mercoledì 22 maggio 2024

Robecchi

 

Elezioni. Fatta l’Europa, convinciamo gli europei (magari a non scappare)
di Alessandro Robecchi
Credo di esprimere un sentimento diffuso se dico che le imminenti elezioni europee creano un entusiasmo paragonabile alle gare di hockey su prato, e lo dico con tutto il rispetto possibile per una cosa importante, seppur di nicchia, come l’hockey su prato.
Anche prestando qualche attenzione al cosiddetto dibattito politico, la cosa è piuttosto deprimente. Provate voi, per esempio, a seguire gli arabeschi, che so, di Giorgia Meloni. Prima si avvicina al Ppe, litiga con Le Pen, Salvini lo tirerebbe sotto con la macchina, flirta con la signora Von der Leyen. Poi – contrordine patrioti – torna a parlare agli spagnoli di Vox, che sono leggermente più a destra del generalissimo Franco, e fa comunella con quella Le Pen da cui si dissociava tre giorni prima. La sora Giorgia si sforza di sembrare parecchio atlantista e si fa dare i bacini in testa da Biden, però non nasconde la sua simpatia per Orbán, che pare più amico di Putin. Insomma, anche un camaleonte avrebbe qualche difficoltà a mimetizzarsi nelle posizioni europee dei patrioti italiani, che infatti continuano a confondere la gente parlando di pastasciutta nello spazio (il cognato) o lottando a mani nude contro i dinosauri (il ministro dell’Istruzione e del Merito, ah ah) o della feroce dittatura comunista che c’è stata in Italia (non si sa quando, forse ai tempi dei dinosauri, e questo è il ministro della Cultura, sic).
Insomma, tutto ’sto tira e molla pare non aver spiegazione, se non quella di creare un giorno un’alleanza di centrodestra in Europa, portando il Ppe ad allearsi con la parte destra invece che con quella sinistra (che, en passant, sarebbe di sinistra come io sono frate trappista) e poi contrattare il debito pubblico italiano, che tanto per cambiare aumenta. Insomma, tutta la fumosa politica di Giorgia detta Giorgia di fronte alle elezioni europee è che punta a uno sconto. Questa mobilità giorgesca tra destra moderata e destra estrema, punta anche a bastonare i suoi alleati e a trasformare le elezioni europee in una specie di referendum su di lei. Da una parte, infatti, c’è Salvini, che tappezza le città italiane dicendo che lui difenderà la nostra casa e la nostra macchina, tipo polizza cristalli. Lui punta tutto su Vannacci, il che è già satira politica, e gli piacciono i tedeschi dell’Afd, quelli che rilasciano pensose interviste per dire che insomma, le SS non erano poi brutte come le si dipinge. Dall’altra parte c’è Tajani, con un appeal rispetto al quale l’hockey su prato sembra la Champions League, e che campeggia sui muri italiani in una bella foto che lo ritrae insieme al defunto Berlusconi, per dire di quanto è vivo il progetto.
Si dirà che c’è anche una sinistra, che partecipa alle elezioni europee, e la prima reazione a questa notizia è: “Ah, sì?”. Anche qui c’è un rischio labirintite, perché si può scegliere a catalogo, nel mazzetto dei candidati, tra chi parla di pace e chi tirerebbe i dadi urlando: “Attacco la Kamchatka!”, che sennò Putin arriva a Lisbona. Si vorrebbe più Europa, insomma, pare che si intenda più soldi per le armi, mentre di sanità o welfare si parla pochissimo, quasi zero, perché è una cosa démodé e i liberali si incazzano. Si dice che andrà a votare un elettore su due, il che è brutto e deprimente, non un bel segnale per la democrazia, eccetera, eccetera. Anzi, per portarci avanti col lavoro potremmo anticipare i titoli dei giornali del 10 giugno quando tutti si stupiranno che alle elezioni europee mancava la metà degli europei. Chissà perché.

Hai capito!

