mercoledì 19 marzo 2025

Titoli di coda

 

Guardoni e cornuti
di Marco Travaglio
Cosa facevano ieri i nostri governi – quello europeo e quello italiano – mentre Trump e Putin discutevano come chiudere la guerra in Ucraina? Parlavano d’altro, perché non contano nulla e non hanno una posizione su niente. Guardoni e cornuti, sempre gli ultimi a sapere le cose. Mentre i protagonisti parlano di pace, i governi europei parlano di guerra. Ieri, durante la telefonata fra Casa Bianca e Cremlino, la Von der Leyen diceva: “L’Europa, se vuole evitare la guerra, deve prepararsi alla guerra”. Viva la faccia. Che la Commissione Ue tifi e remi contro la pace l’avevamo capito da un pezzo. Il folle piano Rearm Europe serve a “preparare la guerra” alla Russia su tre presupposti falsi: che Mosca stia per invaderci, che la Nato sia stata abolita e che le guerre si evitino preparandole (invece chi le prepara puntualmente le ottiene). Infatti l’altra dioscura Kallas vuole inviare altri 40 miliardi di armi a un Paese che fra poco potrebbe firmare il cessate il fuoco, quindi dovrebbe deporre le armi e restituire quelle ricevute, non riceverne altre. È l’ultimo, disperato tentativo di convincere Zelensky a non firmare nulla, seguitando a illuderlo che la realtà non esiste e continuando a combattere recupererà i territori che lui stesso dà per persi, anziché perderne di nuovi insieme a migliaia di altre vite, e aderirà pure all’Ue e alla Nato (all’insaputa di Trump).
Ma, se la linea europea fosse questa, avrebbe almeno il pregio della chiarezza. Invece no. I principali governi europei preparano truppe di “volenterosi” da inviare in Ucraina quando sarà scoppiata la pace per presidiare oltre 2 mila km di fronte. Cioè: da un lato sabotano il negoziato, da cui essendo bellicisti sono giustamente esclusi, sperando che fallisca; e dall’altro dettano condizioni per il dopo-negoziato, sperando che riesca, ma facendo i conti senza gli osti che lo apparecchiano. Le eventuali truppe di peacekeeping e di sicurezza in Ucraina saranno uno degli oggetti del negoziato (come in quello di Istanbul a marzo-aprile 2022), e nessuno può deciderle prima, tantomeno se non sta al tavolo. Ma è altamente improbabile che, dopo tre anni di guerra, la Russia accetti ai suoi confini truppe Nato (Francia, Regno Unito, Polonia e altri 27 Paesi) ai suoi confini, visto che decise l’invasione proprio per evitarlo. È ovvio che quel compito dovrà spettare a Paesi rimasti neutrali nel conflitto, dalla Turchia all’India, da Israele all’Arabia, dal Brasile ad altri Brics: quindi di che parlano Macron, Starmer, Tusk e altri euromitomani (con l’eccezione, una volta tanto lodevole, della Meloni)? Questa è purtroppo, oggi, l’Europa. Un’altra non c’è. Quando finalmente la seppelliremo, sarà sempre troppo tardi. L’unica manifestazione sensata sull’Europa è un corteo funebre.

L'Amaca

 

