mercoledì 12 luglio 2023

L'Amaca

 

Qualche dubbio tra le bombe
DI MICHELE SERRA
Da cittadino europeo, accolgo con sollievo la notizia che non tutti gli Stati membri della Nato sono incondizionatamente favorevoli all’ingresso dell’Ucraina nella Nato.
Dopo molti mesi nei quali il dovuto impegno bellico (difendere l’Ucraina aggredita) ha spesso minacciato di sconfinare nell’entusiasmo bellico, che non è proprio la stessa cosa e non è affatto dovuto, ogni invito alla calma e al ragionamento, ogni esitazione sono segnali confortanti. Significa che la guerra, come spesso avviene, è un problema e non una soluzione.
Non sono uno stratega, non un esperto di politica internazionale, sono solo una persona stanca della guerra, preoccupata dalla facilità e perfino dalla naturalezza con la quale l’organizzazione statuale dell’odio e il suo finanziamento (tale cosa è la guerra) ha riconquistato la scena europea, mozzando il capo a ogni pensiero dialettico, trasformando ogni parola, ogni opinione, in un’arma da spendere su un lato o quell’altro del fronte.
Chissà se si può dire con un minimo di serenità in più, dopo sedici mesi di carneficina, che l’allargamento della Nato, visto da Ovest oppure visto da Est, costituisce comunque un problema non indifferente, e da prima dell’aggressione russa; senza essere per questo considerati russofili o, peggio ancora, amici di Putin.
Penso di poter dire che è stata fin qui una discussione molto brutta, almeno in Italia, quella sulla guerra russa in Ucraina. Con intimidazioni propagandistiche proprio da “tempi di guerra”, e stupide accuse di essere filo-russi, o filo-americani, quando si tratterebbe di cercare di essere, finalmente, faticosamente, filo-europei.

Attorno ala Rai

 