 

Eversori al governo
di Marco Travaglio.
Ormai, dopo le fanfare meloniane per l’ergastolano Chico Forti, vale tutto. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, magistrato in aspettativa, riceve a Palazzo Chigi l’ex generale Mario Mori, indagato dalla Procura fiorentina per le stragi politico-mafiose del 1993 a Firenze, Milano e Roma. Poi, non contento, appena si viene a sapere dell’ incredibile udienza, dirama una nota per rivendicarla e aggiungere senza pudore: “Conosco Mori da oltre 25 anni, ne ho sempre apprezzato la lucidità di analisi e la capacità operativa, nei vari ruoli che ha ricoperto, in particolare alla guida dei Ros e del Sisde (soprattutto quando trattò con Riina tramite Ciancimino, non perquisì il covo di Riina e non arrestò Provenzano che il confidente Ilardo gli aveva servito su un piatto d’argento, ndr). Gli ho manifestato per un verso vicinanza di fronte alle contestazioni che gli vengono rivolte…; per altro verso sconcerto, nonostante che decenni di giudizi abbiano già dimostrato l’assoluta infondatezza di certe accuse (che non c’entrano nulla con la nuova indagine, ndr)”.
Alla gara d’impudenza non poteva mancare il ministro della Difesa Guido Crosetto: “È stata aperta una nuova indagine contro il Gen. Mario Mori, per le stragi mafiose del 1993. Del 1993!! Stragi mafiose!! Non ci si poteva accontentare di avergli reso la vita un calvario per decenni; non si poteva accettare il fatto che fosse stato assolto… No, occorreva dimostrare che chi sfida il potere di alcuni, chi non si inchina alle logiche della casta, deve essere distrutto… Queste cose non dovrebbero accadere, nelle democrazie… Sono atti che si vedono nelle autocrazie, sono la dimostrazione che la legge non è uguale per tutti”. L’unica dimostrazione che la legge non è uguale per tutti è proprio negli sgangherati, eversivi deliri di due pezzi grossi del governo che – come gli autocrati – calpestano la separazione dei poteri, intimidiscono i magistrati che indagano a rischio della vita sui retroscena indicibili delle stragi del 1993 (sì: il delitto di strage non si prescrive mai, per fortuna) e s’improvvisano difensori d’ufficio (anzi di casta: quella vera) di un indagato per accuse gravissime di cui non sanno nulla. Che Crosetto, passato dal mercato delle armi alla Difesa senza fare un plissé, ignori le basi dello Stato di diritto ormai è cosa arcinota. Ma che li ignori anche il giudice Mantovano dà il segno dell’abisso tutto berlusconiano in cui il governo Meloni ci sta trascinando. Decidono lorsignori chi va indagato e chi no: l’azione penale dinanzi a una notizia di reato, obbligatoria contro i cittadini comuni, noi paria, non vale contro i bramini della casta e i loro amichetti. Un giorno, forse, scopriremo che cosa sapevano per avere così tanta paura.

L'Amaca

 

Furto di realtà e sistemi antifurto
DI MICHELE SERRA
Il navigatore della mia automobile parla con la voce di una donna con spiccato accento veneto — non saprei dire perché: è un’auto francese. Questo dettaglio, benché minimo, un poco mi disturba.
Non perché io abbia pregiudizi venetofobi, ma perché alle voci artificiali chiedo una “neutralità”, una irriconoscibilità, che mi tranquillizza. Il virtuale mi è utile, e di compagnia, purché rimanga virtuale. Non voglio ambiguità con il reale. Non voglio che una macchina mi parli simulando umanità. Mi coinvolgerebbe più di quanto io sia disposto a essere coinvolto.
Condivido dunque la preoccupazione, l’indignazione di Scarlett Johansson quando si è accorta che la voce di un’assistente vocale di OpenAI, società americana di intelligenza artificiale, era la sua. Aggravante: il boss della società le aveva chiesto espressamente di vendere la sua voce all’azienda; lei aveva rifiutato; l’intelligenza artificiale ha comunque creato una simil-Scarlett; la reazione decisa dell’attrice («in un’epoca in cui siamo alle prese con ideepfake e con la tutela della nostra immagine, del nostro lavoro, della nostra identità… attendo con impazienza una soluzione trasparente e l’approvazione di una legislazione adeguata per garantire la tutela dei diritti individuali») ha suggerito a OpenAI di rinunciare a quella voce.
La questione è gigantesca. Non riguarda solo una diva e la sua legittima protezione di se stessa.
Riguarda tutto e tutti. Riguarda il rispetto delle scelte e delle tutele individuali (io sono mia, io sono mio) e riguarda la definizione chiara, onesta, del confine tra la realtà e la sua contraffazione.
Nel futuro prossimo, forse già adesso, il furto di realtà sarà il crimine più diffuso. Tecnicamente più facile di uno scippo o di una rapina.
Progettare i sistemi antifurto sarà non solo un business formidabile, ma un’opera meritoria.

martedì 21 maggio 2024

L'Amaca

 

Il mistero Chico Forti 

di Michele Serra

Letti un bel po’ di articoli e di commenti sulla vicenda di Chico Forti, confesso di non averla capita. O meglio: capisco (e condivido) il sollievo umano per il rimpatrio di un detenuto per omicidio che ha già trascorso molti anni nelle carceri americane, e potrà scontare una coda di pena in quelle italiane, riabbracciando la madre molto anziana.