Contano le persone
di MICHELE SERRA
Domenico Starnone è vecchio, maschio e bianco. Letta la sua intervista su questo giornale (vi prego, se l’avete persa, di leggerla) mi sono chiesto se la caratura intellettuale e la qualità umana che ne risultano dipendano dal suo status(vecchio, maschio e bianco), e mi sono risposto di no. Perché di vecchi, maschi, bianchi che dicono cose ignobili, banalità mortificanti, scemenze irricevibili, è pieno il mondo. Come campione indiscusso, indico Donald Trump.
Mettiamola così: la condizione di partenza è di indiscutibile, oggettivo vantaggio. Ma, con ogni evidenza, non basta a produrre qualità. Basta, al massimo, a produrre supremazia. Trump non è al potere per la sua qualità. È al potere per la supremazia economica del suo circuito, e per la depressione culturale dei suoi elettori (non solo bianchi, non solo vecchi, non solo maschi. Molte le donne, i giovani, i non bianchi). C’è chi ha messo a profitto il privilegio (essere nati maschi in un mondo maschilista, bianchi in un mondo razzista) per spadroneggiare. Chi per pensare, che è sicuramente un lusso, ma anche una facoltà.
Le persone sono molto diverse l’una dall’altra. Profonda e misteriosa è la distanza psicologica, politica, culturale che le forma e le separa. Dire maschio, dire femmina, dire europeo, dire americano (o cinese, o africano), non è dire abbastanza. Contano le persone, una per una.
Il vecchio maschio bianco Bernie Sanders, che è una delle persone più interessanti, civili, inclusive del mondo, è il contrario di Trump. Nel dibattito su genere, generazione e colore della pelle, il mistero della singola persona umana non è abbastanza compreso.
Propongo di introdurlo, come affascinante variante.

martedì 18 marzo 2025

Bignami



Il plauso dell’uomo di pace impegnato nella telefonata coll’altro assassino, fotografa i tempi attuali; la carneficina ad opera del cosiddetto democratico israeliano, in realtà un infimo boia, continua tra l’indifferenza generale. Nel sonno, come il peggior nazista, il maledetto fascista israeliano ha appena assassinato circa duecento persone. Mi aspetto a breve una adunata indetta da qualche chic per armare la macabra zona martoriata, che qualche idiota vorrebbe trasformare in un centro benessere, in base al neo comandamento che vede molti aderenti, ossia che solo la forza può porterà la pace. E dulcis in fundo: vaffanculo!

Mumble mumble

 



Natangelo

 



Scanzi

 

