domenica 14 aprile 2024

Vieni fulmine!



Ora è chiaro che l’attacco ci doveva essere, la risposta alla distruzione del consolato doveva essere fatta per non far passare la dittatura immonda iraniana come una conigliera. Ed era anche ben chiaro al regime di Teheran che lanciare droni annunciati e razzi contro il sistema di difesa migliore del mondo equivaleva ad un buffetto ad un party mascherato. Senza essere Lucio Caracciolo è chiaro che tutto si potrebbe risolvere senza incendiare l’area più pericolosa del globo. Ma purtroppo c’è questo cialtrone infoiato da un misticismo terrorista, Itamar Ben-Gvir, leader del partito israeliano di estrema destra Otzma Yehudit, che tiene letteralmente per gli zebedei il premier mefitico Netanyahu, il quale fino a quando rimarrà al potere riuscirà ad evitare le rogne politiche che, speriamo, potrebbero portarlo in galera, alleluia!
Ben-Gvir dopo essere andato nel 23 a rompere i coglioni sulla spianata di Gerusalemme, sta pompando per attaccare Rafah e, soprattutto, per rispondere agli iraniani, checché ne dica il Rimbambito il quale da una parte telefona a Bibi per fermare il massacro palestinese, scocciandolo più che quelli di Geova la domenica mattina, dall’altra lo arma fino ai denti. 
A volte, e mai meglio che in questo caso, pensando a Ben rigurgita in core la frase “muore tanta gente per bene e i bastardi invece…”
Continuo oltremodo a sperare pur sempre nel fulmine dall’olimpo. Quando ce vo’ ce vo’!

Ancora lui

 

