martedì 12 novembre 2024

L'Amaca

 

Trump, le risposte di padre in figlio
DI MICHELE SERRA
Uno dei figli di Trump, tale Donald jr, ha postato, sotto una foto di Zelensky, questa frase: “Tra 38 giorni perderai la tua paghetta”. Difficile immaginare un pensiero più volgare e più piccino di fronte a quella che, comunque la si pensi, è una guerra. Il sito “repubblicani contro Trump” (speriamo che esista un dio dei giusti che li assista) definisce “disgustoso” l’episodio, e chissà se anche a loro, che sono quanto rimane della destra americana lealista (nel senso di: leale a regole e linguaggio della democrazia), toccherà il bollo diradical chic .
Nei giorni scorsi ho letto diverse reazioni indispettite (eufemismo) alle considerazioni desolate, comprese le mie, sul livello di cultura democratica di molti elettori di Trump. Queste considerazioni, ovviamente, non sono a prescindere. Non discendono dall’appartenenza a questa o quella fazione. Si fondano sul fatto, oggettivo, che l’assalto a Capitol Hill, che Trump aizzò come se fosse la giusta reazione a un furto elettorale, non ha avuto alcun peso nel recente voto. Lo avrebbe avuto se buona parte dell’elettorato di Trump avesse, nel merito degli assalti ai parlamenti, qualche scrupolo. Ma un numero consistente di elettori di Trump, secondo i sondaggi, ritiene che la vittoria di Biden fu rubata, visione clinicamente paranoica che fa impressione riscontrare in masse così estese di persone.
Ma se lo si scrive, la replica non è mai nel merito. Mai una volta. Cioè: non cercano di spiegarti perché sia lecito e salubre pensare che Biden sia stato eletto con i brogli. Ti dicono soltanto: tu disprezzi il popolo.
Ovvero: se uno rutta a tavola, e glielo fai notare, lo fai perché disprezzi il popolo (quale “popolo”, poi?) o perché sarebbe meglio non ruttare a tavola?

Posto ma non sono d'accordo!

 

Manco le basi
di Marco Travaglio
Ormai, in questa batracomiomachia che parodizza le tragedie degli anni 70, non passa giorno senza che uno di destra voglia tappare la bocca a uno di sinistra, e viceversa. Tizio non deve parlare, Caio va punito per aver detto la tal cosa, il circolo o il sito Sempronio va chiuso, il corteo X o Y va proibito. La democrazia non muore perché è tornato il fascismo o il comunismo, come dicono gli opposti cabarettismi, ma perché nessuno si ricorda più che cos’è: un sistema faticosissimo, ma meno inaccettabile degli altri, dove tutti sono liberi di parlare e manifestare, anche per dire bestialità. Difendere questa libertà di tutti non significa che hanno tutti ragione: possono avere anche tutti torto, ma nessuno deve temere per ciò che dice. I veri (e rari) democratici si distinguono proprio quando difendono la libertà di chi è più lontano da loro. Esempio: che CasaPound sfili a pochi passi dalla stazione di Bologna, luogo della strage fascista, è osceno: ma nessuno può impedirlo. Se poi si commettono reati, la polizia interviene: dopo, non prima. E se gli antifascisti – ci mancherebbe – vogliono contestare la marcia di CasaPound, devono poterlo fare senza manganellate né cariche preventive.
Non è un’opinione. È l’articolo 17 della Costituzione: “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”. Articolo che non specifica per cosa o contro chi si manifesta: si può farlo sempre senza chiedere il permesso, ma solo dando il preavviso. Punto. Lo stesso vale per le continue guerre verbali su ciò che dice questo o quello. Se Saviano vuol dare la colpa della mattanza dei ragazzini di Napoli al governo, è liberissimo di farlo senza che il partito della premier lo additi al linciaggio come “sciacallo senza dignità”. Se un prof di liceo insulta e minaccia (criticare è un’altra cosa) un ministro, questi può querelarlo (e con buone speranze in tribunale), ma non levargli il lavoro per tre mesi e dimezzargli il già misero stipendio. L’articolo 21 della Carta dice che “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Cioè include anche il diritto alla cazzata. Chi solidarizza con Saviano e col prof, però, dovrebbe smettere di chiedere punizioni esemplari per le sparate di Vannacci&C. e dei negazionisti del clima, del Covid, del gender, della storia. E nessuno dovrebbe chiedere di vietare cortei e chiudere siti web e centri sociali di qualunque colore. Semmai sgomberare i palazzi che occupano illegalmente. Tutti, però.