IDENTIKIT
di Andrea Scanzi
Euronani e ballerine: un po’ Ztl e un po’ bar di Guerre stellari
Manifestare democraticamente è sempre cosa nobile, e in quella piazza c’era gente meravigliosa, ma l’“Adunanza Larghissima” voluta da Michele Serra si è rivelata così onnicomprensiva da risultare fatalmente velleitaria e inesorabilmente ambigua. Serra ha provato a risolverla così: “Una piazza che unisce idee diverse è considerata scandalo. Questo scandalo ha un nome, si chiama democrazia”. Sintesi sin troppo autoassolutoria: una piazza dove possono stare (senza parlarsi, altrimenti si accoltellavano) Fratoianni e Calenda è sì democratica, ma è pure qualcosa che somiglia più al vecchio Bar di Guerre stellari che non alla nuova Ventotene. È forzato anche il rimando ai Girotondi, periodo a cui molti si sono rifatti sin da quel “non perdiamoci di vista” di nannimorettiana memoria. In quella piazza c’era sì (sul palco) lo stesso côté borghese e benestante, ma chi manifestava per i girotondi sapeva benissimo perché scendeva in piazza. Sabato proprio no, e non si è forse mai vista in Italia una manifestazione così vaga e dunque annacquata, “maanchista” e cerchiobottista.
Antonio Scurati, con la consueta umiltà e l’ancor più consueta allegria rutilante che lo caratterizza, ha scomodato Montale: “Sappiamo quello che non siamo, che non vogliamo”. Bello. Ha invece convinto meno la sua rilettura paradisiaca e disinvoltamente antistorica dell’Europa, Eden senza difetti che non massacra e tortura i civili (vero: paga Libia e Turchia per farlo), non rade al suolo le città (ma se ne frega quando accade, vedi Gaza), non invade i paesi confinanti (i bombardamenti su Belgrado del ’99 erano gesti d’affetto) eccetera. È vero che in quella piazza c’erano anche molti pacifisti (gli stessi che Calenda-Friedman, in piena fase da “erezione continua da napalm”, chiama con compiaciuto disgusto “pacifinti”). Parevano però lodevoli “foglie di fico” in mezzo a una maggioranza (sul palco) collocata politicamente nella Ztl (ops) del Pd anti-Schlein e pro-Von der Leyen. Il Pd dei presunti “padri nobili”, categoria così ampia da inglobare tanto Prodi quanto Letta e Zanda (aiuto!). Se quella piazza aveva un messaggio politico chiaro, era il seguente: “Conte è come Salvini, torniamo con Renzi”. Un bell’esempio di gattopardismo, dove il M5S è uguale alla Lega, ma – chissà perché – il Pd delle Annunziata non è uguale a Tajani e Meloni. Pure la Schlein, che all’intellighenzia è piaciuta da matti finché ha fatto la Bonaccini, ora è diventata indigesta perché sta cominciando a fare ciò per cui ha vinto le primarie: trasformare radicalmente il Pd.
Ormai vale tutto, e capita persino di rivedere in prima fila il peggio del peggio del renzismo. Gente tipo Filippo Sensi e Sandro Gozi, tra i primi a firmare l’appello lanciato da Pina Picierno (non è una battuta), e già solo l’idea che esista al mondo qualcuno pronto a firmare qualcosa pensato (sic) dalla Picierno mette più tristezza di un fan club dedicato al semolino scondito. In mezzo a siffatto variegato mondo – più vicino al Foglio che non a Repubblica – non poteva mancare Parsi: ovvero il Fassino Tronfio della geopolitica, colui che da tre anni sull’Ucraina non ne prende mezza, ma che – cionondimeno – non smette mai di sfoggiare quell’aria adorabile da “io so’ stocazzo”. Sabato mattina, nel simposio ameno dei picierniani, ha pure detto che Marco Travaglio “crede di essere l’erede di Scalfari, ma al massimo è il nuovo Pecorelli”. Wow, che battutista! Non si sa se dirgli bravo per il garbato (e beneaugurante) riferimento a un giornalista morto ammazzato, o se invece consigliargli di cambiare pusher dopo avere sostenuto che Marco si ispira a Scalfari (con cui non ha mai lavorato, anzi ha spesso fatto a sportellate). La pazzia è totale, e se il Pd tornerà renzista scenderà al 4% (rimandando il M5S al 20). Tanto vale citare pure noi Moretti, così qualcuno è contento: “Continuiamo così, facciamoci del male”.


A lezione

 

