sabato 28 ottobre 2023

Sulla tragedia

 

Il diplomatico
di Marco Travaglio
“L’obiettivo è distruggere Gaza, questo male assoluto”. L’ha detto a Rete4 Dror Eydar, ex ambasciatore di Israele a Roma dal 2019 al ’22. Non distruggere Hamas, ma Gaza: un territorio abitato da 2,3 milioni di palestinesi che in stragrande maggioranza non hanno alcun rapporto con Hamas. Buona parte dei maggiorenni ha al massimo votato Hamas alle ultime e uniche elezioni legislative per l’Autorità nazionale palestinese nel 2006, quando noi occidentali spiegammo loro che dovevano diventare democratici ed eleggere liberamente i propri rappresentanti. Poi, siccome vinse Hamas sia nella Striscia sia in Cisgiordania, Usa e Ue iniziarono a boicottare economicamente non Hamas, ma l’Anp, affamando e spingendo vieppiù la gente verso gli estremisti. Ma metà della popolazione è formata da bambini, che non votano, ma voteranno. E, continuando a trattarli così, possiamo immaginare per chi, sempreché qualcuno li chiami ancora alle urne. “Noi – ha aggiunto l’ex ambasciatore – non siamo interessati a discorsi razionali. Ogni persona che minaccia un ebreo, che vuole uccidere un ebreo, deve morire”. Ma si è scordato di spiegare come si fa a riconoscere chi, fra quei 2,3 milioni di civili quasi tutti inermi, vuole uccidere ebrei: a meno di presumere che lo vogliano tutti e sterminarli tutti.
Già l’idea che un simile soggetto che usa un tale linguaggio sia un diplomatico, se non fosse tragica sarebbe comica: perché è l’antitesi della diplomazia, anche di quella più ipocrita che usa toni suadenti ed espressioni soavi per nascondere le peggiori nefandezze del Paese che rappresenta. Ma il fatto che il governo israeliano mandi in giro per l’Europa a spiegare le sue ragioni figuri come Eydar, la dice lunga sull’ottusità dell’attuale classe dirigente di Tel Aviv. Che, anche dimenticando per un attimo gli orrori in corso a Gaza, non si pone minimamente il problema del consenso internazionale, convinta che le verrà permesso qualsiasi crimine di guerra per vendicare il terrificante “pogrom” di Hamas del 7 ottobre. È la terribile sintesi della storia israelo-palestinese di questi 14 anni di Era Netanyahu-Hamas: il sistematico sabotaggio bipartisan degli accordi di Oslo del ’93, siglati da Arafat e Rabin sul principio “due popoli, due Stati” e proseguiti da Sharon col ritiro da Gaza. Quel principio, così in voga in Occidente, è sparito da un pezzo dai radar del Medio Oriente: Israele è grande quanto la Puglia, ma ha la popolazione della Lombardia; la Cisgiordania è grande quanto la Liguria e Gaza è un decimo della Val d’Aosta e hanno ciascuna la popolazione della Calabria. Altro che “due popoli, due Stati”: oggi l’epilogo più probabile è “nessun popolo, nessuno Stato”.

Spettacolo!


Il diluvio è già sold out
DI MICHELE SERRA
I siti meteo annunciano “autunno estremo” o “autunno ruggente”, con dovizia di dettagli minacciosi, eventi che atterriscono, previsioni funeste. Da molti mesi lo scontro tra correnti africane e atlantiche sembra fare il verso a “Ercole contro Maciste” nei B-movie degli anni Cinquanta.
Non fosse, il cambiamento climatico, un problema serio, una novità vera e impressionante, questo proliferare incontrollato del meteo-pulp farebbe solo sorridere, come certi titolacci di cronaca nera che ricorrono agli effetti grevi per attirare la clientela. Ma il clima che cambia non è uno spettacolo a pagamento: è uno dei veri grandi temi di questa epoca. Ci sia consentito dunque lamentare, per l’ennesima volta, la poca quantità di scienza che la comunicazione meteo offre alla sua vastissima clientela, a vantaggio di una rincorsa ai clic fondata sul racconto apocalittico di vicende atmosferiche che meriterebbero una descrizione razionale, non emotiva, oserei dire adulta.