Quello che non riesco a capire è perché mai la sua vicenda avrebbe coloriture “politiche” tali da farlo benvolere dall’attuale governo e accoglierlo in pompa magna dalla presidente del Consiglio, signora Giorgia. Che cosa c’è di politico, in questa storia? E nella biografia di Forti? Nelle sue imputazioni?

Il precedente di Silvia Baraldini non è proponibile. In quel caso la componente politica pesava con evidenza, nel bene e nel male. La giustizia americana la considerò colpevole di reati di associazione sovversiva.

La sinistra italiana (in uno dei pochi momenti della storia repubblicana in cui è stata al governo: D’Alema presidente del Consiglio, Diliberto ministro di Grazia e Giustizia) si espose per i diritti di una detenuta per reati politici. Venne duramente criticata per ragioni politiche. Il contenzioso si capiva. Era comprensibile. Ci si poteva schierare.

Ma Chico Forti? Bandiera della destra, perché mai? Che cosa c’è “di destra”, in tutta questa storia? Non ho niente contro di lui, non ho niente da dire in suo favore (se non la generica vicinanza che mi viene da esprimere a chiunque sia detenuto).

Perché la destra ne ha fatto una bandiera? Per improvvisazione? Per caso? Per simpatia fisica con un bel signore atletico? Si è innamorata di lui “perché non aveva niente da fare” (Luigi Tenco)?

Vergognose parole!



Il Guerrafondaio Appisolato a stelle e strisce che nega il genocidio a Gaza, è quanto di più squallido si possa leggere in questi tempi! L’atroce azione del 7 ottobre di Hamas è certamente da condannare come una forma terribile di terrorismo. Ma che il rimbambito, nonché maggiore fornitore di armi dell’Assassino israeliano, continui a far finta di nulla, minimizzando l’ecatombe di bimbi, è azione malsana e soprattutto squallida. Spero prima o poi di vedere Netanyahu in galera, l’unico luogo a lui consono!

Mescolanze

 

