venerdì 23 febbraio 2024

Domandina




Spiegazione veloce




La politica mestierante

 


Assistiamo impotenti all'ennesima commedia all'italiana, il regno della politica come mestiere, feudo di chi, dal consigliere comunale alle più alte cariche, altera incommensurabilmente l'idea filosofica della Politica, l'intrinseco servizio alla comunità che ne scaturirebbe se fosse normodotato il pensiero che il dedicarsi agli altri, qualsiasi colore s'indossi, non sia per sempre. Ed invece apriti cielo! Paleozoici energumeni sbraitanti alla luna, in cerca di una riconferma che manleverebbe loro dal ricercare il solito ed usuale anfratto in qualche partecipata per il dolce scazzeggio attendente la smagliante pensione.

Due mandati, dieci anni. Sono sufficienti per far politica al riparo dai pericoli sparsi ovunque, degeneranti la propria dignità? Si, bastano ed avanzano, come il Movimento 5 Stelle da sempre attua al suo interno, tra la derisione generale dei mestieranti. 

Un presidente di regione dispone di tempo congruo per materializzare i suoi progetti nei due mandati? Altroché! 

E allora? Fermo restando che, personalmente, agogno la scadenza del doppio mandato totiano in Liguria come una liberazione, è eclatante la ritrosia del Cazzaro in merito al termine del governatorato veneto di Zaia, che lo trasformerà in un suo avversario della poltrona di segretario della Lega. 

Ed infine Bonaccini: Bonaccini prova per qualche istante a fare il politico con parvenza di sinistra! Prova a staccarti dai tuoi colleghi pachidermi che nella politica vedono solo un mestiere, molto ben remunerato. Provaci e vedrai che comprenderai di esserti anche tu trasformato, in peggio. 

Nota per il grande pensatore leghista  Calderoli che ha minacciato di estendere il limite dei due mandati ai parlamentari: ma ben venga questa novità, che trasformerebbe l'intero parlamento in un opificio di idee e miniera di iniziative, mentre ora, pensando a Fassino, Casini ed egli stesso, appare come un coacervo di pensionati imbolsiti, storditi dal bisso ed incapaci di comprendere una vita lontana dalla ribalta. 

    

Sbadiglio bloccato



Sbadigliando mi ricordo che l’appisolante partita con i francesi si giocherà alle 18:45. Entro in casa con noncuranza in lieve ritardo, accendo la tv e vedo dei rossoneri esultare: evvvai! Invece erano le renne. Rimango seduto col piumino con fronte già imperlata, presagendo un funesto baratro già vissuto. Jovic per fortuna m’attenua la palpitazione, per poco. Osservo la difesa pioliana trangugiando inutilmente Maalox. Il 2-2 non mi manleva dall’essermi rotto i coglioni del portoghese ridente a ‘stokazzo, che spero se ne vada al più presto. Domenica contro la Dea ho deciso: mi faccio una flebo di… “Sedatavooo”! Pioli Out! Leao Out! Ed infine panterina afflosciata in porta: svegliati Mike e torna in te!

Mai dire mai

 


Attorno al fulcro

 