L’isobara e l’anticiclone non sono entità mitologiche e neppure attori di uno show, sono manifestazioni oggettive di come funziona la natura, della sua maestà e della sua potenza. Perché mai si debbano annunciare le perturbazioni come se il popolo dovesse gridare per la meraviglia e rabbrividire per la paura, piuttosto che prenderne coscienza e farsene un’idea ragionevole, è presto detto. Si tratta — come tutto — di un mercato. Contano il numero dei clienti e il fatturato. Se mai verrà il Diluvio Universale, l’importante non sarà costruire l’Arca, ma vendere i biglietti.

venerdì 27 ottobre 2023

Sassolino insignificante



Ma guarda i popolanti questo sassolino blu, qui ipoteticamente messo a confronto con Messer Giove, che casino assurdo che fanno, ammazzandosi tra simili per ragioni di puntiglio e di faide religiose, sopprimendo bimbi, affamando popolazioni, violentando e usurpando libertà in nome e per conto di carta straccia chiamata da quelle parti moneta, e tutto fatto da una specie derivante anch’essa dalle meduse e simile al 98,8% con gli scimpanzé che al contrario di loro vivono la loro vita nella pienezza, a meno che non vengano rinchiusi in gabbia per essere guardati dalla specie più, per così dire, evoluta e differente solo per uno 0,2%! Ma che cosa vorranno conquistare i popolanti quell’insignificante sassolino blu?

Commento


Cause ed effetti esistono in natura come in guerra

di Eugenio Mazzarella*

Ex nihilo nihil fit, “nulla viene dal nulla”. È Lucrezio, nel De rerum natura. Natura non facit saltus, “la natura non fa salti”, procede per gradi. È formula scolastica, ripresa da Linneo e Leibniz. Nella natura le cose vanno così, e questo è il principio che serve a capirne i fenomeni. Checché ne pensi l’ambasciatore israeliano all’Onu, Gilad Erdan, lo stesso principio governa gli eventi storici, se li si vuole capire, comprendere, indirizzare diversamente, metterli su un altro percorso, sottrarli all’ineluttabile, evitare gli errori fatti.
Biden, che invita Israele a non commettere gli stessi errori fatti dagli Usa dopo le Torri gemelle, fortunatamente sul punto sembra più informato dell’ambasciatore di Israele. Non credo che un diplomatico possa permettersi la rabbia. Ecco perché penso che all’ambasciatore israeliano all’Onu – e al suo ministro degli Esteri, che ha rifiutato di incontrare Guterres – sia venuta meno la logica elementare delle cose, nell’attaccare in modo così virulento il Segretario generale dell’Onu, accusandolo di giustificare l’attacco terroristico di Hamas il 7 ottobre.
Guterres ha detto due verità. La prima, ribadita due volte nel suo discorso, che il terrorismo di Hamas è inescusabile e indifendibile. La seconda, con le sue parole, che “è anche importante riconoscere che gli attacchi di Hamas contro Israele non nascono dal nulla, considerando che i palestinesi sono sottoposti a 56 anni di occupazione soffocante. I palestinesi hanno visto la loro terra costantemente divorata dagli insediamenti, tormentata dalla violenza, la loro economia soffocata, la loro gente sfollata e le loro case demolite; le loro speranze di una soluzione politica alla loro situazione sono svanite”. Cinquantasei anni di occupazione militare della Striscia di Gaza, aggiungiamo noi, solo fittiziamente sotto controllo palestinese, o meglio controllata, fatta controllare da Hamas dalla politica di Netanyahu per indebolire l’Autorità palestinese di Abu Mazen e allontanare sine die la prospettiva già malcerta di uno Stato palestinese, sono stati il brodo di cultura di risentimento, frustrazione, rabbia che hanno costruito le fortune di Hamas nei territori palestinesi e l’esito terroristico della sua azione politico-militare. È un’evidenza sottolineata anche da autorevoli osservatori israeliani. Questo ha detto Guterres, ribadendo anche in replica alle accuse di Erdogan la sua condanna di Hamas.
Che il governo di Netanyahu non voglia vederla questa realtà è del tutto in linea con la politica che ha seguito per più di un decennio. Guterres ha detto due verità, le responsabilità ingiustificabili dell’attacco terroristico di Hamas e l’oppressione pluridecennale del popolo palestinese. Queste due verità non si elidono a vicenda, ma sì sommano. E bisogna ragionare a partire da questa somma. È l’unico modo per portare a zero i torti reciproci delle due parti e di garantire loro una possibilità di convivenza e di pace. Ogni altro punto di vista è oltranzismo nazionalistico di parte e porterà alla rovina la regione, costringendoci a sperare o a fingere di credere che la rovina si fermerà li.
Israele non può chiedere al Segretario generale dell’Onu, motivata da esigenze di sicurezza frustrate dal fallimento della sua intelligence e da una scelta strategica di non concedere nulla a una statualità palestinese decente, una franchigia dal diritto umanitario, mettendo per altro i suoi alleati di fronte alla scelta del diavolo con noi o contro di noi, e peggio con noi contro i palestinesi. Il vero salto che si può fare nella storia, e in politica, non è quello logico di eventi senza cause prossime e remote, dove il solo accennarle è “giustificare”. Questa è propaganda, e mettere avanti le proprie ragioni come fossero tutte e solo le ragioni in campo. Il vero salto che si può fare nella storia, soprattutto quando va a rovescio dell’umanità, è quello di una volontà politica che vada da un’altra parte di come sono andate, e cambi una realtà in terra di Palestina inaccettabile per tutti. Una realtà dove tra terrorismo e coventrizzazione di Gaza (il raderla al suolo, come fece la Luftwaffe a Coventry e poi replicarono gli alleati sulle città tedesche) rischiano di avere ragione solo i morti innocenti dell’una e dell’altra parte.
*Ordinario di Teoretica all’Università degli Studi di Napoli Federico II, è filosofo, politico (del Pd) e poeta

