lunedì 29 aprile 2024

Solo Giorgia!



Solo un nome e tutto si risolverà! Paura di non farcela? Devi scucire soldi per curarti? Hai pagato le tasse onestamente e ti senti un coglione? Avverti in Europa la stessa considerazione di un Gasparri al Cern? Hai fatto la coda per aggiungere una tettoia alla tua casa scatenando l’ilarità generale dei vicini che hanno usufruito dell’ennesimo condono? Scrivi Giorgia, solo Giorgia, e Lollo cenerà a casa tua con la sua sapienza!

domenica 28 aprile 2024

Detto



Favatam corda consolatur, intellectum accendit, audaces impellit! (Cicerone)

Santa(de)che story

 


La contessa Max, del chiaro ed incontrovertibile "io so' io e voi non siete un c...!" 

Scusate ma...

 




Sul frottolaio

 

I pistola fumanti
di Marco Travaglio
Oltre a mandarci i migranti dall’Africa, a pilotare le fake news, a far vincere la Brexit, a far eleggere Trump, a far rincoglionire Biden, a ispirare Dostoevskij e Cajkovskij prim’ancora di nascere, a dirigere occultamente il Fatto e tutte le altre cose brutte che accadono sull’orbe terracqueo da tre secoli a questa parte, ora Putin vuole “favorire l’astensionismo in Italia”. L’ha detto il sottosegretario Alfredo Mantovano, dunque dev’essere vero. Anche perché i suoi toni non ammettono dubbi: “Non si può escludere che ci siano ingerenze russe nella campagna elettorale per le Europee. In Spagna ci sono state, non per favorire una parte o l’altra, ma per delegittimare l’intero sistema. E può accadere anche in Italia”. Apperò: è quel che si dice la pistola fumante.
Non sappiamo in Spagna, ma in Italia il sistema lo delegittima e l’astensionismo lo fomenta la Meloni che, come Schlein e Tajani, si candida alle Europee già sapendo che al Parlamento europeo non metterà neppure piede. Promette di abolire le accise e abolisce lo sconto sulle accise. S’impegna a “tutelare i diritti del Superbonus e migliorare le agevolazioni edilizie”, poi dice che “il Superbonus è una tragedia contabile, la più grande truffa ai danni dello Stato”. Si tiene ministri imbarazzanti tipo Santanchè e poi fa la morale agli inquisiti (e pure ai non inquisiti) altrui. Promette legalità contro mafie e corruzione, poi fa approvare una ventina di leggi pro mafia e corruzione e prepara un indulto mascherato, ma solo dopo il voto per fregare meglio gli elettori. Offende i contribuenti onesti definendo le tasse “pizzo di Stato” e varando 18 condoni fiscali in due anni. Vaneggia di blocchi navali e piani Mattei, intanto gli sbarchi di migranti triplicano. Mette sul lastrico centinaia di migliaia di poveri, insultandoli pure come fancazzisti. Giura di abolire la Fornero, poi la riesuma riuscendo financo a peggiorarla. Predica il sovranismo e poi appalta la politica estera a Biden, Stoltenberg, Ursula e Zelensky e quella finanziaria agli euro-falchi. Strilla all’Ue “la pacchia è finita”, poi si genuflette all’Ue firmando un Patto di Stabilità tutto lacrime e sangue, infine si astiene sul medesimo. In privato, a due comici russi scambiati per ambasciatori del Catonga, dice che fra Ucraina e Russia urge “soluzione che sia accettabile per entrambe le parti”, ma in pubblico continua ad armare Kiev “fino alla vittoria”. Non spende una parola sul massacro di palestinesi a Gaza e si astiene all’Onu sulla tregua. Annuncia una tassa sugli extraprofitti bancari, poi torna indietro dopo una telefonata di Marina B.. Intanto piazza ai posti di comando i parenti suoi e dei suoi. Putin, lo sappiamo, è il diavolo in persona. Ma come spingitore di astensionisti, al confronto, è una pippa.

Totalmente d'accordo!

