mercoledì 28 agosto 2024

L'Amaca

 

Libera volpe in libero pollaio
DI MICHELE SERRA
La questione della responsabilità delle piattaforme sui contenuti che veicolano è complicata. Si oscilla tra il pericolo di censura politica e il pericolo, opposto, di dare libera circolazione, e una impunità di fatto, a orrori di vario calibro (dalla pedopornografia al complottismo paranoico a quel vero e proprio avvelenamento dei pozzi che sono le fake news).
Colpisce, in questo difficile dibattito, che a prendere la parti del giovane padrone di Telegram, il miliardario russo Durov, sia soprattutto l’estrema destra. Colpisce e in un certo senso aiuta a orientarsi: se Musk, Putin, Trump e l’ossesso Tucker Carlson gridano allo scandalo per l’arresto, in Francia, di Durov, questo significa che il concetto di “libertà”, declinato alla loro maniera, comporta la prevalenza del forte sul debole e dello svelto di mano (e di digitazione) ai danni delle persone pensierose e rispettose. Libera volpe in libero pollaio: l’aforisma è attribuito a Che Guevara, si riferiva all’economia capitalista, è ancora più efficace e preciso se lo applichiamo alla rete. Ai tipi come Durov importa un fico delle conseguenze delle loro azioni, del loro successo e, in ultima analisi, della loro prepotenza. Non è colpa loro — pensano — se gli uomini si fanno gabbare, ingannare, irreggimentare dalle lingue biforcute che hanno trovato nella rete la loro Nuova Frontiera. O forse, più banalmente: le fake news e il complottismo sono la sola vera comunicazione mainstream della nuova destra mondiale. Senza i social, Trump non avrebbe mai vinto le elezioni. Per questo amano Telegram, la più sregolata delle piattaforme, e per questo odiano ogni regola, di qualunque natura. Libera volpe in libero pollaio.

martedì 27 agosto 2024

Perché?




Nessun segnale




Ottimi motivi

 

Dieci buoni motivi per cui è da idioti allearsi con Renzi
di Andrea Scanzi
È semplicemente sconcertante che il centrosinistra (o presunto tale) parli ancora (seriamente!) di un’ipotesi di alleanza con Matteo Renzi. I soliti tromboni e gli ancor più soliti camerieri sdraiati dell’informazione sono ripartiti con le insopportabili nenie su campo larghissimo, riformismo, renzismo e altre malattie più o meno politicamente mortali. Nella realtà, e ci arriverebbe anche un Cappellini qualsiasi (no, forse Cappellini no), anche solo pensare di allearsi con Renzi è da idioti. Per almeno dieci motivi.
1. Renzi non ha voti (cacicchi tipo Pittella a parte), come dimostra ogni elezione che Dio manda in terra, quindi non si capisce cosa aggiungerebbe e a cosa servirebbe unirsi a un partito (si fa per dire) più morto e sepolto degli antichi Fenici.
2. Raffaella Paita, da sempre una delle renziane peggiori (chiedo scusa per la ridondanza), si è piccata assai di fronte alla definizione dei renziani visti come “utili idioti”. Per una volta la diversamente vincente Paita ha ragione. Sia perché mai mi permetterei di definirli “idioti”, sia – soprattutto – perché i renziani non sono “utili” (se non forse alla cura della stipsi). Bensì sommamente “inutili” (a livello di aritmetica elettorale) e ancor più dannosi (a livello di ecosistema mondiale).
3. Come ha riassunto di recente Calenda, che Renzi lo conosce bene e da cui si è fatto inspiegabilmente prendere per i fondelli come un ciuccio dopo aver spergiurato che mai e poi mai si sarebbe alleato con lui, Renzi è totalmente inaffidabile. Se gli facesse comodo, si legherebbe pure a Casa Pound (che del resto ha meno colpe di Bin Salman). Renzi è il classico pesce piccolo (nel talento) convinto di essere intelligente e figo (ahahahah) perché ogni giorno mente a qualcuno. Fidarsi politicamente di lui è, con rispetto parlando, da deficienti.
4. Non solo Renzi non porta voti, ma li toglie pure. Esistono milioni di elettori che, se Renzi farà parte del campo larghissimo (aka Armata Brancaleone), continueranno ad astenersi con ancor più gusto, oppure smetteranno di votare M5S, Avs e Pd.
5. Tra quei milioni di elettori ci sarei – per quel che vale – anch’io. Costretto a forza tra scegliere Renzi e Meloni, oppure tra Boschi e Donzelli, opterei per una detartrasi col lanciafiamme. Senza anestesia.
6. L’idea di inseguire (ancora!) quel che resta di Renzi è figlia di quei “renziani mai morti” che non esistono nel mondo reale, ma pullulano nel Pd e in certe redazioni. È gente politicamente miope, oppure cinicamente interessata, oppure ideologicamente perversa. In tutti e tre i casi, è gente che – sempre con rispetto parlando – ha fracassato ampiamente la uallera. E dovrebbe solo chiedere scusa per tutto quello che ha detto e scritto dal 2013 a oggi.
7. Renzi ha distrutto alleanze. Sfasciato governi. Celebrato figuri improponibili. Mentito sistematicamente. Si è fatto beffe di ogni buonsenso, coerenza e decoro etico-politico. Cosa diavolo deve combinare per rendervi edotti della sua reale natura? Bombardarvi casa? Rubarvi la password del wi-fi? Regalarvi l’opera omnia di Renga? Basta!
8. L’unico campo largo possibile è quello alla sarda, con Calenda e Renzi lontani. Anzi lontanissimi. Soprattutto Renzi, che è un Re Mida al contrario: tutto quel che tocca implode. Per non dir peggio.
9. Se facessero una gara sul politico più detestato d’Italia, Renzi vincerebbe a mani basse (facendo pure il record del mondo di antipatia). Schlein: ci sei o ci fai? Inseguire Renzi per vincere è come telefonare a Hannibal Lecter per avere consigli su come diventare vegani.
10. Renzi è un leader politicamente trapassato almeno dal 2016. Quindi un’alleanza con lui non è neanche più “politica” ma esoterismo, o comunque qualcosa che attiene più al metafisico che al reale. La facciamo finita o no?

