mercoledì 10 maggio 2023

Lollo

 

Lesa lollobrigidità
di Marco Travaglio
Avvertenza per i lettori. Ciò che state per leggere non è il sequel di Fantozzi al Gran Consiglio dei Dieci Assenti: è tutto vero. Il Consiglio di Disciplina Territoriale dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio comunica: “Il Primo collegio riunito il giorno 4 maggio 2023 a Roma, presenti Roidi, Renzetti, Callini: in merito alla segnalazione giunta dal Presidente dell’Ordine del Lazio per le proteste legate alla pubblicazione sul Fatto Quotidiano di una vignetta a firma del disegnatore Mario Natangelo”. Punto: la frase finisce così, sospesa nel vuoto. La successiva descrive “il disegno satirico” che “appare riferito alla frase del ministro Lollobrigida” sulla sostituzione etnica “che molto clamore e dibattito ha provocato… Il disegno mostra una donna e un uomo di pelle nera in un letto”. E quindi? “Poiché la pubblicazione potrebbe comportare una violazione dell’articolo 2 del codice deontologico, il Collegio invita il giornalista Natangelo a presentarsi… il giorno 7 giugno”, con “facoltà di produrre memorie, indicare testimonianze e farsi assistere da un legale di fiducia”. Incuriositi dall’art. 2 del Codice deontologico che l’infame vignetta potrebbe aver infranto, siamo andati a leggerlo: s’intitola “Banche-dati di uso redazionale e tutela degli archivi personali dei giornalisti”. Quindi il sinedrio che convoca Nat per leso Codice deontologico non conosce il Codice deontologico (sennò sarebbe impegnatissimo a convocare i direttori di tg e giornali che danno più spazio alle creme del fidanzato della Boschi che alla staffetta per la pace e al rapporto della Dia sui legami fra B., Dell’Utri e Graviano). Oppure cita un articolo a caso pur di offrire alla famiglia allargata dei Lollobrigida lo scalpo del putribondo Natangelo, reo di ben altro crimine: la lesa lollobrigidità.
È andata peggio al dissidente bielorusso Mikalai Klimovich, condannato a 12 mesi per aver definito “divertente” sui social una vignetta su Lukashenko e morto lunedì nella colonia penale di Viciebsk. Ma almeno in Bielorussia il reato di vignetta è ritenuto normale. In Italia pensavamo fosse depenalizzato, almeno fino alla convocazione di Nat. Noi però lo invidiamo: oltre a divertirsi ogni giorno come un matto, il 7 giugno dinanzi al Gran Consiglio dei Dieci Ignari rischia di rotolarsi per terra. Perché disegnò quella vignetta? Chi sono la donna e l’uomo di pelle nera nel letto? È conscio della gravità della sua condotta? È pronto ad assumersi le sue responsabilità dinanzi al Codice deontologico e alla Nazione tutta? È pentito? Lo rifarebbe? E quante volte, figliuolo? Il clou sarà quando leggerà la sua memoria difensiva e soprattutto esibirà i suoi testimoni: i ragionieri Filini e Calboni e la signorina Silvani dovrebbero bastare.

martedì 9 maggio 2023

Encomiabile


Idealizzo così l’Idiota o il pool di Idioti che oggi hanno compiuto un capolavoro che passerà alla storia della circolazione stradale spezzina, creando un abnorme ingorgo in direzione città che si è esteso per chilometri, fino a Stadano, e in gran parte della Cisa vecchia, con autobus che arriveranno a destinazione a ora di pranzo e lavoratori che si sbraneranno mezzo giorno di ferie! A Santo Stefano i fabbricatori di multe che da altre parti chiamano vigili urbani erano ancora sotto la doccia, impreparati a tale meraviglia sinapsica! Complimenti al cogitatore folle di cantieri che sbaraglia già sin d’ora la concorrenza per l’ambitissimo premio annuale “Babbeo d’oro” che gli verrà consegnato a breve, assieme all’encomio solenne dell’ABI, l’Associazione Bestemmiatori Incalliti!

Ohhhh!


Problemi reali

 


Seguiamolo ridendo!

 


Scanzi e il Cotta

 

