Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 30 novembre 2023
Se ne è andato
L'Amaca
Leghisti, moderati ma muti
DI MICHELE SERRA
Ogni volta che si legge dei malumori dei “leghisti moderati” o dei “leghisti della prima ora” nei confronti del Salvini (che ha dimezzato i voti senza perdere un solo grammo della sua leadership), ci si fa sempre la stessa domanda: ma in tutti questi anni questi signori, vedendo il loro partito, secondo il fondatore Bossi nato “antifascista”, rappresentare, specie in Europa, l’estrema destra, passando da Carlo Cattaneo a Marine Le Pen; scoprendo che il federalismo, con il quale ci hanno fatto una capoccia così per trent’anni, ha lasciato il posto al nazionalismo più esagitato; misurando la faziosità ideologica e l’aggressività personale del leader e dei suoi social, che non c’entrano nulla con il presunto pragmatismo “padano” sbandierato dagli amministratori leghisti, e c’entrano molto con l’intimidazione politica nella quale il Salvini eccelle; ebbene, che cosa hanno detto e fatto questi signori, come atto politico riconoscibile, per evitare che il loro partito diventasse un’appendice del nuovo fascismo europeo?
Del Salvini tutto si può dire, tranne che sia ambiguo. È il più schiettamente “nero” tra i politici italiani, tanto da far sembrare grigi molti meloniani. Lo è anche ufficialmente, in virtù dell’alleanza, del tutto trasparente, con Le Pen. Si prova imbarazzo per i vari governatori locali (Zaia e Fedriga, per fare nomi) che non hanno emesso neppure un belato contro il salvinismo, rendendo lecito pensare, a noi antileghisti della prima ora, che le radici di quel movimento non fossero per nulla democratiche. Ma antidemocratiche e intolleranti. Altrimenti, qualcuno avrebbe per lo meno invocato un congresso, o guidato la rivolta. Macché.
Inchiodati alle loro poltrone, come direbbe un leghista.
Russano in pochi
La ritirata di Russia
di Marco Travaglio
Martedì Repubblica ha intervistato in pompa magna Anna Netrebko, “regina della lirica, soprano russa senza confronti, voce da brivido, vigore espressivo, piglio da diva, milioni di follower e carisma ammaliante”, “scoperta dal geniale direttore Valery Gergiev, vicino a Putin”. A dieci giorni dalla prima della Scala che la vedrà mattatrice nel Don Carlo di Verdi, si è concessa in “esclusiva” a Rep “a patto di non citare quei temi” (la guerra in Ucraina). E Rep ha subito accettato: “Bello prendersi una vacanza dai fuochi e affrontare il ritratto del suo personaggio verdiano”. Non bello: bellissimo. Abbiamo atteso 24 ore prima di scriverne per dare modo ai Riotta, Mieli, Polito, Cappellini, Severgnini, Folli, Grasso, Sarzanini, Guerzoni, Iacoboni e gli altri atlantisti nostrani di infilare Rep in una nuova lista di putiniani servi della cyberpropaganda russa. Invece tutti zitti e Mosca.
Sembra passato un secolo, non 18 mesi, da quando la “regina della lirica” dovette ritirarsi dalla Scala perché Sala e il teatro avevano cacciato il “geniale direttore” Gergiev per putinismo molesto. Altri teatri cancellavano i balletti di Tchaikovsky e altri musicisti protoputiniani. La Fiera del libro per ragazzi di Bologna bandiva editori e autori russi. Il Festival della fotografia di Reggio Emilia rimandava indietro il russo Gronsky, così putiniano che appena rientrò a Mosca sfilò in un corteo contro la guerra di Putin e fu arrestato dalla polizia di Putin. Gli atleti russi, olimpici e pure paralimpici, erano banditi dalle gare o costretti a parteciparvi senza bandiere. La Bicocca, dopo approfondite ricerche, scoprì che era russo anche tal Dostoevskij, sedicente scrittore che, con Tolstoj, Cechov, Puskin, Gogol’ e altri putribondi figuri, minacciava di diffondere la propaganda putiniana e sospese il seminario di Paolo Nori sulle sue opere. Mezzo mondo cancellò i film russi e i corsi di russo. Le fiere feline squalificarono i gatti russi per evitare miagolii putinisti. Il concorso Albero dell’Anno espulse la quercia di Turgenev (pure lui proditoriamente russo). Banditi anche gli intellettuali e artisti ucraini che avevano osato nascere o esibirsi in Donbass o in Crimea. La delegazione russa fu estromessa dalle celebrazioni per la liberazione di Auschwitz, notoriamente liberato non dall’Armata Rossa, ma dagli ucraini e dagli americani (come ne La vita è bella di Benigni). Il tutto fra le standing ovation della stampa atlantista. La stessa che ora copia Orsini, relega l’eroico Zelensky nei trafiletti, invoca un compromesso Mosca-Kiev prima che si noti la disfatta Nato e stende tappeti rossi alla regina putiniana della lirica, che si esibirà non a caso dinanzi a La Russa. Di questo passo c’è pure il rischio che riabilitino quel Dostoevskij.
