia, gruppo di un’altra piemontese famosa, la ministra Daniela Santanchè. Ma Devasini macina soldi. Almeno finché la magia di “Merlino” dura.