Cottarelli è l’amuleto in odor di santità per salotti bene e tivù
di Andrea Scanzi
La storia della politica politicante italiana è piena di personaggi oltremodo pompati, e dunque sopravvalutati, da giornali e tivù. Di solito questi presunti fenomeni appartengono alla sinistra finto-radicale ma in realtà iper-borghese, tipo Pisapia, e più spesso sono persone palesemente di centro che però (quando fa loro comodo) giocano a essere un po’ di sinistra: Renzi, Calenda e perfino Moratti. Rientra in questa nutrita categoria Carlo Cottarelli. Quando lo si nomina, bisognerebbe scattare sull’attenti e pronunciare le sue generalità con quel misto di reverenza e devozione che si concede soltanto ai Prescelti. Da decenni Cottarelli è trattato dai media italici come se fosse il Neo di Matrix: una sorta di demiurgo e semi-dio che, in mezzo alla mestizia avvilente del mondo cinico e baro, svetta a prescindere e tutto può. Prim’ancora che uomo, Cottarelli è per i salotti-bene un paradigma esistenziale e un amuleto in odor di santità. Da una parte c’è il Male, dall’altra Cottarelli. Ovvero la Luce. Ogni volta che appare a Che tempo che fa, ogni cosa si fa illuminata. Cottarelli è il Burioni degli economisti e l’upgrade azzimato di Tito Boeri. Una sorta di Chuck Norris ipotetico, con un seguito normale nel mondo reale (i suoi libri vendono né tanto né poco, alle ultime elezioni fu spazzato via dalla Santanchè e passò grazie al proporzionale) ma con un appoggio mediatico sproporzionato, neanche fosse il Churchill di Cremona. 69 anni ben portati, Cottarelli non cambia mai espressioni e ha meno mimica facciale di Domenico Bini.
Parla senza mai alzare i toni e ha il dono – utilissimo per svernare in tivù – di distillare ovvietà travestendole da saggezza tibetana.
Se lo incontri ti guarda immancabilmente dall’alto verso il basso, ma lo fa con charme: è un Marchese del Grillo, sì, però attento alla forma. Uomo intelligente e dalla penna né bella né brutta, scrive editoriali equilibristi su Repubblica e La Stampa. Laurea in Scienze economiche e bancarie a Siena, Master in Economia presso la London School of Economics. Dal 1988 lavora per il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Nel novembre 2013 viene nominato dal governo Letta commissario straordinario per la revisione della spesa pubblica, ma invano: il sistema politico – dice Lui – è impermeabile a qualsivoglia cambiamento. Nel 2018, non senza situazionismo, riceve l’incarico di presidente del Consiglio dopo il “caso Savona”. Chiaramente non se ne fa nulla, come è sempre avvenuto ogni volta che il teoricamente politico Cottarelli ha cercato di passare dal virtuale al reale. Tra fine 2019 e marzo 2021 oscilla tra Mara Carfagna (ancora in Forza Italia) e “Programma per l’Italia”, comitato scientifico con dentro Azione!, +Europa, Partito Repubblicano Italiano e Alleanza Liberaldemocratica per l’Italia. È lì che batte il suo cuore: in quel microcosmo liberal-riformista-calendo-renziano caro ai giornaloni e a quella bolla morta chiamata Twitter (dove ovviamente Cottarelli spopola). Mai sazio di harakiri, Letta pensa bene a settembre di candidarlo nel Pd. Mossa sublime, tenendo conto che poche settimane prima Cottarelli aveva scritto il programma a Calenda. Due giorni fa, Re Carlo si è dimesso da senatore perché non condivide la linea di Elly Schlein, che continua peraltro a perdere pezzi calendo-renziani senza fare nulla di realmente innovativo. La stampa ha plaudito una volta di più Cottarelli per il “bel gesto”, dimenticandosi stranamente di ricordare che forse avevano ragione quelli che han sempre scritto che Cottarelli, con la sinistra, non c’è mai entrato una mazza. Che meraviglia continua!

Marco e la stampa di palazzo

 

Lezioni di giornalismo
di Marco Travaglio
Il 4 maggio la vicedirettrice del Corriere Fiorenza Sarzanini ha impartito una lezione agli aspiranti giornalisti della Luiss (presenti) e al Fatto (contumace). Uno studente l’ha interpellata sul suo scoop a quattro mani con Monica Guerzoni del 5.6.’22, “Influencer e opinionisti. Ecco i putiniani d’Italia”, corredato da 9 foto segnaletiche delle quinte colonne di Putin, “materiale raccolto dai Servizi” per un’“indagine avviata dal Copasir” su 10 prof, giornalisti e parlamentari rei di “controinformazione” sulla guerra con “messaggi anti-governativi” e “filo-russi”: i reporter Bianchi e Vezzosi, l’economista Fazolo, lo scrittore Dinucci, il sociologo Orsini, il senatore ex 5S Petrocelli, il dentista Giordanengo, la giornalista russa Dubovikova, la blogger Ruggeri e il freelance Sacchetti (l’unico senza foto). E la sporca decina della Spectre putiniana, avvisano Sarzanini e Guerzoni, “è destinata a ingrossarsi”. Il presidente del Copasir, Urso, e il sottosegretario ai Servizi, Gabrielli, smentiscono. Poi, incalzato dal Fatto nel silenzio generale, Draghi desecreta il report del Dis a cui s’appiglia il Corriere. È una rassegna stampa con soli 3 dei 10 nomi messi alla gogna: Fazolo, Bianchi e Dubovikova. E senza uno straccio di condotte illecite o fake news, a parte le criminose “critiche all’operato del Presidente Draghi” (lesa draghità). Presa col sorcio in bocca, la Sarzanini rinvia l’ora della verità alla settimana dei tre giovedì: i 7 nomi in più sarebbero “emersi in questi mesi durante attività di monitoraggio di false notizie” in altri tre fantomatici report del Dis.
Ora, anziché scusarsi per aver inventato 7 nomi o creduto a qualche pataccaro e seppellirsi sottoterra per qualche anno, la signora Pulitzer addita agli incolpevoli allievi della scuola di giornalismo il vero colpevole della bufala: il Fatto che l’ha smascherata. “Noi – delira – siamo finiti sotto attacco del Fatto, che è un giornale piccolo e ha fatto della propaganda al contrario la sua cifra, perché altrimenti per la politica estera non l’avrebbe letto nessuno… Il Fatto ha preso questa indagine, che era sulla propaganda, per farne motivo di contrapposizione col Corriere. Per un settimana il Fatto diceva ‘Il Corriere, il Corriere, il Corriere…’. Loro hanno sposato quelle posizioni di propaganda, peraltro propagandando notizie spesso non vere, ma solo perché potevano diventare la voce antagonista del Corriere e quindi avere riscontro e incuriosire il lettore”. Poverina: qui l’unica notizia non vera è la sua. Quelle vere, tipo il rapporto Dia sui legami Graviano-B.-Dell’Utri nell’èra delle stragi o la staffetta della pace di domenica scorsa, le pubblica il Fatto e non il Corriere. Che, a furia di combattere la propaganda di Putin, ha cominciato a somigliargli e a fargli concorrenza sleale.