sabato 15 marzo 2025

L'Amaca

 

La democrazia come patria
di MICHELE SERRA
Nella presentazione alla Stampa Estera della manifestazione di oggi a Roma, mi ha molto colpito la domanda — intervento della giornalista canadese Megan Williams, della CBC, che è il servizio pubblico radiotelevisivo. Ha detto (mia estrema sintesi) che l’elezione di Trump sta cambiando profondamente il suo paese. La preoccupazione e l’orgoglio hanno ricompattato opinione pubblica e classe politica. Sentirsi canadesi, oggi, è diverso da ieri. È un sentimento più forte.
Non ho saputo risponderle se la brutalità dell’irruzione di Trump nella storia del pianeta abbia prodotto anche negli europei, e in specie in noi italiani, lo stesso meccanismo psicologico: spavento, seguito dal bisogno di unità. Come è evidente, Trump ha una forte sponda politica anche in Europa, nelle destre nazionaliste. Ci sono partiti ed elettori che guardano a lui con viva simpatia, specie quando fa piazza pulita del Welfare, delle politiche di inclusione, della cultura della diversità e dei princìpi della tolleranza. In alcuni paesi (per esempio il nostro) alcuni di questi partiti sono al governo. E non mancano — spesso coincidenti con i trumpisti — gli estimatori di Putin e della sua Russia autocratica: non c’è reazionario, nel mondo, che non veda in Putin un leader esplicito e deciso a tutto. Il cui nemico, pubblicamente indicato, è la democrazia europea.
Dunque, più che ricompattarsi “per nazioni”, gli europei democratici possono ritrovarsi come opinione pubblica trans-nazionale. Lo scontro ideologico in atto, sovranismo populista contro democrazia, attraversa ogni paese, non solamente in Europa. Attraversa le coscienze, scuote le pigrizie, incoraggia a parlare e a prendere posizione. Ci sono italiani, francesi, tedeschi, spagnoli, olandesi, greci eccetera che sono molto più prossimi, come visione del mondo, ai loro omologhi degli altri paesi europei, che ai loro connazionali nazionalisti e anti-europeisti. Il mondo è tagliato in due, in questo momento, e a segnare la differenza non è l’appartenenza a una nazione, ma alla democrazia.

venerdì 14 marzo 2025

Ulteriore chiarimento

 



Condivido

 

“L’Ue vuole più missili e povertà: perciò il M5s non sarà in piazza”
DI STEFANO PATUANELLI
Capogruppo del Movimento 5 Stelle al Senato

Gentile direttore, con le recenti decisioni della Commissione europea e del Parlamento europeo sul piano di riarmo continentale, si è deciso di mettere la pietra tombale sul progetto di una difesa europea comune. Sono andati in fumo anni di tentativi di creare un’Unione politica che avesse, in qualche modo, una comunanza anche in politica estera. Se me lo consente, lo vorrei spiegare in alcuni passaggi:
– Investendo a debito su nuovi armamenti accadrà che gli Stati membri con maggiore capacità fiscale investiranno maggiori risorse; quelli che sono maggiormente colpiti dal Patto di Stabilità probabilmente investiranno poco o nulla. Invece dunque d’imboccare la strada verso una maggiore integrazione, andremo verso una disgregazione che acuirà le differenze.
– La dimostrazione di questo la vediamo con l’annuncio che ha fatto il cancelliere tedesco, oppure da quello che filtra dai piani del Mef. Invece che parlare di esercito comune e difesa comune, che presuppone un’unione politica su cui questo piano non investe, oggi parliamo di leadership europee singole. Un disastro di fronte alle sfide che stiamo vivendo.
– Ricordiamo poi che la sospensione del Patto di Stabilità vale solo per le spese in armi, resta immutato su tutto il resto. È una naturale conseguenza che la concessione che ci vorrebbe fare l’Ue aumentando il debito per le armi, presuppone il restringimento fiscale in altri settori. Nella situazione in cui si trova oggi l’Ue, e specialmente l’Italia, non ci si può poi sorprendere al crescere del malcontento dei cittadini, con il trascinamento dell’ultradestra in tutto il continente.
– Avrebbe avuto senso sospendere il Patto su altro, su capitoli di spesa che comprendono gli aiuti alle imprese che investono in innovazione o per garantire loro maggiore liquidità. Se parliamo di crescita economica e non solo di welfare, avrebbe avuto senso sospendere il patto laddove abbiamo dei moltiplicatori economici consolidati, o per accelerare nel raggiungimento di una indipendenza energetica.
– Infatti, come dice il governatore di Banca d’Italia, quindi non un esponente del Movimento 5 Stelle, gli investimenti in armi sono improduttivi. Per alcuni economisti, anche mainstream, sono perfino regressivi.
– Numericamente vale la pena ricordare che l’Unione europea, già oggi, spende in armamenti più di Russia e Cina. Ciò che manca a questo continente, e il piano di Ursula von der Leyen aggrava queste lacune, è una unione che sia politica, solidale e organizzata sui grandi temi. Inutile negarlo, abbiamo costruito una casa partendo dal tetto e oggi invece che occuparci delle fondamenta stiamo cambiando le mattonelle.
– Il piano ReArm Eu uccide poi l’altro piano, il NextGen Eu. Sia dal punto di vista economico, sia da quello politico, sia dal punto di vista semantico.
– Infine ci dobbiamo anche domandare: ma quale messaggio politico stiamo dando? Nel momento in cui ci stiamo faticosamente avvicinando alla pace, l’Ue dovrebbe esserne protagonista per non far diventare quella pace una resa per l’Ucraina. Invece, mentre da una parte si stanno intavolando dei negoziati, noi parliamo di riarmo a debito.
Sono questi i motivi per cui non possiamo partecipare a una piazza come quella convocata per domani. Manifestare per avere un’Unione europea più forte significa manifestare contro la disgregazione politica ed economica che porterà il piano Rearm Eu alla stessa Europa e di conseguenza contro tutto ciò che rappresenta oggi l’esecutivo comunitario. Fingere di non saperlo è semplicemente ipocrita.

