giovedì 14 dicembre 2023

Alla canna

 


Per chiarezza

 

La piccola storia ignobile del Mes dal 2010 a Meloni
I DISASTRI IN GRECIA E ORA LA (PESSIMA) RIFORMA - Guida Nato all’epoca di B., la modifica (non ratificata) trattata da Conte. E c’è chi ha proposto di chiuderlo
DI MARCO PALOMBI
Siccome lo hanno detto persino Enrico Letta, autore di Morire per Maastricht, e l’Istituto Jacques Delors forse si può partire da qui: il Meccanismo europeo di stabilità, il famoso Mes, è un ente inutile e screditato, nessuno gli ha chiesto prestiti nemmeno in pandemia, meglio sarebbe smontarlo e usare ad altri fini i soldi degli europei. Utile consiglio che non sarà seguito da nessuno e dunque ci tocca parlare di Mes: rimettiamo in fila tutti i fatti per poter gustare appieno, per così dire, il dibattito delle prossime settimane.
L’antenato. Oggi si parla della “riforma del Mes”, che attende la ratifica italiana per entrare in vigore, ma l’istituzione esiste da oltre dieci anni. Semplificando, l’antenato del Mes – il Fondo “salva-Stati” – nasce nel 2010 quando inizia a delinearsi la crisi greca: nel 2011 il fondo interverrà anche su Irlanda e Portogallo (si aggiungeranno poi Spagna e Cipro). Il 2010 è un anno fondamentale per l’Ue perché è nell’autunno di quell’anno che Sarkozy e Merkel chiariscono, dalla spiaggia di Deauville, che gli Stati Ue possono fallire e che quei fallimenti coinvolgeranno il settore privato: per questo il lavoro che nei Paesi normali fa la Banca centrale in Europa è affidato a un ente che ragiona come un creditore privato. I programmi di aggiustamento imposti ai Paesi “aiutati” sono stati durissimi, socialmente devastanti e spesso inefficaci dal punto di vista dei conti pubblici (ma ottimi per le banche creditrici di quei Paesi, che hanno recuperato tutto).
La fondazione. Il salva-Stati era stato pensato per durare tre anni, ma si capì subito che non sarebbero bastati: il Consiglio Ue decise di dotarsi di uno strumento stabile, l’odierno Mes appunto. Il Trattato istitutivo fu messo a punto nel luglio 2011 con l’avallo del governo italiano dell’epoca, quello di Silvio Berlusconi in cui Giorgia Meloni era ministro della Gioventù. La firma ufficiale, però, arrivò il 2 febbraio 2012, quando a Palazzo Chigi c’è Mario Monti. Il ministro dell’Economia di Berlusconi, Giulio Tremonti, ha sostenuto poi che il trattato del 2012 sia assai diverso da quello avallato dal suo esecutivo: a giudicare dai testi, però, le modifiche non sono sostanziali.
Cosa fa il Mes. Organo tecnico con 160 dipendenti, legibus soluto e politicamente irresponsabile è chiamato a intervenire quando un Paese europeo non è più in grado di accedere ai mercati per finanziarsi: in sostanza concede prestiti onerosi in cambio di programmi di aggiustamento macroeconomico che dovrebbero servire a ripagarli (in sostanza ripropone in Europa l’armamentario che il Fmi usa per i Paesi poveri: il fatto che non abbia funzionato mai non ostacola la faccenda). La cosa è talmente chiara a tutti che oggi il Mes è disoccupato: persino la famigerata “linea pandemica” – lanciata nel 2020 e venduta come “senza condizioni” – non è stata richiesta da nessuno Stato. Il Mes, infine, è creditore privilegiato: va pagato per primo. Per i suoi fini ha un capitale di 704 miliardi di euro, solo 80,5 dei quali versati: l’Italia ci ha messo 14 miliardi su 125 di impegno teorico.
