martedì 24 settembre 2024

Basilmente

 

Usa e Ue sono sempre più isolati, poveri e bellicisti
DI ELENA BASILE
È difficile credere che lo Stato profondo statunitense abbia cercato per la seconda volta di uccidere Trump senza riuscirci. Gli Stati Uniti sono il Paese democratico abituato a far fuori i propri presidenti. La Cia e il complesso militare industriale si sono sbarazzati dei due fratelli Kennedy, l’uno dietro l’altro, a pochi anni di distanza. Si ebbe allora la percezione che la realtà superasse la finzione. Sembrerebbe del resto verosimile che Trump sia funzionale al blob statunitense. Nessuno ha voglia di eliminarlo, di intimidirlo forse sì. Senza un personaggio estremo e peculiare come quell’imprenditore parvenu, come potrebbero i mezzi di intrattenimento del pubblico nella politica-spettacolo della più grande democrazia del mondo differenziarsi per far credere che esiste una lotta tra opposte fazioni? I democratici della Harris ridens possono oggi presentarsi come il partito che difende i diritti civili (Lgbtq+, aborto, apparentemente i migranti) e mostra un volto più educato e civile in Medio Oriente, grazie all’esistenza di Trump.
Nella sostanza nulla cambierà con la vittoria dell’uno o dell’altra, in quanto le politiche imperialiste dei neo-conservatori continueranno. Il dominio del mondo attraverso la supremazia militare e a vantaggio delle oligarchie finanziarie, delle armi e dell’energia sarà perseguito a rischio di guerra nucleare e mettendo da parte la mediazione e la politica.
La macchina della propaganda è all’opera per far credere che l’escalation in Ucraina sia dovuta alla Russia. Si nega l’evidenza. Le linee rosse della Nato sono state cancellate gradualmente di fronte al dissesto militare ucraino e Mosca si è limitata a rispondere, raddoppiando gli sforzi, ogni qual volta l’impegno della Nato è aumentato. Un ex diplomatico, in un suo recente articolo sulla Stampa, arriva a sostenere apertamente che bisogna autorizzare le armi letali per colpire la Russia in profondità affinché si possa, dopo le elezioni statunitensi, negoziare da una posizione di forza. Non spiega come mai una strategia che fino a oggi ha fallito dovrebbe all’improvviso divenire vincente. La Russia risponderà con altrettanta cieca violenza ai colpi della Nato e l’escalation conseguirà nuove sconfitte di Kiev. È avvilente che si adotti, per ragioni di carattere elettoralistico, una retorica bellicista che non ha obiettivi strategici. L’analista in questione sa perfettamente che i nuovi morti fino a novembre saranno inutili e non cambieranno le sorti della guerra. Sono funzionali al Partito democratico per evitare di presentarsi agli elettori mentre una sconfitta catastrofica è in corso in Ucraina. Un morto o un mutilato di guerra da un lato, dall’altro quanti voti per i Dem?
Dominique de Villepin, ministro degli Esteri francese nel 2003, stretto collaboratore del presidente Jacques Chirac, pronunciò all’Onu un discorso memorabile per opporsi all’intervento della “coalizione dei volenterosi” contro Saddam Hussein. Parlò della legalità internazionale assicurata dall’Onu e di un necessario ritorno alla politica e alla mediazione nella lotta al terrorismo e per la pacificazione del Medio Oriente. Ancora oggi, sulle reti francesi, rivolge appelli affinché l’Occidente abbandoni i doppi standard, la profonda ingiustizia della sua politica estera e ritrovi le ragioni della diplomazia, in Ucraina come a Gaza, in quanto le soluzioni esistono e sono a portata della politica.
Gli Stati Uniti e l’Europa che vorrebbero governare dividendo e isolando i Paesi nemici dagli amici, in una logica schmittiana (Carl Schmitt, politologo tedesco, considerava la dialettica amico-nemico costitutiva della dimensione politica), si sono di fatto isolati dal resto del mondo che non vota con loro alle Nazioni Unite e non applica le loro sanzioni. Il Sud globale, incluse India e Indonesia, non ha intenzione di assecondare le logiche di potenza degli Stati Uniti. Cerca di portare avanti una strategia estera per i propri interessi, mantenendo i rapporti con Cina e Russia, scegliendo il campo ogni volta in ragione delle proprie convenienze. L’Occidente predatore (purtroppo, caro signor Rampini, nessuno ci dice “grazie”) appare per quello che è: una regione in declino economico e morale, che utilizza la forza bruta a Gaza come in Ucraina per difendere i propri privilegi. Il premier laburista inglese Starmer rappresenta il bellicismo più spinto contro la Russia e, dopo la tappa a Washington, cerca di ottenere un coinvolgimento italiano più esplicito nell’uso dei missili Storm Shadow, costruiti anche grazie a Leonardo. La Russia dagli zar in poi è stata il nemico tradizionale di Londra. L’Italia, senza force de frappe nucleare, ha solo da perdere da una dichiarazione di guerra a Mosca. L’utilizzo dei missili Storm Shadow grazie a operatori e intelligence atlantici è percepita, a ragione, dalla Russia in quel senso.