mercoledì 29 novembre 2023
Schiaffo a Roma
Schiaffo Capitale
di Corrado Augias
In tempi normali un risultato come questo sarebbe stato inconcepibile. Esposizione universale 2030, candidate tre capitali o importanti città di Arabia Saudita, Corea del Sud, Italia - cioè Roma. Le persone ingenue non avevano dubbi sull’esito: Roma, naturalmente anche se l’Arabia Saudita, con Riad, veniva data da più parti per favorita. Le persone più avvertite su ciò che si sta muovendo nel mondo puntavano su un risultato meno duro: ballottaggio tra Roma e Riad, con esclusione dunque della città sudcoreana, famosa per un tempio, un mercato del pesce, alcune belle spiagge. Nulla di nemmeno confrontabile con Roma. Non è andata così. Riad, capitale e grande polo finanziario dell’Arabia Saudita, ha stravinto con 119 voti. Seconda Busan, 29. Ultima Roma 17 (diciassette) voti.
Che io ricordi è la più grave umiliazione che Roma, e l’Italia, abbiano avuto da molti anni a questa parte. Credo che si debba risalire al periodo che seguì immediatamente il fascismo per trovare un affronto equivalente, erano anni quelli in cui la nobile figura di un presidente del Consiglio come Alcide De Gasperi non riusciva a trovare alcun ascolto nei consessi internazionali. È probabile che stia mescolando un po’ emozionalmente le carte di tavoli diversi, ne sono consapevole, ma quello che è accaduto a Issy-les-Moulineaux (dove s’è svolta la votazione) lascia sgomenti. Per attenuare la botta cerco di elencare le possibili attenuanti all’origine dello smacco. Riad dispone di immensi capitali capaci di sedurre, attrarre, compiacere (giro intorno ad un innominabile centro) chiunque, a cominciare dal senatore Matteo Renzi che a Riad è di casa, di Roberto Mancini che lì è velocemente approdato, o di Cristiano Ronaldo che dell’operazione Expo è stato pagatissimo sponsor. L’abbondanza di denaro è tale da aver spinto i sauditi alla sfrontatezza di pagare fior di milioni per avere il marchio della propria pletorica “Riyad season” sulle maglie della città concorrente, cioè Roma. Uno sberleffo preventivo, lo potremmo chiamare a cose fatte. Non credo però che il denaro sia tutto. Un altro elemento in gioco è che il fascino di una città come Roma, che negli anni Sessanta imponeva a livello mondiale il suo nome nella moda e nel cinema, è ormai al tramonto (temporaneamente, spero).
La città è in declino compreso il suo centro storico, i romani lo sanno, i visitatori se ne rendono presto conto. Non si vive di solo Colosseo anche se si toglie di mezzo l’arroganza di gladiatori e centurioni che infastidiscono o taglieggiano i turisti. A Roma basterebbe mettere in piedi un museo con la storia animata della città per farne un’attrazione di potenza inimmaginabile. Non esiste altra città al mondo che abbia una storia di quasi trenta secoli, dalla città arcaica all’impero di papi. Qualche amministrazione ha tentato di lanciare l’idea, subito diventata una palloncino sgonfio. Per di più, ecco un ulteriore elemento, gli equilibri del mondo si stanno spostando verso nuove terre e nuove città, compresa una capitale inverosimile come Riad, con la sua artificiosità tirata su a suon di petrodollari. Agli occhi di molti ormai più attraente di una vecchia capitale del mondo che fu. Anche al netto di queste possibili attenuanti, lo schiaffo di Issy-les-Moulineaux resta bruciante e qui entra in ballo non più la capitale ma l’intero Paese, cioè l’Italia e il governo che la regge. Abbiamo un ministero del Turismo affidato a una donna inesperta e assai discussa, un ministero dell’Agricoltura con la pomposa aggiunta della “sovranità alimentare” (qualunque cosa voglia dire) affidato ad un uomo poco accorto, una presidente del Consiglio la quale confessa che quando il suo ufficio chiama l’Eliseo a Parigi non rispondono nemmeno al telefono. Non voglio dare prova di particolare accanimento antigovernativo, constato solo che il nostro prestigio, dopo la breve fiammata del governo Draghi, è precipitato a livelli molto bassi nella considerazione globale. Sull’Italia in altre parole si può infierire, perché riempirsi la bocca con la parola “nazione” serve a poco quando non si hanno gli strumenti pratici per sostenerla davvero “la nazione”, quando ci si nutre di sogni (come il famoso Ponte), smarriti in una lite continua alla disperata ricerca di qualche voto in più.
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