 

Il caso
Il partito pigliatutto Quei sintomi inquietanti di democrazia illiberale
DI STEFANO CAPPELLINI
ROMA — La foto di Pescara, con i manager di Stato trasformati in testimonial di Giorgia Meloni, è meglio di un abbecedario per spiegare quali sono i sintomi di una democrazia illiberale. Cos’è la democrazia illiberale? È quella democrazia che conserva i rituali formali, in primo luogo le elezioni, e al contempo perde la sostanza. Si svuota di quei meccanismi che regolano la distinzione dei ruoli, la terzietà delle istituzioni e la separazione dei poteri. È una democrazia menomata dove chi vince le elezioni si ritiene naturalmente proprietario dello Stato e di tutto ciò che lo Stato partecipa o il governo controlla, come appunto le aziende pubbliche o le agenzie nazionali. Una democrazia azzoppata nella quale il consenso elettorale viene brandito come un clava per ridurre o eliminare i contrappesi e poteri autonomi, dalla magistratura ordinaria a quella contabile, dalla libera informazione alle figure di garanzia.
Nello specifico italiano, la presidenza della Repubblica, il principale bersaglio della riforma istituzionale già incardinata in Parlamento, il cosiddetto premierato, che punta ad abbattere l’arbitro del sistema per eccellenza, il Quirinale, affinché chi è investito del voto popolare non debba rendere conto a nessuno se non agli elettori e nemmeno tutti, solo i suoi, secondo la logica perversa di un sovranismo plebiscitario. Per questo, negli intenti della riforma, anche il Parlamento va messo nelle condizioni di non poter esprimere in corso di legislatura un presidente del Consiglio alternativo a quello indicato dalle urne: la chiamano norma anti-inciucio, per vellicare i più bassi istinti populisti, mentre invece è un altro passo verso quei pieni poteri invocò invano dal Papeete Matteo Salvini. Il quale, caduto nel frattempo in disgrazia, contribuisce come può alla devastazione di ogni grammatica candidando Roberto Vannacci, generale dell’esercito in attività sebbene ormai fuori controllo.

