Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 8 agosto 2022
Ottimo Gad!
Un suicidio assistito per inseguire il centrismo
DI GAD LERNER
Non fossimo a ridosso delle elezioni, il maldestro infortunio politico occorso a Enrico Letta renderebbe opportune le sue dimissioni. Come minimo lo inviterei a chiedersi perché gli è capitato di fidarsi di Carlo Calenda, lui che otto anni fa si era lasciato già beffare da Matteo Renzi (di cui Calenda è solo una caricatura). La spiegazione risiede nella cultura politica che accomuna Letta ai suoi due turlupinatori: il centrismo, malattia senile di una sinistra che ha reciso il suo legame originario col popolo degli oppressi e degli sfruttati in nome della governabilità, e ora ciancia a sproposito di “populismo delle élites”, dopo essersi assimilato in un progetto tecnocratico, quello di Draghi, che ha spianato la strada alla destra. Va a infrangersi così il Pd che l’anno scorso si sbarazzò frettolosamente della segreteria Zingaretti consegnandosi ai Guerini e ai Franceschini, modesti eredi della tradizione democristiana.
La faciloneria con cui Letta ha rotto l’alleanza con il M5S, in nome di una non meglio precisata “agenda Draghi” estranea alle istanze di giustizia sociale e di impegno per i diritti civili, somiglia a un suicidio assistito. La sterzata imposta a un partito che pretendeva di riunire la sinistra italiana, s’infrange nel nome della lotta al populismo, formula abusata dall’establishment per salvaguardare il suo potere. Probabilmente è troppo tardi per rimediare, anche perché dal canto suo Giuseppe Conte evidenzia limiti di immobilismo che sembrano impedirgli di stipulare alleanze a sinistra e di entrare in relazione con settori di società in cerca di rappresentanza. Ma se Letta avesse la virtù dell’umiltà dovrebbe almeno tentare un recupero, riconoscendo il suo errore e tornando sui suoi passi. La destra oggi festeggia. Non basterà regalare un pacchetto di seggi sicuri a Speranza, Fratoianni e Bonelli per avviare la ricostruzione di una sinistra credibile. Prima occorrerà liberarsi della funesta vocazione centrista che spadroneggia nel gruppo dirigente del Pd.
Oggi pure con foto!
Magnete e Occhio di Tigre
di Marco Travaglio
L’Asilo Mariuccia allestito dalla nuova coppia comica, Magnete e Occhio di Tigre, al secolo Calenda e Letta, noti speleologi alla ricerca dell’Agenda Draghi, ha almeno il pregio di mostrare a tutti di cosa sono capaci i famosi professionisti della politica, quelli bravi e competenti, i migliori. E di farci rimpiangere i dilettanti, gli incompetenti, i peggiori. L’ac cozzaglia Pd-Azione- +Europa-Leu-Psi-DiMaio-Tabacci-Verdi-SI non aveva alcun senso politico già in partenza, visto che ammucchia alla rinfusa partiti dai programmi opposti e dai capetti rancorosi. L’avrebbe avuto se davvero il movente fosse stato fare massa e muro contro le destre, includendo la forza politica con più consensi dopo il Pd. Invece i 5Stelle sono stati esclusi in partenza, perchè il vero nemico non è il trio Meloni-Salvini-B., ma Conte (e non per la non fiducia Draghi, ma per la non genuflessione a Usa&Confindustria). La presenza poi di Calenda, il più noto sfasciacarrozze della politica mondiale dopo Renzi, garantiva il sicuro naufragio dell’operazione. Solo i Merlo, i Sambuca, i Polito e gli altri strateghi dei giornaloni potevano gridare al miracolo, alla rivoluzione, alla Bad Godesberg e prendere sul serio l’idea di Letta che Calenda, coi suoi forzisti riciclati tipo Costa (leggi ad personam pro B.) e Gelmini (sfascio della scuola), fosse “il magnete che attrae voti di centrodestra”. Ieri, appena cinque giorni dopo il patto e la foto di gruppo, il magnete s’è smagnetizzato in diretta tv. Senza riuscire a spiegare com’è che si accorge solo ora di ciò che tutti sanno e dicono fin da subito: e cioè che Letta avrebbe sistemato pure Fratoianni, Bonelli, Di Maio, forse persino D’Incà.
Ma non si può rimproverare a Calenda di essere Calenda: da Confindustria a Montezemolo a Monti a Renzi al Pd ad Azione, è sempre stato così. Un collezionista di catastrofi che ha mancato il Titanic, ma solo per questioni anagrafiche. Si pensava che Letta e il vicedisastro Franceschini, in politica da 30 anni, prima di mettersi in mano a un tipo simile, si fossero cautelati con accordi ferrei, a prova di ego e di bizze. Invece improvvisavano, sulla fiducia. Due geni: prima consegnano le chiavi di casa allo statista dei Parioli, poi si meravigliano se fa il padrone. E ora si ritrovano un Pd sbilanciato al centro, con un altro Centro concorrente, senza l’alleato naturale (Conte), con la base inferocita e le liste piene di voltagabbana che non portano manco i voti dei parenti, ma vanno premiati delle scissioni pilotate dai dem per salvare Draghi (che infatti è caduto). Un fallimento epocale che, se non mancassero 48 giorni al voto, imporrebbe dimissioni a raffica. Intanto la Meloni sta pensando seriamente di annullare la sua campagna elettorale: tanto ci pensa già il Pd.