La riforma/1. Il nuovo Trattato abilita il Mes a concedere prestiti precauzionali a Paesi colpiti da “choc esogeni” il cui debito è “sostenibile” (a parere del Mes e della Commissione Ue) che rispettino i requisiti del Patto di Stabilità (deficit, debito, etc). Problema: siccome l’assistenza finanziaria può essere concessa solo dietro pagella positiva sulla sostenibilità del debito (non basata su parametri automatici, com’era stato proposto, ma comunque oscuri e discrezionali), l’intervento del Mes può essere condizionato a una ristrutturazione parziale del debito: un default. A questo fine vengono introdotte le cosiddette Cac single-limb, cioè – senza entrare troppo nei tecnicismi – clausole sui titoli di debito che consentono una gestione più facile del default coi creditori. Questo in accordo con “l’adeguata e proporzionale forma di coinvolgimento del settore privato” predicata dal Trattato fin nel preambolo.
La riforma/2. Assegna al Mes un nuovo compito e cioè la possibilità di fungere da backstop, da supporto, del Fondo di Risoluzione Unico dal 1° gennaio 2024: in sostanza sono circa 70 miliardi – che si aggiungono alla settantina già presente nel Fondo unico – destinati a salvare le banche europee in difficoltà. Anche qui, basta pensare ai recenti (e relativamente piccoli) fallimenti bancari dovuti all’aumento dei tassi di interessi per capire che parliamo di spiccioli e che quel lavoro in genere lo fanno le Banche centrali, le uniche ad avere gli strumenti per calmare i mercati.
Il rischio. Mentre nei fatti si indica la strada del default a chi è in difficoltà, si concede una linea di credito contro uno choc esogeno a chi ha i conti in ordine: in sostanza si stende una cortina di ferro finanziaria intorno ai Paesi in crisi per togliergli capacità negoziale. Per cosa era stata pensata? Basti dire che questa riforma nasce a fine 2017, quando l’Italia si apprestava alle elezioni politiche. Questo a non voler considerare un problema – ma lo è ed enorme – ovvero la centralità riconosciuta al Mes nella gestione delle future crisi finanziarie.
L’approvazione. La riforma del Mes è stata delineata nei suoi contenuti fondamentali durante il governo Conte-1, anche se la Lega e persino i 5 Stelle all’epoca dissero di non aver dato alcun mandato in questo senso né all’allora ministro Giovanni Tria né al premier. Una risoluzione parlamentare dell’estate 2019 (gialloverde) bloccava, in sostanza, il processo di approvazione da parte del governo, sottoponendo quel sì a una serie di impegni. A dicembre 2019, però, la nuova maggioranza (M5S-Pd) ha edulcorato quella posizione: di fatto la riforma del Mes doveva andare insieme, ma non in contemporanea, con un abbozzo di bilancio comune (Bicc), con l’emissione di un safe asset europeo (eurobond) e l’introduzione di uno schema di assicurazione comune sui depositi bancari (Edis). È la “logica di pacchetto” cara a Conte, che l’allora ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ritenne soddisfatta: sull’Edis si sta trattando (e niente si muove), bilancio e ed eurobond sono in nuce nel Recovery (che è temporaneo). È su questa base che Gualtieri diede il via libera al nuovo Trattato nell’Eurogruppo di novembre 2020, a cui seguì una risoluzione parlamentare per il via libera il 9 dicembre e la firma ufficiale a inizio 2021. Il resto è il balletto sulla ratifica, che dura da tre anni: com’è noto manca solo quella italiana.