Fate con comodo
di Marco Travaglio
Da due anni, da quando Putin ha invaso l’Ucraina, riceviamo accuse di putinismo da chi fino al 2022 era putiniano. E attendiamo con ansia che questi paraculi ci indichino una sola riga pubblicata dal Fatto in 15 anni a favore di Putin: attesa vana, visto che a Putin e alle sue cheerleader abbiamo riservato sempre e soltanto feroci critiche. Siccome abbiamo tanti difetti, ma non l’incoerenza e l’ipocrisia, non abbiamo atteso l’Ucraina per capire che Putin è un guerrafondaio (cioè un perfetto allievo della Nato, che scatena massacri in giro per il mondo senza neppure chiamarli guerre): ci bastavano la Cecenia (1999), la Georgia (2008), la Crimea (2014) e la Siria (2015). E non abbiamo atteso la morte di Navalny per capire che chiunque si opponga a Putin finisce male: Anna Politkovskaja, per tacer degli altri, fu uccisa nel 2006.
Dov’erano intanto i politici (non solo Salvini: quasi tutti) e i giornalisti che oggi si ammantano di antiputinismo? Pochissimi dicevano ciò che dicono oggi. Moltissimi scrivevano l’opposto, o si trinceravano dietro la realpolitik. E intendiamoci: ci sono rapporti istituzionali e commerciali che vanno mantenuti con tutti i regimi, anche i peggiori, come del resto continuiamo a fare con tiranni perfino peggiori di Putin (basti pensare da quali canaglie compriamo gas e petrolio da quando non li compriamo più da Putin contro i nostri interessi). Ma qui parliamo degli amorosi sensi per l’autocrate russo che travalicano la doverosa diplomazia. Mattarella distribuì cavalierati e onorificenze a 30 boiardi putiniani. B. faceva bisbocce con “l’amico Volodia”, “uomo di pace” e “dono di Dio” (tra gli applausi dei forzisti, inclusi quelli vivi). Il premier Letta affiancò Putin alle Olimpiadi di Sochi 2014 mentre gli altri leader occidentali disertarono contro le persecuzioni ai gay. Renzi (con Calenda) autorizzò la vendita di “Lince” Iveco dopo l’embargo militare post-Crimea e aumentavano la dipendenza dal gas russo, fece pappa e ciccia con Putin in vari vertici, si batté contro le sanzioni e finì in bellezza nel Cda di una società di car sharing partecipata da una banca di Stato russa. Di Maio inviò il fido Di Stefano al congresso di Russia Unita, con cui Salvini firmò un accordo di partnership mai disdetto. Meloni, nel libro del 2001, esaltò la Russia che “difende l’identità cristiana e combatte il fondamentalismo islamico”. Giornale, Libero e Foglio leccavano B. che leccava Putin, e viceversa. Repubblica ospitò per sei anni la propaganda putiniana a pagamento nell’inserto Russia Today. Poi, con calma, intuirono tutti chi è Putin. Quindi adesso potrebbero persino capire che i regimi che arrestano e perseguitano Assange non sono democrazie. Ma con comodo: fra una ventina d’anni.

L'Amaca

 

Poveri Pupi senza via di fuga
DI MICHELE SERRA
Lo so, ci sono problemi ben più gravi, nel mondo. Ma nonostante questo, o forse proprio per questo, la domanda del giorno, per me, è la seguente: riusciremo a evitare che un’eventuale separazione Ferragni-Fedez occupi, sui media di ogni ordine e grado, lo stesso spazio occupato dalla separazione Totti-Ilary? La risposta è no, non ci riusciremo.
Ci diranno tutto, ora per ora, essendo quelle due persone (anche per loro scelta) personaggi di spicco dell’immenso Teatrino dei Pupi che i media vecchi e nuovi gestiscono in comproprietà. Chi sono i burattinai? Ma siamo noi, che diamine, con i nostri clic. Prima li facciamo vincere, poi li facciamo perdere, prima li facciamo diventare ricchi e famosi, poi sciagurati e colpevoli (ci sono più inchieste sui pandori di Ferragni che sul cartello di Medellín).
Che siano persone in carne e ossa è un dubbio che raramente ci coglie, e la sola giustificazione è che forse quel dubbio non è venuto nemmeno a loro, nel momento in cui si sono consegnati, mani e piedi, alla legge dei clic.
Forse perché uno dei due l’ho conosciuto, e non mi ha fatto una cattiva impressione, mi dispiace vederlo in balia del suo stesso gioco. Per inguaribile ottimismo, quando vedo la preda braccata dai cani spero sempre che gli resti una via di fuga. Solo che “via di fuga” significa fuga.
Vuol dire andarsene, sparire nel profondo della macchia, o perlomeno provarci. Ci sono ancora margini di sparizione, in questo mondo atrocemente esposto? E sparire dove, poi?
Esiste ancora un altrove dal quale farsi inghiottire, o si è per sempre prigionieri dello stesso palcoscenico sul quale prima piovevano applausi e quattrini, oggi fischi e richieste di rimborsi?