venerdì 29 dicembre 2023

Già

 



Giorgetti è il migliore: ci ha regalato il “caos”

di Daniela Ranieri 

Vedi tante volte la vita: vai a dormire che sei il più intelligente ministro del governo Meloni (non che ci volesse tanto, obiettivamente), dopo essere stato uno dei migliori del governo dei Migliori, e ti svegli che sei il frontman di un’armata Brancaleone diuturnamente impegnata in figuracce, frottole, retromarce, sfregi al popolo, favori ai delinquenti, sottomissione ai poteri extra-nazionali e coglionaggine in economia.

Giancarlo Giorgetti da Cazzago Brabbia, profondo Varesotto delle feste nei capannoni della fu Lega Nord per l’Indipendenza della Padania, rispondendo in audizione alla Camera alle domande della commissione Bilancio ha confessato l’inopinato: “Il nuovo Patto di Stabilità è un passo indietro rispetto alla proposta iniziale della Commissione, perché abbiamo introdotto, in un sistema già complicato, il caos totale, tantissime clausole per richieste di diversi Paesi”, tutti tranne l’Italia, evidentemente.

Essendo il Patto un “caos totale”, lui l’ha appena firmato (poi, contro il suo parere, il suo partito ha respinto la ratifica del Mes così tutti avrebbero parlato di quello e non del disastro di autorevolezza). Non solo: il Patto “rischia di diventare addirittura pro-ciclico”, cioè capace di spingerci alla recessione, stante che ci imporrà tagli per 12,5 milioni l’anno fino al 2031, soldi che non verranno certo sottratti agli armamenti (ci siamo impegnati con la Nato per l’aumento al 2% del Pil per le armi, 13 miliardi l’anno), ma alla Sanità pubblica e a tutti gli altri obsoleti orpelli del welfare.

Giorgetti, sempre molto elastico di natura (è stato sottosegretario o ministro nei governi Berlusconi, Conte, Draghi e Meloni), diventa così l’ambasciatore principe dei messaggi schizofrenogeni del governo, la cui capa Meloni, che annulla la seconda conferenza stampa per eterna influenza, da sovranista e orgogliosamente populista che era quando c’era da prendere voti, è diventata la vestale dei conti in ordine, dello spread “sotto controllo”, di “una Borsa che dal 2023 sta facendo registrare la maggiore performance d’Europa” (sulle spalle dei disgraziati) e si inchina ai mercati (lontani i tempi in cui strillava contro l’Europa ai mercati rionali).

Giorgetti è posseduto dal Super-Io di Mario Monti: “Abbiamo vissuto quattro anni in cui abbiamo pensato che gli scostamenti si potessero fare, che il debito e il deficit si potessero fare e si potesse andare avanti così senza tornare a un sistema di regole. Siamo assuefatti a questo Lsd, ma il problema non è l’austerità, il problema è la disciplina”. Ma di chi parla Giorgetti? Non sono stati loro i principali spacciatori di questa droga che si chiama debito, deficit, insofferenza alle regole sovranazionali? Non era Meloni che sotto la pandemia prometteva “1.000 euro a tutti con un click”? Non era il “vincolo esterno” la materializzazione dell’Anticristo? Non era “finita la pacchia” a Bruxelles? Non dovevano i dioscuri della Lega Bagnai e Borghi spezzare le reni ai poteri finanziari, ridare voce al popolo, rendere l’Italia di nuovo grande nel consesso internazionale ripristinando se del caso la “liretta”? Qual è la differenza tra Draghi e Meloni, a parte che uno è laureato e l’altra no? Dove stanno “l’Italia protagonista” e “l’orgoglio italiano” che Meloni e i suoi sottoposti vanno sbandierando sui social? Per Domani Giorgetti “ha scelto la strada della schiettezza”: davvero? Allora avrebbe dovuto dire che l’Italia non conta niente in Europa, il suo ministro dell’Economia non conta niente nel governo e manco nel partito nato nella terra fantasy detta Padania, visto che lui e Salvini non sono d’accordo su niente (vedi Mes), e che le nuove regole del Patto sono state firmate con un vertice privato tra Germania e Francia (“Giorgetti? Sentito al telefono”, ha detto il ministro dell’Economia francese Le Maire: manca poco che dicano che però cuciniamo bene). Come non avvertire la malinconia dei dipinti di Hopper nella foto che ritrae Meloni nel “vertice notturno” al bar dell’Hotel Amigo di Bruxelles con Scholz e Macron, lei che ha detto: “Per alcuni la politica estera è stata farsi foto con Francia e Germania quando non si portava a casa niente” (ce l’aveva con Draghi nella famosa foto in treno verso Kiev con gli stessi soggetti, poi si è ravveduta e ha detto che parlava del Pd, entità collettiva e astratta che a volte si materializza e si fa le foto con Francia e Germania) e si è visto cos’ha portato a casa lei: il “caos totale” e il rischio recessione. (Comunque noi qualche dubbio su Giorgetti l’avemmo quando nel 2019 con la consueta flemma apodittica disse al Meeting di CL che “il mondo in cui ci si fidava del medico è finito” e che la gente preferiva curarsi su Internet, tanto valeva investire sul privato; poco dopo è scoppiata una pandemia con le terapie intensive e i Pronto soccorso allo stremo e 1000 morti al giorno).

giovedì 28 dicembre 2023

Ai ahia!