Quel cavallo non è un ronzino
DI MICHELE SERRA
C’ è un aggettivo che può aiutare a capire la vera e propria ribellione, piuttosto clamorosa, di una redazione della Rai al suo nuovo direttore. Questo aggettivo è “fisiologica”. Si tratta di una reazione fisiologica, ben più che ideologica o politica o sindacale, a una presa del potere così aggressiva e incauta.
C’è un aggettivo che può aiutare a capire la vera e propria ribellione, piuttosto clamorosa, di una redazione della Rai al suo nuovo direttore. Questo aggettivo è “fisiologica”.
Si tratta di una reazione fisiologica, ben più che ideologica o politica o sindacale, a una presa del potere così aggressiva e incauta da costringere le persone ad alzare la testa e a mettersi di traverso, chiedendo spiegazioni.
Ovviamente c’è un casus belli,e tutt’altro che trascurabile: un servizio sulle accuse di violenza sessuale al figlio del presidente del Senato, La Russa, mondato delle parti considerate “non necessarie”. Criterio già di suo non oggettivo, come ben sa chi fa il giornalista, che diventa però troppo soggettivo se a ispirare i tagli delle parti “non necessarie” è il desiderio di non disturbare la propria parte politica, il partito di Giorgia Meloni, alla quale il direttore Petrecca, figura di non primissimo piano del giornalismo radiotelevisivo, deve senza ombra di dubbio il proprio insediamento a Rainews.
Ma il casus belli avrebbe potuto anche essere un altro, precedente o successivo, perché il problema non è il singolo contenzioso (normalissimo) tra un giornalista e il suo direttore. Il problema è la pretesa, in fin dei conti ingenua prima che proterva, di utilizzare un’azienda anomala e in crisi d’identità, ma pur sempre rappresentativa di gran parte del Paese, e prima industria dell’informazione italiana, per un fine così smaccatamente di parte da costringere, ripeto costringere, chi lavora alla Rai a pretendere che se ne discuta. Anche chi tiene famiglia, ogni tanto, sente di tenere anche dignità professionale.
La mutazione del tigì di Rainews – parlo da ex fedele utente di quella rete – è stata repentina e impressionante: da classico tigì di informazione non facile da etichettare politicamente (mi è capitato spesso di confonderlo con il notiziario di Sky), autorevole proprio per la sua evidente vocazione a fornire notizie in quanto notiziario e non in quanto “narrazione” di questa o quella parte, quel telegiornale ultimamente è diventato qualcosa di molto simile a un house-organ governativa, affiancando i già proni Tg1 e Tg2 nella narrazione “patriottica”, tutta rivolta a esaltare l’alacre opera del governo mentre le Frecce Tricolori sfrecciano e la Vespucci salpa, e le opposizioni borbottano frasette di circostanzanegli spazi (molto pochi) generosamente concessi.
La nuova classe dirigente ha sempre rivendicato come un merito la trasparenza dei suoi scopi e dei suoi metodi: vogliono “cambiare narrazione”, come se quella precedente fosse uguale e contraria alla loro: ovvero monocorde, ideologica, escludente, contundente. Ma chiunque valuti le cose con un briciolo di realismo - non scomodiamo l’obiettività: basta il realismo - sa che la storia della Rai, giornalistica e non solo, è piena di pecche anche gravi, ma è una storia plurale, almeno negli ultimi trent’anni (prima, la sinistra non aveva voce). Il famoso cavallo non sarà un destriero, ma non è nemmeno un ronzino al quale basta mettere una sella e un morso per portarlo a passeggio dove si vuole. L’insorgenza dei giornalisti di Rainews contro il loro direttore non è un segnale da poco per quel palazzo, quegli uffici, quei corridoi. Ma non lo è neppure per il manipolo filogovernativo che forse si era illuso di una conquista facile in un territorio arreso. La Rai è per storia, e volendo anche per destinazione, un luogo promiscuo e un bene di tutti. Opportunismo e abitudine ad accordarsi amichevolmente con i nuovi capi sicuramente allignano lì come altrove (la Rai e l’Italia si assomigliano da sempre). Ma il troppo stroppia, e le maniere contano. Si consultino, i meloniani, con qualche valoroso superstite della Rai democristiana: gli spiegherà che il pugno di ferro è rumoroso e rovina le scrivanie. Tutti sentono il fracasso e arrivano anche dagli altri uffici per vedere che cosa è successo.
Quelli bravi comandano senza farsene accorgere. Questi qui, evidentemente, bravi non sono.

martedì 11 luglio 2023

Sul mielonismo

 