L’EX SEGRETARIO DS E SINDACO SOTTO LA MOLE - Lo scandalo a Torino. Tutti parlano di voti comprati e mazzette sugli appalti. E lui – che della città conosce ogni spigolo di potere – si eclissa. Pronto all’ennesimo giro di poltrona (stavolta si parla di Europa), attende e annota
DI PINO CORRIAS
“Ma Fassino, il pover’uomo, dov’è?” Ah, saperlo. Fassino detto “L’ombra lunga della sera”, per via del suo doppio metro d’altezza, il fisico largo una spanna e l’umore pieno di nuvole nere, si è eclissato da Torino, fiutando l’aria, dopo l’ennesimo scandalo di appalti, voti di scambio e di tangenti, quelle che a Bari, per via del clima e del mare, chiamano “gelati”. Non si fa vedere in giro. Non parla. Non dichiara. Non risponde al telefono. Peccato. Perché conosce i Gallo, padre e figlio, da sempre. E di cose da dire sulla sinistra torinese – che fu comunista, socialista, riformista e persino paracula – ne avrebbe parecchie, visto che ci è nato dentro, dai tempi remoti dell’anno 1968, segretario del pci Luigi Longo, responsabile della Federazione giovanile torinese un infervoratissimo, barricadiero, Giuliano Ferrara, per dire come cambiano i globuli rossi e i secoli.
Solo una decina di giorni fa il nostro Piero era ancora in grande spolvero, pronto con le borse e le cravatte per andare a bere il bicchiere della sfatta a Bruxelles, ultima candidatura, forse, dopo le mille miglia percorse intorno ai tavoli della politica. A far di conto, un veterano di incarichi con sette legislature sulle spalle, a partire dall’anno 1994, due volte ministro, la prima con Giuliano Amato presidente, la seconda con D’Alema, una volta sottosegretario agli Esteri con Romano Prodi. Poi sindaco di Torino, 2011-2016, fino a quella memorabile sfida prima con Grillo (“provi lui a fare un partito, poi vediamo”) quindi con Chiara Appendino (“provi lei a fare il sindaco, poi vediamo”) che lo condussero alla sconfitta mai elaborata, dopo la quale smarrì Torino e forse anche il senno.
La passione politica di Franco Rodolfo Piero Fassino viene dal padre che fu comandante partigiano in Val di Susa, compagno d’armi di Enrico Mattei che nel Dopoguerra lo nominò concessionario Agipgas per il Piemonte. Un posto d’oro. Per questo Piero nasce benestante a Avigliana, anno 1949. Cresce circondato dal grigio della città fabbrica e dalla tetraggine del partito che assorbe prima l’invasione sovietica dell’Ungheria, anno 1956, poi della Cecoslovacchia, soffocata dai carrarmati. Quella seconda volta Piero acutamente annota: “Capii che la libertà viene prima di ogni altra cosa”. Ma siccome è appena uscito dal liceo dei gesuiti, fa il contrario, iscrivendosi al partito, dove si trova subito benissimo: segretario della federazione giovanile provinciale, tanti saluti alle ceneri di Jan Palach.
Apostolo della disciplina di partito, combatte ogni deriva movimentista, detesta i No-Tav e il disordine grillino. Ammira (invece) tutti quelli che tagliano a pezzi e friggono la politica per masticarla a dovere, “dall’amico Giuliano Ferrara”, al “leale” Clemente Mastella. Sarà il primo a riabilitare Bettino Craxi, “una figura da inserire nel Pantheon del partito democratico”.
Gli piacciono gli operai che guarda entrare e uscire dalla fabbrica. Lui fa il volantinaggio e acutamente annota: “Nel movimento operaio coesistono un’anima movimentista e una contrattualistica”.
Ha un debole per il potere. Ma specialmente per la ricchezza e le estati sullo Yacht di Giovanni Bazoli, l’emerito di Banca Intesa. Ammira non tanto segretamente Berlusconi al punto che quando scoppia il pandemonio delle escort, anziché fare fuoco e fiamme, pigola come un qualunque Violante: “E’ una storia scabrosa. Dovrebbe essere il premier a dare una spiegazione per evitare che l’Italia diventi un gigantesco Bagaglino”. Ma davvero?
In una gustosa intercettazione al tavolo del ristorante “Il gatto nero” di Torino, con moglie e amici, si vanta della sua tenuta da 20 ettari in Maremma e della sua casa romana, accanto al Pantheon. Ma in pubblico tiene il profilo basso, al punto da chiedere un poco di commiserazione per il proprio scarso stipendio: “Noi parlamentari guadagniamo solo 4718 euro al mese”, diceva la scorsa estate alla Camera, sventolando il cedolino come fosse il suo personale reddito di cittadinanza. Per poi mettersi al riparo (con tutti i 13 mila euro mensili in tasca) dalla pioggia di uova e risate, che gli sono piovute dai social e dai giornali.
Delle frasi a vanvera è uno specialista. La più celebre resta “Abbiamo una banca!”, detta al telefono a Giovanni Consorte, il capo di Unipol, impegnato nella scalata a Bnl, anno 2005.
Nel partito, mai naviga in proprio. Non avendo carisma, si annette quello degli altri. È stato alleato di Achille Occhetto fino alla disfatta. Fedele prima a D’Alema quando conquistò il partito, poi a Veltroni che glielo sottrasse. Tifoso di Bersani salito a capo della ditta. Devoto a Renzi quando volle sfasciarla: “È lui che rappresenta la novità”, disse. Per poi affiliarsi a Zingaretti: “È uno dei miei tanti figli”. Per non dire “dell’ampio, sincero consenso” verso Enrico Letta, segretario “di alta visione”. Così alta che venne addirittura da Parigi per guidare il pd contro il muro della destra più destra di sempre, per poi tornarsene di corsa sui Campi Elisi.
A ogni bivio della Storia, Piero prende la scia e segue. Alle ultime primarie stava con Stefano Bonaccini, il leader sconfitto. Oggi sta con Elly Schlein, la segretaria che ha vinto. Dopo il temporale in corso, vedremo.
Tolta la politica ha poche passioni, a parte la Juve, la politica estera, il jazz, le melanzane alla parmigiana. Veste in giacca e cravatta, da quando è bimbo, a segnalare la sua battaglia, anche estetica, contro l’insicurezza. Un sentimento che lo imprigiona, segnalato da un veloce sbattere di palpebre, quando prende fiato, e insieme da ricorrenti scoppi d’ira. È dai tempi di Botteghe Oscure che si narrano le sue sfuriate, i portacenere lanciati contro le segretarie. Una cattiva fama che ha sempre smentito, ci mancherebbe. Recita da martire più che da carnefice. Finirà riabilitato, visto che non traffica in armi come certi amici di D’Alema. Non fa a pezzi i giornalisti con la sega elettrica, come certi compari di Renzi.
Della tempesta in corso a Torino intitolata “Ogni appalto un tot”, conosce l’alfa e l’omega. E sa anche lui quel che Il coro oggi ripete: “Tutti sapevano tutto”. Lui sta quieto in platea. Ascolta in silenzio. E al massimo acutamente annota.