Cascano dal pero!

 

Andreotti? Non mi dire
di Marco Travaglio
Siccome non c’è nulla di più inedito del già pubblicato, la deputata FI Rita dalla Chiesa, appena 42 anni dopo l’assassinio del padre Carlo Alberto e di sua moglie Emanuela, allude ad Andreotti come il politico che i mafiosi volevano favorire. E la cosa fa grande scalpore sui media, come se fosse una novità dell’ultim’ora. Peccato che sia già tutto scritto nero su bianco nelle sentenze su Andreotti, assolto in primo grado, poi mezzo assolto e mezzo prescritto in appello e in Cassazione. Sentenze che nessuno osa citare, tantomeno Rita dalla Chiesa, devota a B. che definì i pm di Palermo “matti, antropologicamente diversi dalla razza umana” proprio per quel processo. Già nel 1971 il giovane Dalla Chiesa, capo della legione Carabinieri di Palermo, denuncia le collusioni mafiose di andreottiani tipo Lima e Ciancimino. E appena ci torna come prefetto nell’aprile 1982, solo e abbandonato senza poteri reali, scrive sul suo diario parole più dure di qualsiasi condanna: “Ieri anche l’on. Andreotti mi ha chiesto di andare e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia, si è manifestato per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardi per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori; sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno… lo ha condotto e lo conduce ad errori di valutazione di uomini e di circostanze; il fatto di raccontarmi che intorno al fatto Sindona un certo Inzerillo morto in America è giunto in una bara e con un biglietto da 10 dollari in bocca, depone nel senso: prevale ancora il folklore e non se ne comprendono i messaggi…”.
Nel 1986, testimone al Maxiprocesso, Andreotti nega di aver mai chiesto di incontrare Dalla Chiesa (che dunque avrebbe mentito al suo diario) e di avergli parlato del mafioso Inzerillo. Peccato che il generale l’abbia raccontato al figlio Nando, aggiungendo che Andreotti “è sbiancato in volto”. Il 2.4.1982 scrive al premier Spadolini: “I messaggi già fatti pervenire a qualche organo di stampa da parte della ‘famiglia politica’ più inquinata del luogo hanno già fatto presa là dove si voleva”. E il 30 aprile, giorno del delitto La Torre, annota nel diario: “La Dc a Palermo vive con l’espressione peggiore del suo attivismo mafioso, oltre che politico… Lo Stato affida la tranquillità della sua esistenza non già alla volontà di combattere e debellare la mafia e una politica mafiosa, ma allo sfruttamento del mio nome per tacitare l’irritazione dei partiti… pronti a buttarmi al vento non appena determinati interessi saranno o dovranno essere toccati o compresi”. Quattro mesi dopo, la lugubre profezia si avvera con una raffica di mitra in via Carini. Serve altro?

L'Amaca

 