Aggressore e aggredito
di Marco Travaglio
Se gli storici della Seconda Repubblica saranno tutti come Paolo Mieli, le future generazioni crederanno che per “trent’anni (e passa) dall’inizio di Tangentopoli” l’Italia sia stata dilaniata da una “arroventata tenzone tra Politica e Giustizia”, finita “con la Politica a brandelli”. Lo “storico” Mieli, bontà sua, ammette sul Corriere che le indagini su Santanchè, Delmastro e La Russa jr. sono “slegate l’una dall’altra”, ma aggiunge uno scenario fantasy: “Spuntano da ogni dove nuovi magistrati che, resi baldanzosi, si applicano alla messa sotto torchio di altri esponenti della maggioranza” (senza spiegare chi siano questi nuovi pm e questi altri torchiati). Poi, trascurando la sacra distinzione fra aggressore e aggredito, accusa le toghe di aver impedito per 30 anni la mitica “riforma complessiva della giustizia” e sollecita Nordio a sfornarla immantinente perché è “stimato dai più” (sic).
Gli dà manforte il solito Violante che, sotto i bombardamenti governativi sui magistrati che fanno il loro dovere (indagare su notizie di reato, tipo i segreti spifferati da Delmastro e i pasticci finanziari della Santanchè, o sulla denuncia di una ragazza che si dice stuprata dal figlio di La Russa), trova che “oggi i problemi più urgenti sono posti da atteggiamenti non congrui dell’Anm”, rea di fare il suo dovere: difendere i magistrati bombardati. La solita lagna: “Decenni di conflitti” fra magistratura e politica, che avrebbe “rinunciato alla propria sovranità”. Ci vorrebbe mezza Treccani per smentire, prove alla mano, questo cumulo di balle e frasi fatte. Ma basta l’essenziale. 1) Non è mai esistito alcun conflitto fra politica e giustizia: esistono da 30 anni (e passa) magistrati (pochi) che indagano su politici delinquenti (molti), i quali tentano di farla franca diffamandoli, minacciandoli e cambiando le regole dei processi in corsa. 2) La magistratura non ha mai impedito alcuna riforma: dal 1992 a oggi se ne contano oltre 130 e quasi tutte (a parte il “giudice unico” dell’Ulivo e la Spazzacorrotti di Bonafede) hanno peggiorato le cose. Non per caso, ma per scelta. L’ultima è la Cartabia: una micidiale cluster bomb che, con un colpo solo, fa danni dappertutto. Quindi la politica non deve riprendersi alcuna sovranità perduta. Se volesse migliorare la giustizia, dovrebbe cancellare 30 anni di schiforme ed evitarne di nuove. Ma vuole peggiorarla vieppiù, ergo continua a schiformarla. 3) Se il governo non gradisce noie giudiziarie (i cosiddetti “conflitti fra politica e magistratura”), ha solo due strade: o la smette di nominare e di tenersi personaggi indagati, o chiacchierati, o in conflitto d’interessi, o in pessimi rapporti col Codice penale; o fa un decreto di un solo articolo con la lista dei soggetti che è vietato processare.

L'Amaca


Un feuilleton di corte
DI MICHELE SERRA
Ogni vicenda familiare, gravida di sentimenti privati, meriterebbe rispetto e discrezione; non fosse che famiglia e partito, nel caso di Forza Italia, sono la stessa cosa, entrambi disponibilità prima del defunto e ora dei suoi eredi; con un salto indietro nei secoli che rimanda alle successioni dinastiche e agli intrighi di corte. E dunque, essendo i partiti oggetto di pubblico interesse, e protagonisti della democrazia, la discrezione non solo non è consigliabile, ma sarebbe una sconveniente omissione.
Ci tocca occuparcene, anche se è a tutt’altro che dobbiamo i nostri momenti di benessere.
Dunque si legge con inevitabile curiosità ogni scampolo di gossip sull’eredità Berlusconi; quella patrimoniale e quella politica, anch’esse sovrapponibili. Si sgranano gli occhi di fronte alla chiostra di cortigiane-deputate in lite tra loro (non si offendano: le cortigiane, come insegnava Scalfari, erano donne importanti e – un tempo – di grande cultura). Si fa memoria a noi stessi, sebbene increduli, che la signora Fascina è al tempo stesso l’ultima vedova del monarca e una influente parlamentare, e dunque i cento milioni (più tesorone che tesoretto) da lei ereditati potrebbero avere anche una destinazione politica, parte in tailleur e merletti, parte per risanare i debiti del partito; che il seggio da lui lasciato vacante al Senato è stato riassegnato, incredibile ma vero, da una “riunione di famiglia”.

Infine, irrisolto, il cosiddetto mistero del figlio minore, Luigi, la cui parte nel feuilleton sembra quella dell’escluso o del diverso, avvolto nel silenzio. Che sia comunista? Sarebbe, diciamolo, un magnifico colpo di scena. Ma anche i romanzi non sono più quelli di una volta. 

lunedì 10 luglio 2023

Overlook



Il rifugio Selletta dell’Abetone ricorda di questi tempi, in effetti come temperatura a 1711 metri sembra di stare in Via Prione nel meriggio, un pochetto l’Overlook Hotel… a breve le sorelline Grady, che vista la canicola stanno riposando, riprenderanno a giocare… gulp! Tra l’altro il cassiere sta ripentendo “All work and no play makes Jack a dull boy” arghhh!

Maestra fracchiana

 




Ragogna!