domenica 7 agosto 2022
Rivangare vergogne
In che Stato
di Marco Travaglio
Leggendo le motivazioni della sentenza d’appello sulla trattativa Stato-mafia, si capisce bene perché ci sia voluto quasi un anno: non potendo negare i fatti documentati, bisognava frammentarli, isolarli, selezionare quelli funzionali ad assolvere gli uomini dello Stato (per i boss pluriergastolani qualche anno non cambia nulla) e scartare i più imbarazzanti. Tipo il furto istituzionale dell’agenda rossa di Borsellino e il depistaggio istituzionale del falso pentito Scarantino: mai citati in 3mila pagine, come se il movente e la tempistica di via d’Amelio potessero prescindere da elementi così cruciali. Il livello politico-istituzionale della strategia stragista 1992-’94 scompare con i fatti che lo provano: resta il super-ego di Riina, che fa tutto da solo per mania di grandezza. E la trattativa del Ros di Mori e De Donno con Riina? Un’iniziativa privata, “improvvida”, ma a fin di bene: l’“interesse dello Stato” di “cessare le stragi”. Quale Stato l’avesse ordinata, con quali norme o direttive, non si sa. Non certo lo Stato che servivano Falcone, Borsellino e le loro scorte, uccisi perché con Cosa Nostra non trattavano, ma combattevano, purtroppo ignari dell’“interesse” di calare le brache a Riina dopo Capaci e financo “allearsi” con Provenzano dopo le stragi di Firenze, Roma e Milano. Lo Stato parallelo e fellone che tradisce i suoi servitori e cittadini, perché – disse Lunardi, ministro di B. – “con la mafia si deve convivere”.
Pazienza se già allora tutti sapevano (report Criminalpol e Dia) che le stragi miravano a piegare lo Stato a trattare, dunque cedere non le avrebbe fermate, ma incoraggiate e moltiplicate. Pazienza se gli artefici dell’“improvvida iniziativa” e di quelle conseguenti (mancata perquisizione del covo di Riina, mancate catture di Provenzano e Santapaola) non furono cacciati con disonore, ma promossi ai vertici dei Servizi, coperti con depistaggi e menzogne di Stato, difesi come eroi da governi e stampa di regime. Senza che nessuno, nemmeno gli ingenuissimi giudici della sentenza “spezzatino” che rinnega il metodo Falcone (un solo maxiprocesso per centinaia di delitti, per non frammentare le prove e perdere il quadro d’insieme), si domandi perché. Noi continueremo a domandarlo e a pretendere risposte dai magistrati. Per ora sappiamo che la trattativa ci fu: fra il Ros e Riina, fra Brusca, Bagarella, Mangano e Dell’Utri. La sentenza, pur minimalista, conferma quei fatti ripugnanti e non cancella una sola parola che abbiamo speso in questi anni per raccontarli. Chi parlava di trattativa “presunta” o “inesistente”, calunniando i pochi pm e giornalisti che ne parlavano, dovrebbe vergognarsi e scusarsi, come quei carabinieri e politici. Che non sono “improvvidi”, ma traditori.
Tomaso e i fascisti
Patto tra le due destre: il Pd di Draghi e i fascisti
DI TOMASO MONTANARI
Dunque, non ci sarà nessun fronte costituzionale. Alla possibilità (variamente declinabile) di una coalizione “tecnica” non politicamente omogenea, ma pensata per impedire a una destra di matrice fascista di mettere le mani sulla Costituzione antifascista (unica soluzione consentita da questa immonda legge elettorale), si è preferita una piccola alleanza di centro-destra imperniata su quella che ora si chiama Agenda Draghi (cioè lo stato delle cose: l’unica costituzione che sta davvero a cuore). La responsabilità di questa scelta scellerata, e delle sue conseguenze, ricade sul Pd di Enrico Letta. Il patto leonino (dove il leone non è il Pd…) con Azione di Carlo Calenda, prodotto social-mediatico dai contorni grotteschi, contiene atlantismo incondizionato e armato, crescita non sostenibile, propensione al presidenzialismo. L’adesione (pregressa) di Articolo 1-Mdp e quella (successiva) di Sinistra Italiana forniscono striminzite foglie di fico a sinistra, riducendo questi piccoli soggetti politici ad agenzie di collocamento per i loro gruppi dirigenti. In questo senso, l’addio al Parlamento di Pierluigi Bersani e il voto contrario di Luciana Castellina sottraggono provvidenzialmente due figure carismatiche a un ben triste epilogo.