Natangelo

 



Cattiveria

 



Che avanspettacolo!

 


In ricordo di Licia Pinelli

 

La vita di tormenti della vedova Pinelli morta senza giustizia “Ma io so cosa successe”
Lui, anarchico, ingiustamente accusato per la strage di piazza Fontana precipitò da una finestra della questura di Milano nel 1969 Lei ha passato i successivi 55 anni a cercare di far emergere la verità
DI STEFANO CAPPELLINI
È morta a 96 anni a Milano Licia Pinelli, la vedova dell‘anarchico Giuseppe Pinelli accusato ingiustamente della strage di Piazza Fontana.
Era nata nel 1928 a Senigallia, in provincia di Ancona, ma si era trasferita quando aveva due anni a Milano dove ha sempre vissuto.
Lascia le due figlie Silvia e Claudia.
Da quasi 60 anni alla ricerca della verità sulla morte di suo marito, Licia Pinelli era stata nominata nel 2015 commendatore al Merito della Repubblica da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
AMilano è circa l’una di notte del 16 dicembre 1969 quando il suono del campanello rimbomba nell’appartamento dove stanno dormendo Licia Pinelli, le sue due figlie e la madre di suo marito, Giuseppe Pinelli detto Pino, ferroviere e militante anarchico del circolo Ponte della Ghisolfa, che manca da casa ormai da più di 72 ore. Sta in Questura. L’hanno fermato, insieme a molti altri, dopo la bomba esplosa il 12 dicembre nella filiale della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana: 13 morti sul colpo, 17 alla fine, e quasi 90 feriti.
La signora Pinelli si rassetta, va ad aprire e si trova davanti due uomini affannati per essersi fatti quattro piani a piedi, l’ascensore non c’è. Si qualificano come giornalisti e, dopo essersi guardati come per darsi forza, uno dei due le dice: «Sembra che suo marito sia caduto da una finestra». Licia non dà loro il tempo di dire altro. Chiude la porta, quasi sbattendola in faccia a entrambi, e si precipita al telefono. Conosce il numero della Questura. Al marito capita spesso di averci a che fare per via della sua attività politica. La polizia è convinta della matrice anarchica della strage di piazza Fontana. È una falsa pista, anzi si tratta di un vero e proprio depistaggio, ma questo ancora non può saperlo nessuno. La signora chiede del commissario Luigi Calabresi, ci ha parlato altre volte, e il commissario, ovviamente, conosce bene il marito. Glielo passano e gli racconta cosa è appena accaduto. È sconvolta, chiede: «Perché non mi avete detto nulla?». Risponde Calabresi: «Sa, signora, noi abbiamo molto da fare». Licia Pinelli butta giù la cornetta. Non avrà altre informazioni dalla Questura che, anziché informarla, convoca la conferenza stampa nella quale il questore Marcello Guida sostiene che Pinelli si è suicidato («Improvvisamente ha compiuto un balzo felino verso la finestra socchiusa per il caldo»). Movente del presunto suicidio: la vergogna per aver scoperto che gli autori della mattanza sono compagni anarchici come lui. Balle, il suicidio quanto la pista.
Più tardi, sempre quella notte, Licia Pinelli riceve la visita della giornalista Camilla Cederna e di un medico dell’Università Cattolica per il quale aveva lavorato. Viene a sapere che Pino è stato portato in ospedale. La mamma di Pinelli si precipita al Fatebenefratelli. Non le fanno vedere il figlio e capisce presto che c’è poco da sperare. Giuseppe Pinelli detto Pino,41 anni, è morto. Le sue figlie, Silvia e Claudia, hanno 9 e 8 anni. Licia e Pino si erano sposati nel 1955, dopo essersi conosciuti durante un corso di esperanto, la lingua che nei sogni del dopoguerra doveva diventare universale. Appena capisce che non rivedràpiù il figlio, la madre telefona alla nuora e le dice: «Vedrai, da domani daranno a lui la colpa di tutto». La singora Licia risponde: «Va bene, ma ci siamo anche noi e ci dovranno fare i conti». Una frase cui ha tenuto fede per il resto della vita, cioè fino a ieri,quando è morta a Milano all’età di 96 anni.