Ricapitolando

 

Gnè gnè
di Marco Travaglio
Chi ha visto il confronto alla Camera fra Meloni e Conte capisce perché la premier voleva Schlein e non Conte ad Atreju: per oscurare il leader che più la impensierisce e creare un finto bipolarismo Giorgia-Elly a proprio vantaggio. Ma capisce anche un’altra cosa: i peggiori nemici della Meloni sono i suoi fidi, che la mandano in Parlamento totalmente impreparata. Per trovare una catastrofe comunicativa simile bisogna tornare a Cutro, dove però aveva accanto Sechi, e ho detto tutto. Ora vien da chiedersi dove abbiano trovato qualcuno che è pure peggio: sul Mes e sul Superbonus, la Meloni pare la bambina dell’asilo che, presa con le mani nella marmellata, risponde “specchio riflesso, chi lo dice lo è mille volte più di me, gnè gnè!”. Sul 110% ha riciclato la balla della truffa ai danni degli italiani, mentre le frodi su quel bonus sono rarissime e senza un euro di costo per lo Stato, che invece s’è giovato della misura col rilancio dell’edilizia, l’aumento di Pil post-Covid migliore della Ue (il gatto morto è il suo Pil, che non rimbalza neppure), extra-introiti fiscali, un milione di occupati e benefici ambientali. Ma soprattutto s’è scordata di aver promesso appena 13 mesi fa di prorogare ed estendere il bonus, cosa che peraltro vogliono i gruppi parlamentari della sua maggioranza nel Milleproroghe.
Sul Mes, poi, la sua coda di paglia è ancor più lunga: le brucia che Conte non l’abbia preso (aveva inventato di meglio: i 209 miliardi del Recovery), malgrado lei e Salvini l’avessero accusato il 10.4. 2019 di averlo firmato nottetempo e di nascosto (“alto tradimento!”, “spergiuro!”). Conte li sbugiardò dimostrando di non aver firmato nulla, né col favore delle tenebre né alla luce del sole e ricordò che il Mes era nato nel 2011 grazie al governo B.3, di cui facevano parte Meloni e la Lega e che approvò il ddl per ratificare la decisione del Consiglio europeo che avviava il Salva-Stati. Poi nel 2012 (governo Monti) il Parlamento ratificò il trattato istitutivo del Mes: il Pdl in cui militava la Meloni votò Sì. Ora la premier chiede al Pd: “Perché non l’avete approvato voi?” (ma il vecchio Mes lo approvarono il suo governo e il suo partito 11-12 anni fa e il nuovo va votato ora). Poi sfida il principio di non contraddizione e accusa Conte e Di Maio di averlo approvato nel 2021 col Pd. Viene in mente un’invettiva di Gesualdo Bufalino: “E quando parlano poi, quale quotidiano inesauribile vilipendio della parola, è questa l’offesa che duole di più: ci taglieggiano, ci sgovernano, ci malversano, ma almeno stessero zitti; smettessero questo balletto di maschere, questo carnevale del nulla, al riparo del quale mani avide intascano, leggi inique o vane si scrivono, ogni proposito onesto si sfarina in sillabe senza senso”.

L'Amaca

 

La carne da cannone
DI MICHELE SERRA
Secondo una fonte sicuramente parziale, ma non minore e non disinformata (l’intelligence americana), nella campagna per la sottomissione dell’Ucraina più di trecentomila soldati russi sono stati uccisi o feriti. In nemmeno due anni. Anche volendo fare la tara a questa cifra (molto maggiore dei caduti americani in Vietnam in vent’anni), o addirittura dimezzandola, è comunque la fotografia di un’ecatombe. Sul fronte opposto, in mancanza di una conta “ufficiale”, le vittime di guerra sarebbero comunque molte decine di migliaia, tra i quali almeno diecimila civili morti sotto i bombardamenti russi e nei rastrellamenti dei villaggi.
Ci si domanda se questa ecatombe stia avendo un suo peso nel dibattito politico in Russia, o in quel poco che ne rimane; se in qualche modo, in qualche conversazione, in qualche riflessione, quel numero è considerato nella sua inaudita gravità, cioè come uno sperpero scandaloso di vite; o se è solo messo nel conto dei “costi patriottici”, e bastano le commemorazioni, le medaglie, il cordoglio delle autorità a riempire quel buco mostruoso, scavato dal potere nel corpo del popolo, e bastano infine a rabbonirlo, il popolo.
Dicono gli esperti di cose militari che questa guerra, che è di trincea e nel fango, ricorda da vicino la Prima guerra mondiale.
Sicuramente il numero esorbitante dei morti dà l’idea di un corpo a corpo antico come la più antica delle guerre. Si parla molto dei guasti della tecnologia, troppo poco della permanente ferocia primordiale che le uniformi riescono malamente a mascherare, e la tecnologia sa solo assecondare. La guerra è ancora, soprattutto, “carne da cannone”, come si disse più di un secolo fa dei fanti mandati a scannarsi per maggior gloria delle Nazioni.

mercoledì 13 dicembre 2023

Santa Lucia

 


Lucidamente

 

