giovedì 18 giugno 2020

Andar fuori di cabina



Oramai basta veramente poco per andar fuori di cabina. Come sta succedendo a questa bellissima e famosa quasi ex attrice, Gwyneth Paltrow e la sua serie di candele, questa profumata come il suo orgasmo, così dice lei, e che sta vendendo al modico prezzo di 75 dollari. Ma chi te lo ha fatto fare Gwyneth? Capisco che andatosene il leader dei Coldplay, tuo ex marito, la vita da star a riposo può aver inciso sulla tua stabilità mentale. Ma commercializzare questo tipo di candele a mio parere può essere letto come una tua richiesta di aiuto. Siamo disponibili ad aiutarti, o forse ad imitarti? 
Se ad esempio mettessi in commercio anch'io delle candele, no meglio dei candelabri al profumo di scora? 
Ne avrei di tanti tipi: dopo fagiolata, post minestrone, la Flautely dopo una grigliata o una peperonata. 
Quindi Gwyneth è vero quel che si dice? Che può capitare di uscire di cabina per post celebrity anche in età giovanile? 
Peccato!   

A volte a ripensarci...



A guardare questa pubblicità sorgono spontanee alcune considerazioni, di carattere naturalmente... lucroso. 
Vi ricordate ad esempio i piagnistei omnidirezionali sulla presunta rimessa a danno dai venditori di mascherine, a quel tempo indispensabili per scacciare il fantasma Covid, e per questo costosissime? 
Bene! A vedere questa pubblicità MD addirittura applica lo sconto, proponendo le mascherine chirurgiche a 0,40 euro. E questo vuol dire cosa? Che ancora esisterebbe un margine di guadagno. Quindi il prezzo di 0,50 non era sottocosto, come sbandieravano gli eroi al tempo che Arcuri lo propose, ma riduceva solo il margine di guadagno dei suddetti che vendono solidarizzando con noi, per curarci e mai, lungi da loro, per spellarci! 
Capito la solfa? Piangere e fottere è il nuovo comandamento post pandemico. Alla faccia del restiamo uniti, facciamo quadrato per il bene comune. Il bene comune questa chimera tanto irrealizzabile oramai e pullulante di squali!   

Money solo Money!




Money, money, money
Must be funny
In the rich man's world
Money, money, money

Liza Minelli lo ha cantato alla grande: la grana rende felice, soprattutto questo neo rappresentate dei ricchi nostrani, quel Carlo Bonomi che ieri è andato dal Premier a chiedere soldi, money, come fecero i suoi predecessori e come lui sogna di fare. 
E a Villa Pamphilj CarloLiza chiede ad esempio il rimborso delle accise dell'energia, lo chiede a Conte e non alle società che l'hanno venduta. Ma fa niente, è sempre money! 
E poi i pagamenti dei debiti della Pubblica Amministrazione, più liquidità alle imprese ed infine colpevolizzando il governo sulla mancata puntualità della Cig. 
Marcegaglia, Squinzi, Boccia e ora CarloLiza: la musica non cambia, Confindustria chiede da sempre sgravi fiscali, riduzione dell'Irap, taglio degli oneri sociali, soldi alle imprese e denari freschi. Perché si sentono il fulcro, l'unica possibilità della famigerata ripartenza. 
E hai voglia di ricordar loro quella parolina oramai desueta per ovvie ragioni di uso sconsiderato e alla cazzoecampana: evasione. 
Loro se ne tirano fuori, aborrono che qualcuno osi accostarla alla nobile associazione. Non è cosa loro l'evasione, non si sa quindi chi incolpare della sparizione annuale di circa 170 miliardi di tributi che servirebbero allo stato per onorare le spese, evitando di accanirsi su chi il prelievo lo ha forzato alla fonte. 
CarloLiza lo penserà sicuramente: l'evasione non fa parte del menu confindustriale. Loro sono vessati da tasse inique ed ingiuste e ad ogni occasione tentano appunto di lucrare sgravi e ottenere piogge benefiche di money. 
E per quanto riguarda idee, progetti, condivisione di un piano equo per rimescolare la socialità al fine di renderla dignitosa per tutti? CarloLiza al proposito è categorico: non è il momento. Ora, e per sempre, è il tempo del money-money! 

 





mercoledì 17 giugno 2020

Dalla sua autobiografia


Che cosa facciamo per divertirci? (Soon-Yi) Quando non è sopraffatta dagli impegni di genitore con le due piccole pesti, le piace leggere, andare a teatro, vedere film e mostre, fare shopping, cercare occasioni; trovare a cento dollari qualcosa che ne costa cinquecento la riempie di una gioia indescrivibile, per cui un giorno mi aspetto che venga a casa con un trattore, che non ci serve però era in saldo. Quanto a me, mi diverto ad andare dai medici, farmi misurare la pressione, farmi le lastre, sentire che sto bene e sapere che quella macchiolina non è un melanoma ma il segno di un pennarello. Una volta la nostra giornata tipo iniziava portando le bambine a scuola, ma adesso che sono all’università i ruoli si sono rovesciati e ho bisogno di loro per far tornare le immagini sul televisore dopo che sono misteriosamente scomparse.

(Woody Allen - A proposito di niente. Ed La nave di Teseo.)  