Il racconto della notte del 1969 che ha incrociato per sempre la storia del Paese e quella della famiglia Pinelli è contenuto in un’intervista che la vedova del ferroviere anarchico rilasciò a nel 2008 a Francesco Barilli e Sergio Sinigaglia, pubblicata poi inLa piuma e la montagna (Manifestolibri). Intervista preceduta e seguita da anni di riserbo e dignità. Nel 1982 aveva scritto insieme a Piero Scaramucci un libro dal titolo bellissimo: Una storia quasi soltanto mia . La vedova Pinelli, che da sposata batteva a macchina le tesi di laurea per arrotondare il magro stipendio del marito, ha cresciuto le figlie e ha chiesto invano verità, senza cedere al rancore. Le rarissime uscite pubbliche non erano segno di incertezza, anzi.
Non ha mai cambiato idea su cosa sia accaduto al marito in stato di fermo presso la Questura di Milano. Queste le sue parole: «L’hanno picchiato, creduto morto e buttato giù. Oppure l’hanno colpito al termine dell’interrogatorio, facendolo poi precipitare incosciente, e questo spiegherebbe anche il suo volo silenzioso, senza neppure un grido, e spiegherebbe pure perché dei cinque agenti solo uno, il carabiniere, si precipita giù per accertarsi delle sue condizioni. Di questo racconto sono convinta». La stessa convinzione espressa a Gerardo D’Ambrosio, il magistrato che si era occupato dell’istruttoria, mai arrivata a individuare i colpevoli e chiusa con la famigerata ipotesi che il volo dalla finestra fosse effetto di un “malore attivo”. Quell’archiviazione, però, restituì alla vedova almeno una certezza ufficiale: Pinelli non si era suicidato. Quel pezzo di Stato che ne aveva raccontato così la morte aveva mentito. Non l’unica menzogna. Tutta la prima fase delle indagini su piazza Fontana fu inquinata: apparati infedeli, uffici affari riservati, servizi deviati. Da una parte si armò la mano dei fascisti di Ordine Nuovo, dall’altra si indirizzarono le indagini sugli anarchici. Si chiamava: strategia della tensione. Creare caos per invocare ordine, non nuovo in questo caso: molti dei protagonisti di questa strategia erano ex funzionari fascisti, e la parola ex spesso valeva per la carica, non per le idee politiche.
C’è un’altra data chiave in questa storia: 9 maggio 2009. Al Quirinale nella giornata della memoria per le vittime del terrorismo l’allora presidente Giorgio Napolitano si spende affinché siano presenti sia Licia Pinelli che Gemma Calabresi, vedova del commissario, ucciso nel 1972 da un commando di militanti di Lotta continua perché considerato il responsabile dell’uccisione di Pinelli. Quel giorno le vedove si stringono la mano e si siedono vicine. Non era scontato. Solo un anno prima Pinelli aveva escluso una riconciliazione: «A voltepenso che c’è stato un momento in cui se avessi incontrato per strada la vedova, con i bambini, forse avremmo potuto parlarci, avere un rapporto. Ma così, con tutto quello che è successo, no». Per una volta lo Stato ha ricucito ciò che aveva strappato. C’è stato un secondo incontro, dieci anni dopo. Resta, per Licia, la negazione di una verità giudiziaria. Pinelli e la prima delle stragi della strategia della tensione condividono un destino non casuale: nessun colpevole.