Da che pulpito, Musumeci!
DI MICHELE SERRA
La nomina di Irene Priolo, presidente ad interim della Regione Emilia-Romagna, a commissario per l’alluvione, è quasi un’ovvietà: tecnica, amministrativa, operativa.
Ma rende ancora più grave, con il senno di poi, la scelta governativa opposta, nel maggio del 2023, quando il governo Meloni approfittò dell’alluvione (espressione orrenda, “approfittò dell’alluvione”, ma difficile da smentire) per “punire” l’allora presidente della Regione, Stefano Bonaccini, scavalcandolo nella gestione dei soccorsi, e commissariando di fatto un territorio politicamente “nemico”.
Si parlò di sciacallaggio. Con un eufemismo si potrebbe definirlo basso, anzi bassissimo spirito istituzionale, uso fazioso della catastrofe, speculazione politica sul fango.
Se uguale metro dovesse essere usato per la ben più catastrofica gestione territoriale della Sicilia, l’attuale ministro della Protezione Civile, Musumeci, in quanto ex presidente di quella Regione (dal 2017 al 2022), dovrebbe essere interdetto a vita, lui e l’intera classe dirigente siciliana, alla luce della pessima condizione del territorio, della fallimentare gestione delle acque, della scadente tutela del paesaggio.
E invece Musumeci ha inteso approfittare del suo ruolo per chiedere conto agli amministratori emiliani di come hanno speso i (non tanti) quattrini fin qui erogati dal governo. Pessimo gusto e soprattutto: da che pulpito. A differenza dell’Emilia, la Regione Sicilia gode di uno statuto di autonomia che rende impossibile attribuire ad altri, se non ai governanti siciliani in prima persona, la responsabilità del dissesto. E dello sperpero di miliardi.
Basterebbe questo per suggerire a Musumeci, siciliano di potere, estrema prudenza nell’esercizio del suo nuovo ruolo.

lunedì 23 settembre 2024

Riassunto di duemila anni




Bel pezzo!



«Allora, mentre tutto il mondo era concentrato a guardare quei due che poggiavano i piedi sulla Luna, Michael si allontanò a bordo del Columbia. In quel momento il satellite era distante 390.000 chilometri dalla Terra. Piú solitario di qualsiasi altro viaggiatore, Michael si inoltrò verso il lato oscuro della Luna. Verso la parte che ostinatamente ci viene negata a causa di un sortilegio, quello che i pianeti, muovendosi in un certo modo in ragione dei loro rapporti di forza, ordiscono tra loro. Michael, in quel momento, divenne remoto a tutti: l’unico uomo dell’intero sistema solare a essere separato da ogni cosa. L’unico alle prese solo con se stesso e con la gioia, irripetibile, che sentiva. Neppure Buzz o Neil, laggiú sulla Luna, erano soli. Neppure loro erano privi di un canale di comunicazione con chi era rimasto sulla Terra. Solo lui, per quarantasette minuti, conobbe quel rovescio di universo, quella vertiginosa quiete universale. Solo lui, da lí, non entrò in contatto con nessuno. Né con la base. Né con Buzz né con Neil. Solo lui riuscí a sentire il silenzio cosmico piú assoluto e sorprendente».

(Federico Pace, La più bella estate, Einaudi)

Auguri!!


Tantissimi auguri Fatto Quotidiano, unica fonte di stampa libera che non ha padroni né prende finanziamenti pubblici, cosa questa che dovrebbe essere normalità e che invece, qui ad Alloccalia, è purtroppo un cammeo unicum!