Gotham City
di Marco Travaglio
Dunque, nell’Italia ridotta a succursale di Gotham City, è cosa buona e giusta che il premier accolga in pompa magna un ergastolano condannato definitivamente per aver trucidato a sangue freddo il figlio di un tizio affetto da demenza che aveva appena truffato (e meno male che ne ha fatto secco uno solo: con due morti ammazzati, arriva la fanfara; con tre, le frecce tricolori). Lo afferma un variopinto zoo di freaks, spostati, servi di scena e giuristi per caso, con argomenti talmente logici che verrebbero respinti anche in un repartino psichiatrico. C’è chi confonde l’estradizione di Chico Forti con un’assoluzione: siccome sconterà in Italia il resto della pena (si fa per dire: qui l’ergastolo è finto), vuol dire che è innocente. E c’è chi arguisce la bontà dell’accoglienza meloniana dal fatto che “nel 2020 Di Maio fece la stessa cosa e Travaglio scrisse editoriali per lodarlo”. Balle spaziali.
1) Di Maio non fece la stessa cosa: annunciò un accordo con l’Amministrazione Trump per estradare Forti, poi sospeso con l’arrivo di Biden. 2) Se io avessi lodato Di Maio, non avrei legittimato la passerella meloniana: un conto è far scontare al condannato la pena in patria, un conto è accoglierlo come un capo di Stato ai massimi livelli istituzionali. 3) Il 24.12.2020 il Fatto esultò a tal punto per l’annuncio di Di Maio da relegarlo a pagina 14 in un minuscolo trafiletto che riportava un lancio di agenzia, poi ripreso dai nostri social insieme a decine di altre notizie in breve. 4) Io non ho mai scritto una riga né sull’annuncio di Di Maio, né sul processo a Forti (chiuso dalla giustizia americana), né sull’opportunità o meno di estradarlo. A casa mia un assassino è un assassino, chiunque sia a stendergli il tappeto rosso: purtroppo l’unico premier (del mondo libero) che ha fatto una simile corbelleria è la Meloni. Che dev’essersene accorta, anche per le proteste degli elettori sconcertati, tant’è che ha fatto sparire le foto dal sito di Palazzo Chigi. Ora pagherebbe caro l’insano gesto se l’opposizione l’avesse inchiodata con gli argomenti di De Raho ed Emiliano. Invece l’idea più brillante partorita dalla sinistra più idiota del mondo è che, se fai l’inchino a Chico, devi farlo pure alla Salis: geniale paragone fra un assassino e un’imputata per lesioni che nessuno ha ancora condannato (i giudici ungheresi prenderanno buona nota).
A proposito di logica manicomiale. Quei golosoni di Corriere e Repubblica anticipano le memorie di Paolo Gentiloni, il commissario europeo del Pd che abbandona la Ue dopo cinque anni senz’aver lasciato traccia di sé (a parte il Pacco di Stabilità): “Sul Pnrr non ci fu trattativa. I fondi li decise un algoritmo messo a punto da due funzionari”.
Insomma, Conte&C. dissero “che avevamo conquistato un sacco di soldi in Europa”, ma “non è vero”. Hai capito quel millantatore di Giuseppi? Finse di proporre il Pnrr a Macron e ad altri 7 leader del Sud Europa, di convincere la Lagarde e Ursula, di attaccare la Merkel che voleva rifilarci il Mes, di litigare coi frugali del Nord e i destri di Visegrad, e alla fine di portare a casa la maggior quota di Pnrr: 209 miliardi, 36 in più di quelli previsti dal piano Von der Leyen. Invece erano due spicci, per giunta decisi dall’algoritmo. Quei mesi di negoziati durissimi fino ai quattro giorni e quattro notti di battaglia a Bruxelles (17-21 luglio 2020) se li è inventati lui. Peraltro con la collaborazione del Parlamento (che al ritorno gli fece la standing ovation, con elogi financo da B., Meloni, Salvini e Renzi). E di tutta la stampa mondiale e italiana, che dava per certo il rinvio sine die del Recovery, poi il taglio del totale da 750 a 500-400 miliardi, poi l’abolizione di quelli a fondo perduto, poi la riduzione della quota italiana ben sotto i 173 miliardi del piano Ursula, infine il diritto di veto ai singoli Stati per bloccare i bonifici ai più indebitati (cioè a noi): tutti ostacoli che Conte, nelle trattative, riuscì ad abbattere.
Lo scrissero i giornaloni che ora fingono di dimenticarsene e lo raccontò il ministro agli Affari europei Enzo Amendola, gentiloniano del Pd: “Quando a marzo con la Lettera dei Nove tirammo fuori l’idea dei bond europei, tutti ci sbeffeggiavano. Quattro mesi dopo abbiamo 750 miliardi di bond. E se ne parlava da 20 anni… Conte sull’ammontare delle risorse a 750 miliardi e sulla governance non ha mai ceduto. A un certo punto ha anche indossato i panni dell’avvocato delle prerogative della Commissione… L’ambiguità di formulazione faceva confondere il ruolo del Consiglio con quello della Commissione… Noi eravamo assolutamente contrari. Conte trovò poi la formulazione passando dalla decisione del Consiglio ‘in modo decisivo’ a quella ‘in modo esaustivo’”. Il gentiloniano Amendola si scordò il ruolo fondamentale dell’algoritmo e soprattutto di Gentiloni, di cui nessuno s’era accorto e che non ha mai smesso di rosicare. Il bello è che, quando arrivò Draghi, Sambuca Molinari scrisse su Rep che era stato “il governo Draghi a ottenere la maggioranza dei fondi”. E Severgnini confermò sul Corriere. E l’algoritmo? Mistero. Poi, quando Draghi e Meloni accumularono ritardi su ritardi, i giornaloni tornarono a dire che i 209 miliardi li aveva portati Conte, ma erano “troppi”. Ora Gentiloni svela che ce li diede l’algoritmo, ma erano pochi: “L’Italia è il settimo Paese nel rapporto tra soldi ricevuti e Pil. Altri hanno portato a casa molto di più”. Il primo che incontra ’sto algoritmo glielo dica che è uno stronzo.

lunedì 20 maggio 2024

Mannaggia!



Ohhh quanto mi dispiace! E dire che aveva ripulito le carceri dagli oppositori del regime, circa 5000 persone! Un simbolo di saggezza! Mannaggia!