All’università dell’agnolotto dove si impara la religione del Plìn
DI MAURIZIO CROSETTI
RODDINO(CUNEO)
L’Osteria di Gemma Boeri diventa scuola di tradizione: qui si tramanda la specialità delle Langhe
L’Università del Plìn è un tavolo in legno sbiancato di farina, dove la Magnifica Rettrice Gemma Boeri (anni 76) osserva le titolari di cattedra, cioè Alfa Vivalda di anni 87 e Carla Olivero di anni 83, esercitare il misterioso magistero del “ghëddo”. Non si finisce mai di imparare, ma soprattutto di insegnare.
Qui si narra il rito del pizzicotto di Langa (i turisti dicono “andiamo nelle Langhe”, i locali invece “andiamo in Langa”, perché la Langa è femmina…), celebrato ogni giovedì mattina nella “sala della pasta” dell’Osteria da Gemma, creatura pressoché mitologica della cucina piemontese. Prima di cominciare, breve glossario, altrimenti non si capirà nulla. “Plìn” in dialetto vuol dire pizzicotto, “ghëddo” è il tocco, lo stile in senso esteso e non solo manuale. È l’avere quel qualcosa in più che fa la differenza: la prosa di Gadda, il tocco di Del Piero, cose così.
Allora: alle 8 di mattina di tutti i giovedì, arriva da Gemma un gruppo di pensionate amiche della titolare, c’è anche qualche maschio, adibito più che altro a mansioni servili, per fare gli agnolotti del plìn, quelle meraviglie ripiene, piccole e morbide, da accompagnarsi al sugo di carne con un sospiro di fegatini di pollo e pomodoro, oppure al burro e basta. In Langa li chiamano “raviole”, ma non complichiamo troppo.
La stanza con le mattonelle bianche e verdi sta in cima all’osteria, che ha vetrate aperte su colline lussuriose e montagne ancora bianche in punta, laggiù dove finisce l’orizzonte. Le signore e i signori si mettono subito all’opera, stendendo sui tavoli i fogli di pasta preparati prima da Gemma, e pescando con la punta del coltello dal “grilletto” (insalatiera) dove c’è il ripieno. Urla, nelle loro dita, il sangue delle trisavole cuciniere. La “professoressa” Alfa Vitali, un memorabile donnino color fucsia — in piemontese, “dunìn”: se la Langa è femmina, il donnino è maschio — ci spiega il segreto: «Bisogna fare gli agnolotti tutti uguali e tutti diversi. Io ero contadina: mi hanno insegnato la mamma e la nonna. Qui è proprio bello perché si sta in compagnia ». Se volete calarvi nell’atmosfera, rileggete Fenoglio più di Pavese. Tra l’altro, Roddino è Alta Langa fenogliana.
Undicimila agnolotti mignon assemblati in quattro ore, stivati in venti sacchi e congelati per la settimana, con 40 chili di ripieno, 360 uova e svariati decametri di pasta tirata a mano. Tra i tavoli della stanza, l’Università del Plìn è quello a sinistra, il più grande, dove le novizie e soprattutto i seminaristi del pizzicotto vengono a imparare. «Le vede come sono piccole, le raviole? Gioiellini! Le cose piccine sono le più preziose, lo sanno tutti», sussurra Carla Olivero, altra esimia docente. «Tutto il buono viene dal ripieno, e intanto i ragazzi tagliano. Per i pizzicotti giusti, vanno meglio le mani delle donne. E quando abbiamo finito, ce la raccontiamo». C’è fervore e meccanica dei corpi, in questa catena di montaggio fordista dell’agnolotto. Si sente il tàc tàc della rotella che il ragazzoLuigi Adriano, di anni 83, usa per separare gli agnolottini l’uno dall’altro. «Noi qui in Langa lo chiamiamo il rubilìn, la rotellina… Conosco Gemma da quando eravamo bambini. Io nella vita ho fatto l’impiegato e vengo qui il giovedì da una quindicina d’anni, cioè da quando sono andato in pensione. A casa? Lì non cucino, lì io mangio».
Passa Gemma con una torta di mele e una manciata di amaretti del Sassello per rifocillare i lavoratori. Tutto gratis, sia chiaro: la ricompensa sarà il pranzo insieme, con un menù diverso da quello dei clienti che aspettano quattro o cinque mesi per avere la grazia di un tavolo. «Il mio segreto è non cambiare mai», dice Gemma. «Il menù fisso è sempre lo stesso, perché i clienti vengono apposta». Ovvero i fortunati che nei “click day”, e ce ne sono appena tre all’anno, riescono a prendere la linea e prenotare. L’ultima volta, dalle ore 10 alle ore 10 e quaranta secondi del 30 novembre 2024, se ne sono andati tutti i tavoli del sabato e della domenica per i quattro mesi a seguire.
La signora Irma Adriano racconta di mamma Delfina che le insegnò il plìn ma non i tajarìn, le tagliatelline al coltello («Poverina, morì che io avevo undici anni e non fece in tempo» ), mentre la signora Donatella Straneo dice che qui stacca il cervello: «Il giovedì mando via i pensieri e ascolto le storie degli altri, i matrimoni, le medicine, la vita. È come andare in analisi, però gratis».
C’è anche un novizio, che è un omone e si chiama Luigi Battaglino. «Sono in pensione anch’io, prima facevo lo pneumaturgo». Prego? «Il gommista, a Castellinaldo. Avevo questo desiderio di venire qui da Gemma, non è stato mica facile: ho chiesto, ho aspettato il giusto e adesso eccomi. Ci sono persone gentili e si passano ore belle, spero mi facciano ritornare». Chissà che pizzicotti, le dita di un gommista.