Timori



Il giorno del lamentante



E arrivò il giorno dell'incontro tra il Premier e il bignami di tutto ciò che servirebbe per continuare l'allegra novella, per pochi, del piagnere per fottere. 
Il neo presidente di Confindustria Carlo Bonomi sarà oggi nella villa istituzionale (checché ne dicano il Cazzaro e Sora Cicoria che tempo addietro erano di casa dentro il simbolo dell'Era del Puttanesimo, quel palazzo Grazioli che di istituzionale non aveva proprio nulla se non legalizzare l'evasione e la corruttela) dove un Presidente del Consiglio, per bene, ha organizzato una condivisione pubblica in vista del granone in arrivo da Bruxelles; l'intento del nuovo lagnante Bonomi (non cambiano neppure melodia, piangono sempre ergendosi a salvatori di tutto, unico viatico per la cosiddetta ripartenza) colui che poco tempo fa ebbe l'ardore di dire che questa politica ha fatto più danni del virus, è instaurare mediante una dichiarazione di guerra, la classica dimostrazione di forza che, ahimè per lui, non sortirà nessun effetto nella cervice di Conte. 
Bonomi è molto irritato e spaventato dalla possibile estromissione dalla cabina di regia prossima a giostrare un enorme flusso di risorse. Sta tentando di forzare, sgomitando, la ricerca di un pertugio, di un posto a tavola che gli permetta di dire la sua, la solita minestra riscaldata, evocando scempi, disastri, sfracelli per celare, come da copione, la difesa ossessiva degli inimmaginabili margini di lucro, indecenti, che non devono e dovranno mai diminuire, anche in questo momento storico straordinario e difficoltoso. 
Quello che spero è che venga disinnescata la solita filastrocca, arrivando finalmente il momento dell'acquisizione delle proprie responsabilità per quel rilancio serio e democratico, inglobante soprattutto la limatura delle disparità. 
Che in pratica Bonomi si faccia carico di dire ai suoi che il tempo della disattenzione sui balzelli che fa annualmente scomparire alla collettività 170 miliardi di euro, è finito e che occorrerà una seria e omogenea acquisizione di diritti ma soprattutto di doveri, da parte di tutti. E proprio oggi questa speranza si ringalluzzisce attorno ad un giovane indicante umilmente a molti la via per una futura vita sociale più giusta e dignitosa: Aboubakar è il suo nome.

Articolo di Robecchi


mercoledì 17/06/2020
PIOVONO PIETRE
Confindustria Liberisti (coi soldi nostri) e vittimisti “all’arrembaggio”

di Alessandro Robecchi

Se grattate via la polvere, lo struggente dibattito se Conte si farà un suo partito, le baruffe interne ai 5S, le valigette venezuelane disegnate coi trasferelli, lo spettacolino quotidiano delle destre melon-salviniane, insomma, se togliete il rumore di fondo, la melodia risalterà abbastanza chiara. Quello di cui si parla, malamente perlopiù, è il disegno che si può dare al Paese, nei prossimi anni e forse decenni, facendo nuovi debiti, certo, ma per una volta, si direbbe, non per tappare i buchi, ma per rilanciare.

Dunque, a dispetto di quelli che destra e sinistra non esistono più, e le ideologie sono morte, eccetera eccetera, c’è uno scontro in atto tra visioni del mondo – o almeno della gestione economica di una società complessa, che è la stessa cosa – contrapposte e differenti. Il quotidiano punzecchiamento di Confindustria al governo Conte, un pressing duro e dai toni non proprio diplomatici (“La politica che fa più danni del Covid”), tradisce un certo nervosismo. Tanti soldi in arrivo, il timore di non avere un governo automaticamente amico, come sempre avvenuto in passato, suggerisce agli industriali una strategia aggressiva, ma anche un po’ passiva, insomma, il tradizionale vittimismo seguito dal grido “all’arrembaggio”.

Il nemico è sempre quello, il fantasma dell’“ingresso dello Stato nell’economia”, per cui una volta (illo tempore) si deploravano Alfasud e panettoni, e oggi si fanno altri esempi. Come dice il capo Bonomi, Ilva e Alitalia sono la dimostrazione dei disastri della gestione pubblica. Dimentica forse che l’Ilva fu salvata dai disastri di un privato, che ora la gestisce una multinazionale privata che chiede prebende e sconti un giorno sì e l’altro pure. Quanto ad Alitalia, di capitani coraggiosi, e generosi imprenditori, e impavidi investitori poi atterrati coi piedi per terra si è perso il conto. E si è perso il conto anche dei sedicenti leader e capi di governo dell’epoca che esultavano per aver dato un’azienda sana ai privati e aver accollato i debiti a tutti noi. Una prece.

Ma sia: per condurre la sua battaglia, il fronte liberista (coi soldi nostri) usa due argomenti forti: la burocrazia e l’assistenzialismo, due cose brutte e ripugnanti al solo pronunciarle, tanto che nei talk politici alla parola “burocrazia” escono tutti con le mani alzate e si arrendono. È un buon argomento, insomma, popolare. Ma raramente si pensa, poi, che molta burocrazia vuol dire controlli, procedure, fare le cose secondo certe regole, e la pretesa di “cancellare la burocrazia”, come si sente dire ogni tanto, copre il desiderio, nemmeno nascosto, di far fuori le regole. Tutto più snello, tutto più veloce, tutto naturalmente meno trasparente e più infiltrabile da interessi zozzi.

La guerra del fronte padronale all’assistenzialismo, poi, è poderosa. Per mesi abbiamo assistito al bombardamento sul Reddito di cittadinanza, sui casi di cronaca, sui furbetti, su quelli che stanno sul divano, eccetera eccetera. Il sottotesto (macché, il testo!) è che si spende per assistere le fasce più deboli invece di dare quei soldi a loro – loro la luminosa imprenditoria – che le farebbero lavorare. Una tesi che ha buona stampa, come si dice, cioè l’appoggio quasi monolitico dell’informazione. E così quando l’Inps comunica di aver scovato più di 2.000 aziende che facevano pasticci con la cassa integrazione, e migliaia di assunzioni predatate di parenti e amici per prendere soldi in modo truffaldino, la notizia è stata sepolta, lontanissima dalle prime pagine.