Non solo questa piccola alleanza di centro-destra non governerà il Paese, ma di fatto consegnerà governo e Costituzione nelle mani di una coalizione à la Orbán. L’unica spiegazione di quello che appare un suicidio collettivo è la ferma volontà di Letta di non stringere nemmeno un’alleanza tecnica con il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte. Ora, la ragione di questa cieca avversione non è, come si vorrebbe, la caduta del governo Draghi (dovuta innanzitutto alla scelta insensata di chiedere la fiducia sull’inceneritore di Roma, e prima a quella di teleguidare la scissione di Di Maio), ma a qualcosa che sta a monte: e cioè alla presa d’atto, da parte del blocco sociale cui Letta risponde, dell’“inaffidabilità” di Conte. Per quanto moderati siano stati gli scostamenti dell’“avvocato del popolo” dal binario unico predicato dall’establishment (dal Reddito di cittadinanza al decreto dignità, dall’opposizione a un atlantismo cieco e al riarmo fino alla sconfessione del greenwashing di Cingolani…) e nonostante i suoi cedimenti (il cui più grave fu la sottoscrizione dei decreti sicurezza di Salvini, ispirati alla linea Minniti), Conte è avversato, odiato, attaccato come il pericolo pubblico numero uno. E cioè come un pericolo più grave dell’arrivo al governo di Giorgia Meloni.
Questo, mi pare, è il vero significato politico dell’operazione Letta-Calenda, nato per difendere la costituzione materiale: la preparazione di una piattaforma pattizia da proporre all’estrema destra al governo. Il Corriere della Sera, con Angelo Panebianco, lo preconizzava già a maggio: “Ci fu un momento nella Firenze del tardo Duecento in cui il legato pontificio riuscì a costringere guelfi e ghibellini a governare insieme la città. Un po’ per celia e un po’ sul serio ci si può chiedere se dalle parti della curia romana ci sarà qualcuno così autorevole da convincere i due partiti che saranno probabilmente più votati alle prossime elezioni, Pd e Fratelli d’Italia, a governare insieme. Dal momento che, grazie all’intelligenza e al coraggio dei loro leader, essi si sono schierati – senza riserve mentali – dalla stessa parte (quella occidentale) in questa guerra”. Ora, la curia in questione non è romana: semmai americana. L’accreditamento atlantico di Fratelli d’Italia, i paterni consigli di Mario Draghi a Giorgia Meloni sui nomi di alcuni ministri-chiave (quelli utili a mettere in sicurezza la crescita insostenibile, ma dipinta di verde, del Pnrr) e alcuni segni evidenti nel mondo mediatico inducono a leggere la manovra di Enrico Letta in questo senso. L’antifascismo strumentale riscoperto in queste settimane sarà rapidamente archiviato in nome dei comuni interessi (il lodatissimo Crosetto, presidente della federazione dei produttori di armi, è il ponte naturale per l’intesa): non forse fino a un governo Pd-Fdi (a meno che a guidarlo non sia Draghi), ma assai probabilmente fino a una riforma della Costituzione che tenga insieme il presidenzialismo caro all’estrema destra (ma anche a Renzi, Calenda e a parti importanti dello stesso Pd) con l’orribile autonomia differenziata (fortemente voluta anche dai governatori Pd, con in testa l’ineffabile Bonaccini).
È evidente che questo patto tra le due destre, l’Agenda Draghi e la Fiamma di matrice fascista, è il punto d’arrivo del costante spostamento a destra del quadro politico e del senso comune: il Pd sta solo pavimentando l’ultimo tratto di una strada che ha, in tutti questi anni, pervicacemente costruito. Ed è anche evidente che questo scenario nero ha oggi un solo nemico rilevante: il Movimento 5 Stelle di Conte.
L'Amaca
Il più a destra di tutti
DI MICHELE SERRA
Che un multimiliardario proponga, sorridendo, un’aliquota fiscale uguale per tutti, dal piccolo commerciante al grande manager, dalla ragazza con la partita Iva al professionista strapagato, è una oscenità non solamente politica, anche morale, che rischia di sfuggirci, e sicuramente sfuggirà — come da anni accade — ai suoi elettori. Perché la progressività delle tasse è un elementare principio di equità, e il ricco che propone al povero di pagare la sua stessa aliquota è, politicamente parlando, un ladro che elogia il suo furto.
Siamo così compresi a parlare della Giorgia e del Salvini che rischiamo di dimenticare chi è, a destra, largamente il peggiore, primo artefice del deterioramento della politica italiana. Colui senza il quale nulla è spiegabile, non la deriva populista della destra italiana (fu il primo dei populisti), non la sua solida componente neofascista (fu il primo degli sdoganatori), non il complessivo deterioramento culturale dell’intero quadro politico, sinistra compresa (fu il primo dei semplificatori, dei demagoghi, dei soppressori del linguaggio critico a vantaggio della ciancia pubblicitaria).
La sua immagine recente, vuoi del vecchietto accattivante, vuoi dell’anziano e saggio moderato, è tipicamente consolatoria. Serve a dimenticare che Berlusconi è stato il nostro Trump, ha svuotato la destra conservatrice e borghese per farne una fabbrica di demagogia (fa testo il disgusto di Montanelli) e soprattutto ha tenuto bene da conto — come Trump, come tutti gli straricchi — i suoi interessi personali. Il più di destra, a destra, è sempre lui: da trent’anni.
sabato 6 agosto 2022
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