Girando attorno

 

Libertà vigilata
di Marco Travaglio
Siamo talmente mal messi che ci tocca difendere Povia. Invitato a presiedere la giuria di un talent a Nichelino e a esibirsi in un concerto, s’è visto annullare tutto dal sindaco per “la sua posizione sui diritti civili e la sua contrarietà ai vaccini, diverse dalla mia amministrazione”. Ma, sia chiaro, “non è una questione politica”. E invece è proprio una, anzi “la” questione politica. Tantopiù che quello è il 40° concerto che annullano al cantante. Se fosse per le sue qualità artistiche (secondo noi scarse, malgrado il primo posto a Sanremo 2006), nulla quaestio: se un cantante non ti piace, non lo inviti e morta lì. Ma se lo inviti e poi lo rimandi a casa per ciò che dice o pensa, si chiama censura. Che in una democrazia liberale non ha cittadinanza, altrimenti la democrazia liberale smette di essere tale. Noi siamo vaccinati e vaccinisti (senza obblighi, però) e sosteniamo i diritti civili: ma fra questi c’è la libertà di espressione, di dissenso e pure di scempiaggine, purché non si torca un capello ad alcuno. E un cantante si giudica da come canta, non da ciò che pensa. Ma da quando esportiamo la democrazia, in casa ce ne resta sempre meno.
Tutti fremono di sdegno per un elenco di “agenti sionisti” da boicottare pubblicata sul web da un sedicente “Nuovo Pci”: giusto, non si fanno liste di proscrizione. Il guaio è che molti degli indignati speciali, e persino dei personaggi citati, dal 2022 compilano liste di proscrizione di “agenti putiniani” che non sono né agenti né putiniani, ma hanno il grave torto di non pensarla come loro sulla guerra russo-ucraina. Poi c’è l’arresto, nella patria dei Lumi e della Liberté, del fondatore della app Telegram, Pavel Durov, imprenditore russo con vari passaporti. Può darsi che sia il nuovo Barbablù, ma se l’accusa è che le chat del suo social network sono utilizzate, grazie alla loro particolare segretezza, da organizzazioni criminali, oltreché da milioni di russi, di occidentali e persino da Zelensky, il suo arresto ci ripugna. E ci fanno scompisciare i giornaloni furiosi con “l’internazionale sovranista” dei Musk e dei Salvini che difendono Durov, ovviamente per conto di Putin. Durov fuggì proprio dalla Russia, che nel 2018 voleva bloccargli Telegram. Solo che allora l’Occidente protestò e Amnesty urlò: “Giù le mani dalla libertà di espressione”. Ora invece tutti tacciono quando il commissario macroniano Ue Thierry Breton minaccia di bandire X perché Musk è trumpiano e non fa come Zuckerberg, che mette le censure e le fake news di Facebook, Messenger, Instagram e WhatsApp al servizio dell’altra banda: quella “democratica” dei Biden e delle Harris, i “buoni” che possono fare come o peggio dei “cattivi” in ragione della loro innata bontà. Più combattiamo la Russia e più le somigliamo.

L'Amaca


In memoria di un uomo allegro
DI MICHELE SERRA
Alla fine di agosto del 2024, vent’anni fa, una banda di islamisti, di quelli che sgozzano, rapiva e poi uccideva, in Iraq, Enzo Baldoni, giornalista freelance (scriveva per quella irripetibile rivista che fu il Diario di Enrico Deaglio). Pubblicitario, traduttore, viaggiatore, Baldoni è stato un uomo intelligente, spiritoso e molto civile, nel senso profondo del termine: rispettava gli uomini e il mondo. Incivile — specularmente — fu lo schifoso dileggio al quale, da morto, venne sottoposto dal giornale Libero, per mano di Vittorio Feltri e Renato Farina. Questo mestiere può essere anche abominevole, se sono abominevoli le intenzioni che lo armano.
Se volete sapere meglio chi fu Baldoni, vi consiglio il lungo ricordo di Giacomo Papi sul Post .Milano, che fu la sua città di elezione, potrebbe fare qualcosa di più per non dimenticare la figura di questo globetrotter irrequieto, inerme e sorridente. Ci sono persone che è impossibile domare per la loro arroganza, e persone che è impossibile domare per la loro mitezza, e allegria. Di fronte all’incendio del mondo c’è chi versa fuoco e chi cerca di spegnerlo, e Baldoni era tra i secondi. Il fatto che gli attizzatori siano in maggioranza non toglie nulla alla ragione della minoranza soccombente. Dalla parte del torto sono i conformisti, non i pensierosi.

Pochi mesi prima di morire, Baldoni aveva scritto a un amico: “Non sono un Rambo o uno sconsiderato. Metto sempre le cinture in auto, portavo il casco sul cinquantino anche quando non era obbligatorio e prendo sempre tutte le precauzioni necessarie. Ho solo imparato che chi ha paura della morte ha paura della vita. E a me la vita piace parecchio”. 

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