Ha dell’incredibile e dello spaventoso il video del giornalista di Repubblica che, sfruttando la IA, in men che non si dica ha preso le sembianze di celebri personaggi, facendoci temere il peggio che ha da venì! Nulla sarà come prima, tutto potrà essere taroccato, salirà oltremodo il dubbio in ognuno di noi, le fotografie, i video diverranno spazzatura e la verità s’allontanerà sempre più. Solo al pensiero che il ribaldo biondastro nel prossimo novembre ritorni in tolda iùesei, la voglia di cercarsi una buona grotta cresce esponenzialmente. L’intelligenza artificiale, come tutte le evoluzioni, sarà utile in molti campi e dannosissima in altri, in special modo nella nostra libertà già ora limitata. Molto limitata. Guardate lo sguardo di Donzelli e vi convincerete al riguardo.

Foglie ventose

 




Capita di andare a vedere un film d’autore, scarno di musica, dialoghi, ma nel complesso molto bello; tra lo sgomento di Morfeo che non mi ha avuto; senza radiolina in bocca. Il maestro Kaurismaki vuol trasmettere… azz! Non ho la giacca vellutata e la pipa! Andate quindi a gustarlo!

CNEL a tutti!

 


L'Amaca


L’antifascismo come burla

di Michele Serra

Se è vero che il possibile candidato della destra al governo di Firenze, Eike Schmidt, fin qui direttore degli Uffizi, si dichiara «antifascista», gli andrebbe chiesto se ha capito bene chi vorrebbe candidarlo. E se chi vorrebbe candidarlo ha capito bene quello che Schmidt sostiene di essere.
Va bene che la politica italiana ha la consistenza etica e la fermezza ideale di un budino, ma forse un limite al ridicolo dovrebbe essere messo.
A meno che si tratti di un geniale espediente per rafforzare e ampliare il famoso piano di nuova egemonia, anzi di “nuova narrazione” della destra al potere: così come Dante, Manzoni, la Rai, il Risorgimento, la religione cattolica e il gioco dei pacchi in prima serata, anche l’antifascismo, checché ne dica la storia manipolata dalla sinistra, è di destra.
E che al governo i fascisti a tutto tondo si contino a bizzeffe, a partire dal capo dell’arditismo fiorentino, il camerata Donzelli, è un dettaglio al quale solo una propaganda malevola può appigliarsi.
A pensarci bene, è come quando il miliardario Berlusconi faceva pubblicità elettorale come “presidente operaio”, e si spacciò perfino per partigiano. Significava che non solo voleva vincere, voleva proprio stravincere, e pure pigliare per il culo gli sconfitti.
Ora c’è da seguire questa nuova sfida al buon senso (neanche all’ideologia, che è vizio da intellettuali; al buon senso, che è virtù da mercato rionale): l’antifascista candidato dai fascisti.

Già, perché la vera forza della destra italiana è che, pur di vincere, voterebbe per chiunque, perfino per un antifascista. E la vera debolezza della sinistra italiana è che, pur di perdere, non voterebbe per nessuno.

mercoledì 27 dicembre 2023

Time


Capita che tra strenne e convenevoli, tra pranzi e cenoni, s’offuschi il sano Deiezion Time, al punto che, basito, t’assale in cervice il quesito “ma dove sarà finito quanto ingurgitato?”
E così, all’improvviso, mentre stai cazzeggiando per le vie, il segnale del troppo pieno t’avverte del prossimo ed inevitabile svuotamento, come l’imperlato testimonia, assieme all’ansia e ad immagini di Richard Ginori scorrazzanti nella mente. A quel punto come un naufrago avvistante una nave, erri rispondendo di default a commenti, quesiti, incontri. Hai solo un obbiettivo, chiaro, limpido, imprenscindibile! Il ritorno in bus accelerante l’incontro, il maleficio dell’ascensore fermo al settimo, vengono travolti dalla necessità di ottemperare al Deiezion Time!

Vai d’Amaca!


L’amaca
Come i cavoli a merenda

DI MICHELE SERRA

Come era suo pieno diritto, Giuseppe Conte ha replicato a Stefano Cappellini e a Repubblica sul Mes. Lo ha fatto con argomenti discutibili (che non vuol dire sbagliati: vuol dire che sono oggetto di discussione, ammesso che la parola “discussione” abbia ancora un senso). Ma un punto apparentemente marginale della sua replica faceva cadere le braccia, ed è l’attribuzione a Cappellini — e per esteso a Repubblica — di una identità “salottiera” che non solo è indimostrabile e pretestuosa, ma incarna, con una banalità mortificante, il pregiudizio stupido della destra populista.
Se il capo del secondo partito di opposizione parla e pensa come Meloni e Salvini, e come Libero e La Verità, ricalcando i luoghi comuni del conformismo governativo, vuol dire che abbiamo un grosso problema: come quadro politico e come Paese. Non so se Cappellini sia di sinistra tanto o poco o per niente, so che quando parla argomenta quello che scrive e so che non lo manda nessuno. È un signore che firma le proprie opinioni, come buona parte dei giornalisti italiani. Se ha ragione, ha ragione da solo, se ha torto, ha torto da solo: ecco un principio liberale — la responsabilità individuale — che il partito dell’“uno vale uno” dovrebbe capire e soprattutto dovrebbe difendere: Cappellini vale Cappellini, Conte vale Conte.
I salotti e la gauche caviar c’entrano come i cavoli a merenda. E il fatto che Conte li abbia tirati in ballo legittima, purtroppo, l’ipotesi infausta che il cosiddetto campo largo sia impraticabile, dal momento che un suo pezzo significativo (quello guidato da Conte) non solo vota come la destra, ma ragiona come la destra. Peccato.
Meloni governerà un altro paio di legislature. Conte, non si sa.