Un grandissimo Sindaco!

 

Intervista al primo cittadino Lepore
“Sbagliato scambiare collaborazione per obbedienza La città è stata oltraggiata”
DI ELEONORA CAPELLI
BOLOGNA — «Io di faccia ne ho una sola, guardo ai cittadini bolognesi e chiedo rispetto per la mia città oltraggiata sabato da un corteo di 300 camicie nere. La premier Giorgia Meloni non confonda la collaborazione con l’obbedienza, non possono esserci scambi su questo ». Il sindaco Matteo Lepore risponde a stretto giro alla premier Meloni, dopo giorni di polemiche sugli scontri che sabato hanno portato 13 feriti tra manifestanti antifascisti e forze dell’ordine, durante la manifestazione dei “Patrioti”.
Sindaco Lepore, Meloni l’ha accusata di doppiezza, con private richieste di aiuto e pubbliche accuse, a cosa si riferisce?
«Io ho chiesto aiuto pubblicamente alla premier, come sindaco di Bologna, città alluvionata. Questo non significa che la collaborazione implichi obbedienza, lo ha dimostrato il premier spagnolo Pedro Sanchez. Si è presentato a Valencia, si è preso le critiche e anche le bastonate, ma è stato alfianco del governatore che non è della sua parte politica. Inoltre io non ho dato a Meloni della picchiatrice fascista».
Allora cosa c’entra il governo con il corteo di sabato a Bologna?
«Chiedo spiegazioni sulla gestione dell’ordine pubblico. Perché è stato permesso che 300 persone con le svastiche al collo e, ribadisco, la camicia nera, sventolassero le loro bandiere marciando al passo dell’oca a pochi passi dalla stazione? Il fatto che sia stato permesso è un oltraggio alla città».
Non era d’accordo con il fatto di autorizzare il corteo dei “Patrioti”?
«Nel comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza avevamo convenuto che dovessero manifestare in piazza della Pace, in periferia, vicino allo Stadio, dove già in passato altre volte si erano riuniti.
C’è il verbale, il documento della Prefettura. La gestione pattuita in comitato non si è mantenuta, si sono prese decisioni al di fuori, negandolo fino ad oggi, anche con prese di posizioni false».
Lei ieri ha parlato della volontà di creare un caso, a pochi giorni dal voto per le regionali...
«Direi che i manifestanti in camicia nera sono riusciti a creare un caso politico perché è stato loro permesso. Su quanto accaduto sono intervenuti tutti: dalla premier al ministro della difesa Guido Crosetto, da Matteo Salvini al presidente del Senato, Ignazio La Russa. Oltre a numerosi parlamentari. Neanche se fosse scoppiata la terza guerra mondiale avrebbero dichiarato tutti insieme così velocemente. Credo abbiano capito che qualcosa è andato storto e di aver commesso un erroremadornale».
La campagna elettorale quanto c’entra?
«Diciamo che andrebbe fatta sulle questioni che interessano i cittadini: alluvione, ristori, fondi per la sanità, anche potenziamento della presenza delle forze dell’ordine da noi richiesto. Ci ritroviamo a parlare di 300 fascisti venuti in città senza che nessuno lo impedisse. Io ringrazio la polizia, si sono comportati in modo professionale, ma sono stati messi in una situazione sfavorevole, la piazza è stata tenuta con il senso di responsabilità di tutti».
I toni sono esasperati, Gasparri ha detto che Elly Schlein riporta alle “soglie del brigatismo”, La Russa ha evocato i “facinorosi”, lei cosa risponde?
«Non sanno di cosa parlano, noi non prendiamo lezioni da persone che hanno partecipato anche ai comizi di Casapound. Noi continuiamo a dire che le manifestazioni violente vanno censurate, ma ci spieghino perché hanno deciso una diversa gestione della piazza».