Noi, 15 anni di notizie e mai nessun padrone

di Antonio Padellaro

Costituzione, coerenza e comunità dei lettori. Sono i pilastri sui quali, al compimento dei primi 15 anni, noi del Fatto abbiamo edificato la nostra e la vostra casa. Lo ricordiamo tutti quando il giornale doveva ancora uscire e i cari colleghi scommettevano su quanto saremmo durati (un paio di mesi secondo i più caritatevoli). Convinti che con i primi (e gli ultimi) vagiti questo esserino, nato già morto, avrebbe invocato la protezione di qualche toga giustizialista. Si sussurrava che Antonio Di Pietro sarebbe stato il nostro editore ombra, in combutta con Beppe Grillo. Pensa tu. Sulla nostra prematura dipartita i tapini ancora aspettano, mentre sono le loro testate a sanguinare per l’inarrestabile emorragia di copie.
Quanto ai nostri presunti protettori, il primo editoriale sul primo numero, datato 23 settembre 2009, comincia con queste parole: “La linea politica del Fatto è la Costituzione italiana”. Con la mia firma che le rappresenta tutte: quelle della “sporca dozzina”, come Carlo Freccero chiamò il nucleo fondativo del giornale (a cominciare da Marco Travaglio, Peter Gomez, Marco Lillo, Cinzia Monteverdi). Sommate a quelle dei trentacinquemila eroici volontari che avevano sottoscritto l’abbonamento al giornale senza averne letto neppure una riga. Semplicemente sulla fiducia, circostanza unica e forse irripetibile nella storia del giornalismo italiano.
Che in questo quindicennio la Costituzione sia stata la nostra stella polare lo dimostrano l’archivio del giornale e le epiche battaglie, combattute e vinte da noi e da voi, per impedire gli stravolgimenti tentati dai governi Berlusconi, Letta e Renzi. Pronti come siamo a mobilitarci contro i nuovi strappi su autonomia differenziata, premierato e separazione delle carriere togate perpetrati dal governo Meloni-Salvini-Tajani. Quanto alla coerenza, è presto detto. Quindici anni fa ci siamo impegnati a fare un giornale libero, senza padroni e a cui nessuno avrebbe potuto dire mai cosa andava scritto o non scritto. È il testimone che ci siamo passati con Marco Travaglio quando nel 2015 ha assunto la direzione del giornale. Che Marco guida da par suo garantendo la convivenza delle opinioni e delle storie professionali più diverse. Lo abbiamo fatto ogni giorno pagando un prezzo salato, ma di cui andiamo orgogliosi. La nostra bandiera sventola sotto la testata ed è quella piccola e gigantesca frase che dice: “Non riceve alcun finanziamento pubblico”. C’è nessun altro giornale che possa dichiarare lo stesso, in una sistema dove le mammelle statali sono disposte a sfamare perfino dei fogli clandestini?
Quanto alle pagine pubblicitarie delle grandi aziende pubbliche e private che foraggiano questo e quello, perché mai dovrebbero rivolgersi a noi, sapendo che in presenza di una notizia ad essi sgradita il Fatto la pubblicherà comunque? Ma ilFatto è anche un’impresa e come ogni impresa che si rispetti garantisce la propria libertà mantenendo i conti in ordine. È stata la grande lezione che ci ha lasciato il nostro amato Giorgio Poidomani e che Cinzia Monteverdi ha ripreso e sviluppato diversificando le attività e dando vita a quello che rappresenta oggi un network modellato su una moderna e articolata domanda d’informazione. Perché il Fatto Quotidiano ha generato il Fatto quotidiano.it, ai vertici delle classifiche dei siti, e un’ampia gamma di proposte digitali. E poi un mensile (Millennium). E poi una casa editrice di successi (PaperFirst) E poi Loft che produce contenuti televisivi e macina ascolti (La Confessione di Peter Gomez, Accordi&Disaccordi di Luca Sommi e Andrea Scanzi). E poi la Scuola di cittadinanza del Fatto, concepita dal compianto maestro Domenico De Masi: “Per formare cittadini consapevoli e coltivare la democrazia attraverso la conoscenza e il pensiero critico”.
L’elenco dei nostri gioielli non nasce da inutile vanteria, ma dalla consapevolezza che per creare un giornale occorre una risorsa che non si trova in banca, ma nella passione civile di voi lettori. La vostra spinta inesauribile ci ha permesso di creare una comunità straordinaria. Quella stessa comunità che pochi giorni fa era la folla che ha riempito con presenze da record la Casa del Jazz a Roma per celebrare la nostra quindicesima Festa. Tutto nasce da quel primo numero che oggi potete rileggere. Da quelle edicole prese d’assalto che espongono un cartello che resta per tutti noi indimenticabile, commovente: “Il Fatto è esaurito”.

Già Tomaso!

 