Negli ultimi mesi si sono moltiplicati i casi di ingerenza, invasione e interdizione, in diverse direzioni. Ci sono stati gli attacchi ripetuti alla Corte dei conti, rea di aver acceso un faro sulla riscrittura del Pnrr e sul rischio concreto di mancato raggiungimento degli obiettivi prefissi. Per ritorsione, lo scorso gennaio il ministro degli Affari europei Raffaele Fitto, altro esponente di FdI, ha sottratto alla nostra magistratura contabile la nomina del rappresentante italiano presso la Corte dei conti europea, affidando l’incarico a un suo fedelissimo. Ci sono gli sfregi al Parlamento, ultimo dei quali è l’incredibile caso accaduto alla Camera dei deputati, in commissione Affari costituzionali, sull’autonomia differenziata. Il governo è andato sotto in una votazione a causa dell’assenza di alcuni parlamentari di maggioranza. Nessun problema: il presidente della commissione Nazario Pagano, in questo caso di Forza Italia, ha congelato l’esito per poter chiudere lavotazione a ranghi completi e così ribaltare il risultato. C’è la vicenda della censura in Rai al discorso sul 25 aprile dello scrittore Antonio Scurati. Al di là dell’evidenza dei fatti, rivelante è il particolare che, scoppiato il caso, a intervenire per replicare alle accuse di censura è stata Meloni in persona, di fatto rivendicando l’intervento («Propaganda a spese dei contribuenti») e facendo cadere anche l’ultimo velo di finzione su quella che la presidente del Consiglio considera la vera catena di comando aziendale.
Ma la foto di Pescara restituisce anche la debolezza di una classe dirigente, quella di nomina politica, che scambia l’investitura ricevuta per una forma di vassallaggio che incorpora dunque l’omaggio al feudatario. Il problema è duplice: da una parte un partito di governo cheritiene naturale trasformare in cartelloni pubblicitari due importanti boiardi mettendo loro in mano una maglietta con lo slogan elettorale di FdI; dall’altra i due dirigenti - Stefano Pontecorvo, presidente di Leonardo, la più grande azienda italiana insieme a Eni, e l’ex prefetto Bruno Frattasi, capo dell’Agenzia per la Cybersicurezza, la cui importanza non ha bisogno di essere spiegate – che la ostendono sorridenti e compiaciuti a favore di obiettivo. Se il gesto voleva rappresentare una adesione militante alla campagna elettorale meloniana, la gravità e il danno ai rispettivi incarichi sono evidenti. Ma anche a prendere la loro disponibilità allo scatto per altra cosa, un atto di malintesa cortesia davanti a una richiesta dei padroni di casa, le conclusioni sono persino più inquietanti: se non si sentono in grado nemmeno di declinare in pubblico una proposta irricevibile, cioè l’arruolamento coatto in una foto di propaganda, c’è da dubitare su quale possa essere il loro grado di autonomia di fronte alla telefonata proveniente da un ministro o da Palazzo Chigi.
Fratelli d’Italia è un partito dichiaratamente sovranista che, come tutte le forze politiche gemelle nel resto d’Europa, insegue e alimenta questa confusione tra partito e governo, partito e Stato, partito e aziende pubbliche. All’ultima assemblea dei dirigenti di Leonardo, il giorno dopo la presentazione del piano industriale da parte dell’ad Roberto Cingolani, il ministro del Tesoro Giancarlo Giorgetti ha mandato un composto videomessaggio, quello della Difesa Guido Crosetto si è invece presentato di persona e ha tenuto un discorso. A un certo punto ha pronunciato una frase che faceva così: dicevano che io fossi in conflitto di interesse con l’azienda, io invece sono in conflitto di interessi con voi, perché vi conosco tutti e so quando dite la verità e quando no. Dietro l’ironia, un’altra rappresentazione plastica di un rapporto non proprio equilibrato tra un ministro e un’azienda quotata che ha tra i suoi clienti anche il governo. Un mese dopo quell’assemblea, il presidente di Leonardo è sul palco di Pescara, insieme a Crosetto, a esibire lo slogan che accompagna la corsa di Meloni a Strasburgo: «L’Italia cambia l’Europa». Se questo è il cambiamento, si può solo sperare che l’Europa resista.


L'Amaca

 

Un cane e la sua padrona
DI MICHELE SERRA
Invece di braccare i fagiani, il giovane pointer Cricket inseguiva le galline, con grave detrimento dell’onore venatorio della sua padrona cacciatrice.
Che dunque lo ha eliminato sparandogli una fucilata,“perché andava fatto”.
Sarebbe solo una delle tante storie di brutalità e idiozia umana a discapito delle bestie, non fosse che la signora in questione è l’attuale governatrice del South Dakota, Kristi Noem, e ha raccontato l’esecuzione a freddo del suo cane in un libro autobiografico, con una certa fierezza: una specie di prova di iniziazione (a che cosa?), la dimostrazione che Kristi, di fronte alle difficoltà della vita, non arretra. Come un vero ometto.
Mal gliene incolse: un inevitabile putiferio politico e mediatico ha accolto il racconto, effettivamente ripugnante, dell’uccisione di Cricket. E poiché la signora Noem è una delle più accreditate candidate alla vicepresidenza — ovviamente al fianco di Trump — è fortemente possibile che questa storia le costi la candidatura. Per una ragione specifica: non esiste argomento più trasversale dell’animalismo, e sparare a un cane o a un gatto non solo è reato perfino laggiù nel South Dakota, ma genera uno stigma immediato, con grande rimbalzo sui social. Poi c’è una ragione più generale: il tasso di intelligenza di una persona che non solo ammazza il suo cane per futili motivi, ma lo racconta pure, è con ogni evidenza piuttosto basso. È probabile che questo secondo argomento, in una campagna elettorale, sia meno importante. Vale comunque la pena ribadirlo, inviando nel contempo un malinconico saluto a Cricket.