Zelensky il Dentone

di Marco Travaglio 

Con tutto il rispetto che si deve al leader di un Paese invaso dai russi da due anni, dilaniato dalla guerra civile da nove, infestato di nazisti, corrotto fino al midollo ed economicamente fallito, Zelensky ricorda Guglielmo il Dentone: il personaggio di Alberto Sordi che, nel film I complessi, si presenta al concorso Rai per il nuovo lettore del telegiornale e nessuno osa dirgli in faccia che con quelle zanne non può andare in video. In 21 mesi e rotti di guerra il mediocre comico ucraino si è trasformato in attore consumato, calandosi alla perfezione nella parte e nel copione che gl’impresari e gli sceneggiatori angloamericani gli hanno assegnato: l’eroico condottiero che guida il suo popolo (o quel che ne resta) alla resistenza armata da una controffensiva trionfale all’altra fino alla vittoria dell’Impero del Bene, cioè alla sconfitta della Russia, alla riconquista delle cinque regioni perse e alla caduta di Putin. Purtroppo, come sapeva fin dall’inizio chiunque fosse dotato dei minimi rudimenti di storia, economia, geopolitica e strategia, nessuno di quegli obiettivi è stato mai alla portata: era pura propaganda, del tutto sconnessa dalla realtà.

La realtà sono centinaia di migliaia di vittime (oltre 100 mila fra morti e mutilati ucraini solo nella “controffensiva di primavera” partita in estate e finita in autunno senza lasciare traccia), mandate al macello senz’alcuna speranza dai criminali della Nato, che ne conoscevano l’assoluta inutilità: il comandante Usa Mark Milley aveva previsto il fallimento 13 mesi fa e proposto di sfruttare lo stallo per negoziare un compromesso e salvare il salvabile. Invano. La realtà sono i circa 250 miliardi di dollari buttati dall’Occidente per armare e finanziare l’Ucraina: 132 dai Paesi Ue, 69 dagli Usa, 36,5 da Gran Bretagna e altri Stati. E i mille miliardi di dollari che serviranno per ricostruirla: cifra spaventosa e destinata a lievitare, visto che nessuno fa nulla per fermare la distruzione, anzi tutti s’impegnano a prolungarla in attesa di non si sa bene cosa. Intanto ogni mese di guerra costa all’Occidente 25 miliardi di dollari e altrettanti alla Russia, che però reagisce meno peggio di noi perché, mentre noi ne annunciavamo il default, si riconvertiva all’economia bellica. Anche le braccia aperte dell’Ue a Kiev si sono rivelate promesse da marinaio: sia perché si scopre che l’Ucraina ha ben poco di democratico, sia perché quel buco nero potrebbe inghiottire la già agonizzante economia europea. Perciò ora, con le elezioni in Usa e in Ue, nessuno vuole buttare altri soldi (le vite umane per il cattivo Putin e i buoni occidentali non sono un problema) in una guerra ormai persa. Resta da trovare qualcuno che prenda da parte Zelensky il Dentone e gli spieghi la triste realtà, magari con un disegnino.

L'Amaca

 

Vantarsi come terapia
DI MICHELE SERRA
Il famoso understatement (secondo la definizione di Oxford Languages: “atteggiamento volutamente alieno da enfasi e retorica”), al quale molti uomini delle istituzioni, vedi Mario Draghi, hanno cercato di attenersi, dev’essere considerato dai nuovi governanti un deprimente cascame del passato. Il vero capo, per galvanizzare le truppe, deve trasformare in fanfara ogni suo atto quotidiano. Nei nuovi governanti enfasi e retorica non solo non suscitano diffidenza: ma sono i due ingredienti insostituibili della propaganda patriottarda.
Il fatto che il ministro dell’Interno Piantedosi si sia munito di un “social manager”, grazie al quale ogni retata di malfattori, o espulsione di spacciatori, diventa una gloriosa pagina di rinascita nazionale da annunciare, sul sito ufficiale del ministero, con titoli cubitali (manca l’Inno di Mameli: provvedere subito, per piacere), è il contrario esatto dell’understatement. È un vantarsi, un gongolare del proprio potere e del proprio ruolo sociale, un “quanto sono bravo!” non richiesto e certamente controproducente tra chi apprezza i toni bassi: forse una valorosa minoranza.
Allo stesso identico modo il servizio del Tg1 sull’adunata governativa di Atreju, certo non l’unico servizio della nuova Rai a non avere alcun rapporto con ciò che normalmente si chiama “giornalismo”, conferma che la regola è non farsi il minimo scrupolo, quando si tratta di parlare bene di se stessi: semmai, al contrario, esagerare nell’elogio e nel compiacimento.
In sintesi, uno come Mario Draghi non ha alcun bisogno di vantarsi: ha già le sue sicurezze. Piantedosi e Atreju invece sì: ne hanno un gran bisogno. Poterlo fare a spese nostre dev’essere un grande comfort.