Soldi, regole a parte e politici: il virus delle università online
MUTAZIONE GENETICA DEGLI ATENEI - “For profit”. I patron delle telematiche offrono cospicui finanziamenti alla destra e vengono “ricambiati” con provvedimenti (tasse e & c.) ad hoc: cortocircuito perfetto
DI TOMASO MONTANARI
La distanza delle ‘università a distanza’ dall’idea stessa di università è sempre più grande. E non solo perché “le università sono fra i pochi luoghi in cui le persone si incontrano ancora faccia a faccia, in cui giovani e studiosi possono capire quanto il progresso del sapere abbia bisogno di identità umane reali, e non virtuali” (Umberto Eco, 2013). Ma anche per la loro drastica mutazione genetica, innescata dal parere del Consiglio di Stato del 14 maggio 2019 che ha aperto le porte alla possibilità che le università possano appartenere a società di capitali. Poche settimane dopo, la telematica Pegaso si trasformava in una srl, e in quello stesso anno il fondo britannico CVC, con sede in Lussemburgo, entrava nella proprietà della società Multiversity di Danilo Iervolino (che possedeva Pegaso e Universitas Mercatorum), prendendone poi il controllo nel 2021, e formando, con l’acquisizione dell’Università telematica San Raffaele di Roma e dell’85% del Sole 24 Ore Formazione, il più grande polo universitario italiano in assoluto, con 140.000 iscritti (trentamila in più della Sapienza di Roma…), oggi presieduto da Luciano Violante. Un’idea dell’influenza di questo colosso for profit in mano a un fondo di investimento estero può essere data da alcuni dei nomi del suo advisory board: Maria Chiara Carrozza, già ministra dell’Università e attuale presidente del CNR; Pierluigi Ciocca, già vicedirettore generale di Bankitalia; l’ex capo della Polizia, e già ai vertici dei Servizi, Gianni De Gennaro; Monica Maggioni, già presidente Rai; Alessandro Pajno, presidente emerito del Consiglio di Stato; Giovanni Salvi, già pg della Cassazione. Non è difficile immaginare che anche per questo le università telematiche riescano di fatto a eludere i rigidi controlli che Ministero e Agenzia nazionale per la valutazione della ricerca impongono invece alle università in presenza. Come ha rilevato la FLC CGIL in un puntuale rapporto dell’aprile 2024, le telematiche praticano “soluzioni organizzative e dinamiche di funzionamento che snaturano la stessa funzione di verifica degli apprendimenti delineata dalla normativa italiana per gli esami di profitto… Ad esempio, diversi atenei nel corso del 2023 e anche del 2024 permettono di fare esami di profitto on line, sostenendo la prova da casa, o da altro luogo privato, tramite l’uso del pc o di altre piattaforme… anche se tale possibilità normativa è venuta meno il 31 marzo 2022, con la fine dello stato di emergenza”. E non sono solo gli esami: il rapporto medio studenti-docente negli atenei a distanza è di 384,8 a 1, mentre nelle università ‘vere’ è di 28,5 a 1 (dati 2022); e nella principale telematica l’83,5% dei docenti è a contratto. Che formazione è, questa? Eppure, una laurea su dieci è ​ oggi a distanza: nate come funghi (ben 11, di cui 9 private) tra 2004 e 2006, in seguito a una legge del secondo governo Berlusconi, le telematiche intercettano l’11,5 % degli studenti italiani.
Ma si può davvero parlare di ‘università’? Un ateneo for profit ha una natura diversa: non forma cittadini, ma vende a clienti; non ha come fine ultimo la ricerca e la cultura, ma il profitto dei padroni; deve stabilire una gerarchia tra l’interesse economico e la libertà accademica, e non è difficile capire come si risolva questa gerarchia; vive di un rapporto lobbistico con la politica che inquina alla radice il processo legislativo. La destra italiana ha una particolare simpatia per questa mutazione genetica: e non solo per ragioni, diciamo, di personale politico (per dire, il ministro Francesco Lollobrigida ha preso nel 2014, quarantaduenne, una laurea in giurisprudenza presso Unicusano di Stefano Bandecchi, il quale ora è entrato direttamente nella maggioranza di governo), ma anche per la cospicua entità dei finanziamenti (leciti, e in chiaro) che i patron delle telematiche versano alla destra e ai suoi vari partiti. È un fatto che il ministro della PA Paolo Zangrillo abbia esteso alle telematiche il provvedimento che addossa alle casse pubbliche il 50% delle tasse universitarie per i dipendenti pubblici che intendano laurearsi, per non parlare dello sfacciato vantaggio che è stato accordato alle università virtuali nel campo cruciale della formazione degli insegnanti. E non ci sarà un nesso con l’inerzia dei governi nel promuovere una vera attuazione del diritto allo studio investendo in mense e studentati, visto che uno degli argomenti più ricorrenti nella pubblicità delle telematiche è che “non dovrai pagare affitto, spese da fuori-sede né materiale didattico”? L’immaterialità delle telematiche comporta l’assenza di comunità studentesche capaci di manifestazioni di dissenso, e l’erogazione del ‘pezzo di carta’ (sul quale non è scritto, come invece dovrebbe essere, se lo si è preso in una università reale, o in una virtuale…) diventa di fatto l’unica missione, il profitto l’unico fine: per questo le ‘università’ virtuali sono la perfetta compagnia di un potere che odia il pensiero critico.