Furboni e stelline

 

I golpisti buoni
di Marco Travaglio
Appassionati di western come siamo, seguiamo sempre con entusiasmo la guerra fra buoni e cattivi. L’altroieri, per dire, il petto ci s’è gonfiato di orgoglio patriottico nell’apprendere che il generalissimo Francesco Paolo Figliuolo, già esperto di vaccini per Draghi e di alluvioni per la Meloni, fa la spola fra l’Italia e il Niger per ricominciare ad addestrare i parà golpisti che l’estate scorsa rovesciarono e arrestarono il presidente filo-occidentale regolarmente eletto Bazoum e issato al suo posto la giunta militare filorussa del generale Tchiani. Avete capito bene: quelli fanno il golpe e noi li addestriamo. Quelli espellono i 1500 militari francesi e i 1100 americani, cacciano le missioni dell’Ue e noi restiamo lì – unici in tutto l’Occidente – coi nostri 250 soldati, pronti a raddoppiarli. Il perché lo spiega l’intrepido Figliuolo, pancia in dentro e nastrini infuori, inviato sul posto dal sagace Crosetto: “Le autorità nigerine (i golpisti, ndr) ci hanno promesso il ritorno alla democrazia e all’ordine costituzionale”. Lui li ha guardati negli occhi e ci ha creduto. O gli hanno detto di crederci: “L’Italia è l’interlocutore privilegiato del Paese, crocevia di tutti i flussi migratori dal Sahel e dal Corno d’Africa”, ergo nostro “prioritario interesse nazionale”. E, se ce ne andassimo anche noi, lasceremmo “spazi di manovra a influenze malevole, ad esempio russe e cinesi”. Ecco: o noi, o loro. E poi, sennò, con chi lo facciamo il Piano Mattei? “I nostri rapporti proficui col Niger contribuiscono sinergicamente all’implementazione del Piano Mattei con strategie di cooperazione paritetiche e innovative”, mica pizza e fichi. Quindi mica si può sottilizzare troppo su quali mani si stringono e di quanto sangue grondano: “Da quelle parti lì il confine tra buoni e cattivi non è così netto”. Ma non mi dire: “da quelle parti lì” (e solo lì) ci facciamo andar bene anche i cattivi, sennò arrivano i cattivoni Cina, Iran e Russia.
Purtroppo Figliuolo e i suoi geniali mandanti non si sono accorti che la Cina è arrivata da mo’: prima del golpe era il secondo investitore dopo Parigi (2,7 miliardi di dollari fino al 2020 in ricerche petrolifere e giacimenti d’amianto) e ora, cacciati i francesi, sarà il primo. L’Iran sta per fornire al regime nigerino droni in cambio di uranio. E, appena Figliuolo ha finito di parlare, sono arrivati pure i russi. Due notti fa i quadrimotore Ilyiushin hanno sbarcato a Niamey i primi 100 militari dell’Afrika Corp, con tanto di missili e troupe televisive per immortale lo storico evento: l’ingresso dell’esercito di Putin, già presente in sei Paesi del Sahel, nell’ultimo ex presidio occidentale della regione. A prendere sul serio le promesse dei golpisti al generalissimo Figliuolo, vuoi vedere che niente niente ora è la Russia a esportare la democrazia?

L'Amaca

 

L’epoca dell’ansia
DI MICHELE SERRA
Tra i comfort della modernità c’è l’iperconnessione, la facoltà di potersi sentire in contatto con il mondo in tempo reale. Tanti e magnifici i vantaggi. Ma ci sono momenti nei quali rimpiangi il “prima”, il lunghissimo prima nel quale quasi ogni giornata si consumava nel piccolo spazio della tua vita, e l’orizzonte era corto come il tuo sguardo.
Uno di questi momenti è stata la snervante attesa dell’attacco iraniano (risposta all’attacco israeliano che è una risposta all’attacco di Hamas che è una risposta a… si possono riempire i puntini per migliaia di pagine, indietro indietro fino ai tempi di Mosé, come se le generazioni si fossero succedute invano. Anzi, è proprio così: le generazioni si sono succedute invano). Dicevo, la snervante attesa dell’attacco iraniano che oramai è alle porte di Israele. Ma per un paio di giorni è stato come se dovesse accadere da un minuto all’altro, ed è ulteriore ansia che si aggiunge a vecchie ansie.
Il problema è che l’ansia non favorisce la serenità, e va bene; ma nemmeno la lucidità, e questo va meno bene. Lucido sarebbe affrontare i problemi con determinazione, con energia, e invece, in questo stato di caos proclamato e continuamente diffuso, viene voglia di darsi per vinti, chiudersi in un igloo, o in una capanna nella foresta, e lasciare detto: chiamatemi quando siamo per davvero alla fine del mondo, fino a lì non fate più conto su di me. Se poi il missile iraniano (israeliano americano cinese turco russo marziano) mi centra in pieno mentre me ne stavo lì, ignaro, a cucinare tuberi nella mia capanna, pazienza.
Fino a un secondo prima sarò stato felice.