Testimonianza


Osservo le bombe dalla mia finestra

di Aya Ashour

Avete mai sentito il rumore del vostro cuore che batte di paura ogni volta che inizia la notte? È quello che mi succede dall’8 ottobre sempre dopo il tramonto, quando l’esercito israeliano di occupazione comincia a lanciare bombe a caso dalla frontiera e i caccia dell’aviazione bombardano le case “sicure” dei civili. Ormai capisco dal rumore se si tratta di artiglieria o bombardamenti dal cielo; infatti, il boato dei caccia è più forte e poi… l’aria viene illuminata da una luce rossa e, quindi, si percepisce il suono del missile mentre impatta, poi trema tutto sotto di noi, come fosse un terremoto. E arriva l’esplosione: un rumore terrificante. Ogni notte ho la sensazione che la morte sia lì, a pochi passi, che si stia avvicinando alla mia casa, con trenta persone dentro. E al mattino non riesco davvero a credere di avercela fatta ancora una volta, di essere sopravvissuta, di vedere la mia casa ancora in piedi. Finora, secondo i dati del nostro ministero della Sanità, dovrebbero esser stati uccisi più di 6.000 palestinesi, di cui 2.500 bambini. La mia amica Farida al-Ghoul ha perso il suo fidanzato, Yasser Barbakh, in un bombardamento di un caccia israeliano che ha colpito una casa accanto alla quale lui forniva servizi di assistenza agli sfollati. Farida mi ha inviato questo messaggio: “Aya Yasser mi aveva detto: ‘mezz’ora e ti chiamerò’. Non mi ha ancora chiamato… ma mi aveva promesso che ci saremo sposati dopo la guerra”. Mi sono appisolata. Sono circa le due e i rumori dell’artiglieria mi hanno svegliata. Rumore di vetri rotti, cadono pietre. Stanno colpendo le case qui intorno. Una granata è caduta sulla casa di fronte, un’altra è caduta senza esplodere. Quando toccherà a me? Scrivo mentre continuo a sentire il rumore delle esplosioni, faccio una foto a quel che si vede dalla mia finestra, il cuore batte forte.

Bravi difendete chi vi vota!

 


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