Attorno alla pazzia

 

Teste di tavolo
di Marco Travaglio
C’è un solo modo per capire il tavolo negoziale sull’Ucraina: ignorare le parole dei protagonisti e cercare di infilarsi nelle loro teste per intuire ciò che pensano. Trump ha una testa da affarista imbroglione, convinto che per ottenere risultati serva un caos di minacce, ricatti, detti e contraddetti. Ma, al suo secondo e ultimo mandato, vuole passare alla storia come pacificatore del mondo in fiamme e salvatore dell’impero Usa al tramonto. Perse tutte le guerre degli ultimi 70 anni, ha spostato lo scontro dal piano militare a quello commerciale: la Russia gli serve come partner per staccarla dalla Cina e dividere l’Europa (peraltro già spappolata di suo); l’Ucraina è un inutile impaccio, ma un’ottima riserva di materie prime. Putin è un’ex spia del Kgb e un satrapo feroce, ma anche un politico vecchio stampo che, diversamente da Trump, misura le parole e di solito fa quello che dice. Prima di invadere l’Ucraina, avvertì per 15 anni che non le avrebbe consentito l’annessione alla Nato e il tradimento degli accordi di Minsk per un Donbass pacificato e autonomo, considerandoli due minacce esistenziali per la Russia; e a invocare una conferenza tipo Helsinki per la sicurezza di tutti, amici della Nato e della Russia.
La dottrina militare russa non cambia a ogni stormir di fronda, come quella Usa e Nato: è tutta scritta e muta di rado. Progetti di invasione dei Baltici, della Polonia o dell’intera Europa non ne risultano: è ridicolo evocarli come pericoli imminenti o certezze per giustificare il riarmo dei 27, che fra l’altro a Mosca non fa né caldo né freddo (la sua deterrenza è in 6-7 mila testate nucleari e 2 milioni di soldati). Il quadro potrebbe cambiare se Baltici, Polonia e Germania si dotassero di arsenali nucleari ritenuti minacce esistenziali da Mosca. Ma Putin ha sempre cercato il buon vicinato con l’Europa e i grandi del mondo: fino al 2022 lo ebbe e ora Trump glielo ridà. La sua risposta sulla tregua ucraina era prevedibile: bastava studiare i negoziati di Istanbul del marzo-aprile 2022, sabotati dagli oltranzisti Nato. Il capo negoziatore ucraino David Arakhamia, fedelissimo di Zelensky, raccontò: “I russi erano pronti a porre fine alla guerra se avessimo accettato la neutralità: noi avremmo dovuto promettere di non aderire alla Nato. Questa era la cosa più importante per loro, il punto chiave. Tutto il resto era solo retorica: la denazificazione, la popolazione di lingua russa e altri blablabla”. Ma il 9 aprile “Johnson venne a Kiev e disse che non avremmo dovuto firmare nulla con i russi: solo combattere e basta”. Tre anni dopo, si torna alla casella di partenza, ma con centinaia di migliaia di morti in più. Infatti entrare nelle teste dei leader europei è inutile: per mancanza di leader, ma soprattutto di teste.

L'Amaca

 

Quando si è all’aperto
di MICHELE SERRA
Come forse saprete, sono abbastanza coinvolto in un evento pubblico che si svolgerà domani in piazza del Popolo a Roma. Per me e per le persone che mi aiutano (tante), il bollettino meteo è diventato un chiodo fisso. L’esposizione al cielo, per le persone fisiche, non solo non è un dettaglio, ma è molto rilevante. A seconda di quello che decide il cielo, cambiano le condizioni, l’abbigliamento, a volte anche l’umore.
Quando si è all’aperto, sole o pioggia, caldo o freddo fanno la differenza, e non c’è diavoleria tecnologica che riesca a mettere le briglie al cielo.
Il mondo virtuale non ha di questi problemi. Tutto si svolge nel chiuso delle stanze dove possiamo anche fare finta che il mondo, là fuori, non esista. Tutto è più protetto, ma anche più astratto. Ci sono i tasti che formano le parole, non si vedono le mani che le imprimono e lo sguardo di chi sta fissando il video. Tutto è solo pixel.
Se si va in piazza (non solo per manifestare, anche per prendere un caffè, per fare due passi, per guardare le vetrine) è per sentirci, insieme ad altri sconosciuti, gli abitanti della società, e la frase “esco a prendere una boccata d’aria” è sempre indice di un desiderio di salute, e di libertà. Devo avere citato spesso, lungo gli anni, in questo piccolo spazio quotidiano, il Gaber de “La strada”: la strada è l’unica salvezza. Non ho i social, non me ne vanto e non me ne pento, ma sono sicuro che non averli mi abbia aiutato ad amare le strade e le piazze fatte di pietra e di persone, e quella canzone mi ronza in testa, ultimamente, quasi ogni giorno.

giovedì 13 marzo 2025

Zac!



Che bello acchiappare il frame del mitico Colazione da Tiffany e vedere l’omino che blocca il traffico per non disturbare Audrey mirante le vetrine della rinomata gioielleria!

Luccicante